
Esce il secondo libro di Christian Frascella:
Sette piccoli sospetti, e sulla cover c'è la foto in bianco e nero di uno scugnizzo pop, con occhialoni da sole dall'incongrua montatura rossa. L'immagine è un poster di stile: scrittura acida nei contrasti, battute secche, scansione veloce, frasi che guizzano e frusciano. È il ritmo di Frascella, quasi un rap. Già autore di
Mia sorella è una foca monaca(best-seller giovanile grazie al passaparola, classificato secondo al Premio Viareggio, diritti cinematografici presi da Fausto Brizzi), Christian, nato a Torino nel '73, è un autodidatta imbottito di letture (devono piacergli gli americani e i noir, e di certo Ammaniti). Prima di diventare scrittore a tempo pieno, ha lavorato in fabbrica e in un call-center, insomma è allenatissimo alla vita vera, lo testimonia il linguaggio.
Se la sua Foca monaca era un romanzo d'iniziazione per voce sola (ci fu addirittura chi azzardò un confronto col Giovane Holden), stavolta la storia si è fatta più corale. Protagonisti sono sette dodicenni di un paesino dalla identità piatta e sgranata. Discorsi e peripezie minute da bar, chiacchiere che s'appiccicano l'una all'altra nel cortile di scuola, il clima macho delle palestre. Niente di emozionato o d'intorcinato o di ripiegato su se stesso. Niente di ombelicale né tanto meno d'intellettuale. Quei sette bambinacci tipo Guerra dei bottoni hanno idee scarse e confuse, e i riferimenti genitoriali sono vaghi e tendenzialmente taroccati. Zero ideologie e valori, ma senza farcelo pesare: i nostri eroi vestiti da anti-eroi sono quello che sono, e non si pongono la minima domanda. Sette nani di provincia senza una Biancaneve da rimirare.
Trama frenetica, dialoghi serrati e azione priva di pensiero, mossa da una banda di ragazzetti goffi e famelici di denaro, cottaroli nel rapporto con l'altro sesso, ma solo in modo fluido e intermittente, e labili nella relazione con le faccende pratiche. Privi di senso della realtà e del futuro. Buffi, imbranati, sfigati. Un giorno, dopo un'afosa partita di pallone, abbeverandosi alla fontanella della piazza, i magnifici sette (o i sette samurai brancaleonici) progettano di rapinare la banca del paese. Roba da Soliti Ignoti puerili e mitomani. Ovvio che l'esito sarà una catastrofe, lungo una vicenda martellante per 345 pagine (magari qualche sforbiciata non avrebbe nuociuto) che percorre l'arco di dieci giorni nella primavera dell'85, tra intoppi, disavventure a raffica e irruzioni di banditi da fumetto (vedi il truce Messicano, delinquente leggendario che a fine libro ci regalerà una traumatica sorpresa).
C'è Billo, boss della cricca, e il Corda che ha soldi di famiglia (e il fratello maggiore in fuga con la domestica francese). C'è Ranacci col padre sindacalista e cialtrone, e il Lonìca che sogna di fare il pugile... Spiccano, profilati con l'accetta, i tipi di un mondo tutto al maschile, un pò guardie e ladri un pò western, dove si parla ossessivamente di sport e si va avanti tra risse e scazzottate. Le donne sono assurde e marginali, come Letizia la Chiattona, quattordicenne dal corpo bidonesco e «col piglio sereno di una mucca al pascolo», che si strugge romanticamente leggendo Cime tempestose. Niente di epico né di corroborante pulsa nei Sette piccoli sospetti. Però vi batte una voglia ruvida, spavalda e vitale di raccontare.
(27 mar 2010)
Piccoli, sporchi e cattivi nella provincia italiana degli anni Ottanta, di Leonetta Bentivoglio
fonte: Kataweb Libri
ANTICIPAZIONE estratto del testo
Mentre tutti camminavano, Gorilla pensava a qualcosa da dire ad Annarita. Non gli venne niente, tranne un insano desiderio, dopo essersela rimirata dalla testa ai piedi per l’ennesima volta, di battersi i pugni sul petto.
Ma quello che avrebbe voluto, quello che chiunque di loro avrebbe realmente voluto fare non venne mai portato a compimento.
Perché lui era lì.
Ricomparso dopo almeno cinque anni, dal nulla nel quale era sparito.
All’angolo della strada, dritto come un fuso, i riccioli lunghi e neri elegantemente scomposti sulle spalle, la carnagione scura, le labbra quasi rosse e carnose e, in mezzo alle labbra, una sigaretta pendula che gli tagliava di tre quarti il viso magro e bello.
Tutti i ragazzini si bloccarono sul posto, e Corda sbatté il naso tra le scapole di Gorilla, fermatosi anche lui all’improvviso, come paralizzato.
«Maro’…!», sussurrò Cecconi, senza riuscire a distogliere lo sguardo dall'uomo all'angolo.
«Cavolo…», fece Valentina Cummino.
«Porcaputtana!», fu l'esclamazione di Gorilla.
«Il Messicano», disse Lonìca.
Ed era, sì, il Messicano.
fonte: www.wuz.it