“Gli anni italiani insegnano che i palazzi sono micidiali quanto i campi di battaglia, solo che qui dentro i rumori della guerra sono attutiti, assorbiti dal parlottio delle trattative e dalle menti acute e assassine di questi uomini. […] Nessuno può cogliere il quadro d’insieme, vedere contemporaneamente la figura e lo sfondo, l’obiettivo finale. Nessuno eccetto coloro che tengono i fili di quelle trame…”. Luther Blissett, Q.
Se Saviano ci ha accompagnato nel ventre delle periferie degradate e del sistema della camorra, Iaccarino ci racconta un’altra Napoli, quella istituzionale, quella del potere politico. Scrutando nelle maglie più nascoste della città, il libro – che si sviluppa in modo ibrido tra narrativa, finzione e dettagliato reportage sociale, una sorta di memoir di formazione intellettuale – illustra i motivi di complicità che legano la società civile all’illegalità, riflettendo sulle debolezze politiche e sulle possibili vie per risollevare le sorti della città.
Dopo anni d’intensa attività un anziano professore inglese di Scienza politica va in pensione, costringendo il suo assistente universitario al precariato. Appena prima di partire per l’Inghilterra, il maestro decide di lasciare al suo discepolo un divano bianco. Il giovane comincia così un viaggio nei salotti della Napoli bene, in cerca di una degna sistemazione per l’oggetto ereditato. La ricerca diventa l’occasione per rileggere alcuni capitoli della storia sociale e politica napoletana: da Lauro a Gava, agli “opachi anni ottanta”, per finire con il disincanto della Iervolino e il disastro dei rifiuti.
Napoli bene e il suo universo di salotti, aule universitarie, palazzi, uffici, strade e quartieri incuriosiscono il partenopeo e “lo straniero”. Da una parte, come milanese, avevo molto interesse nell’affrontare un romanzo che completasse e, in qualche modo, s’affiancasse idealmente al quadro duro e crudo dipinto da Saviano con Gomorra. I toni sono riflessivi, l’analisi è profonda e propositiva mentre l’impatto visivo ed emotivo dell’opera risulta più pacato e concentrato sull’origine dei problemi e su ambienti e personaggi meno “pericolosi”, spesso collocati fuori dal rumore delle cronache, ma comunque fondamentali. Si tratta in parte di altre zone, di altre classi sociali e di problematiche complementari ma con lo stesso sottofondo culturale e storico, le stesse connivenze e giochi d’interesse. Anche qui, qualcosa lo sapevamo già, forse molte altre città d’Italia possono vantare condizioni simili, ma ci sfuggivano i nessi, le specificità locali, le geometrie, a volte improbabili nel resto del paese, e le connessioni tra i gangli vitali del sistema politico, culturale e sociale della Napoli bene e delle altre, quella illecita, quella che sopravvive, quella dei quartieri tristemente famosi come Scampia o Forcella, con le loro interazioni, gli scontri, le violenze e i loro reciproci scambi di favori.
Dall’altra parte, come emigrato a Città del Messico da alcuni anni, la lettura di Napoli bene ha risvegliato in me una sensazione di vicinanza, somiglianza culturale ed empatia tra la realtà messicana e quella di Napoli e della Campania, soprattutto per quanto riguarda l’elite politica ed economica così come la racconta Lucio, con il suo sguardo antropologico e giornalistico attento. Dall’esterno, da lontano viene da dire “gente fuori dal mondo e un mondo fuori da quel che la gente potesse immaginare”.
Napoli bene è un racconto di vicissitudini, violenze, cadute ma anche piccoli successi del quotidiano, una storia di vita, di tante vite, che prende le forme del reportage e dell’analisi sociologica, del saggio e del romanzo, fino a culminare nella difficile ma coraggiosa ricerca di soluzioni pensate, vissute, provate e proposte. Anche sogni forse, ma non utopie. Dal piccolo esperimento di un condominio, da una strada, fino al quartiere e alla città intera. Visioni, speranze, azioni. Una Napoli con un nuovo e forte settore turistico alternativo e la meritocrazia come nuova bussola nell’università e nella ricerca dei talenti, spesso cooptati dalla partitocrazia, per esempio, oppure la legalizzazione progressiva delle droghe leggere per cominciare a togliere ossigeno alla camorra, con la coscienza che la repressione pura e semplice, priva di approcci globali, sociali, economici e culturali, non serve a nulla, se non a riempire le pagine dei giornali e alimentare le statistiche governative. Più importante sarebbe provvedere alla ricostruzione del capitale sociale e della società civile attraverso un’opera mirata alla riattivazione complessiva della città, partendo dalle zone marginali, con l’idea “copernicana” che la fiducia, la cooperazione e il senso civico possano essere “prodotti socialmente” e non solamente ereditati da un passato glorioso.
E’ il mondo delle sinergie tra le “gang del salotto e del vicolo”, alleanze trasversali come quando “i figli della Napoli bene si erano messi in affari coi ragazzi della Torretta, noto quartiere alle spalle del lungomare di Mergellina, dove era possibile acquistare un ventaglio abbastanza ampio di droghe pesanti e leggere”. Clan politici, come i Gava e i Lauro, e clan di altro tipo, insomma. Gruppi con cui “il popolo aveva instaurato un rapporto basato su vincolanti richieste d’aiuto, dinanzi alle drammatiche condizioni di partenza”.
Proprio di sinergie e collaborazioni occulte si tratta quando si parla della camorra come “fenomeno mafioso” che, in quanto tale, non può separarsi dalla sfera politica ed economica con la quale interagisce proficuamente. Monnezza e camorra puzzano di meno se combattute con le armi della ricostruzione comunitaria della società, dell’istruzione e della riabilitazione strutturale cittadina piuttosto che con l’esercito a presidiare Chiaiano o con la polizia che mette dentro due pezzenti di quando in quando.
Iaccarino ci rivela e precisa le dinamiche del potere politico, sempre maschile, spesso profondamente illiberale e quindi privo di regole e freni, così legato ai contropoteri de facto come le mafie e i media. Nel “piccolo” del mondo accademico e nel mercato del lavoro in cui “l’incertezza e la conseguente autocensura dei subalterni” sono le “forme più collaudate del controllo sociale” è ovvio che si favoriscano il corporativismo intellettuale e la stagnazione delle idee, la castrazione sistematica dell’innovazione, concetto vituperato per il suo potenziale sovversivo di un idealizzato status quo.
Infine c’è l’epopea del divano, l’unico retaggio del professore scomparso per l’alunno fedele ma ormai condannato al precariato universitario e a una progressiva esclusione, come metafora del focolare e dell’incontro riservato, quindi della casa, del clan, della famiglia, dove si lavano i panni sporchi e dove si discutono, soprattutto tra uomini, le questioni importanti per la cosa pubblica, anzi privata, che la clientela e i sottoposti provvederanno a processare e smaltire in base agli ordini e alle gerarchie. Buona lettura.
Lucio Iaccarino è fondatore dell’unità di ricerca Think Thanks, politologo, saggista, opinionista, blogger, è al suo primo racconto sulle ragioni dell’infelicità pubblica napoletana. Ha insegnato Scienza politica all’Università “l’Orientale” di Napoli, collabora con “la Repubblica” (ed. Napoli), con “il Mese” di “Rassegna Sindacale”. Nel 2005 ha pubblicato, per la casa editrice “l’ancora del mediterraneo”, il saggio La rigenerazione. Bagnoli: politiche pubbliche e società civile nella Napoli post-industriale.
Il libro qui: http://www.ediesseonline.it/catalogo/carta-bianca/napoli-bene
Pubblicato il 24 Agosto 2010 su www.carmillaonline.com
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