Dopo la campagna associativa 2011 lanciata sul nostro sito a gennaio e febbraio, in questi giorni è partita anche la campagna con i manifesti affissi in giro per la città "Livornopoli - Fermiamo il gioco". Una campagna che riprende un articolo che aprì il giornale dello scorso gennaio in cui si descrivevano intrighi e interessi all'interno dei palazzi del potere e che segue quella del 2010 ritraente Cosimi che leggeva il nostro giornale durante una seduta in consiglio comunale. Un manifesto che scatenò una tempesta con minacce di querela da parte del sindaco e una vasta solidarietà ricevuta dal progetto Senza Soste. A scanso di equivoci sottilineamo che "Livornopoli" è anche un gioco da tavola in salsa labronica che riprende il Monopoli e che è inventato, creato, prodotto e venduto direttamente nella nostra città. Lo slogan "Fermiamo il gioco" non è dunque riferito alla bella invenzione ludica ma a tutti gli intrighi, poteri e immobilismi dei palazzi che contano. red. 1 aprile 2011
Riproponiamo qui sotto l'articolo che aprì il numero di Gennaio su Livornopoli
Tra scenari, intrighi, interessi e immobilismo. BUON ANNO LIVORNO
Finito il 2010, anno orribile, se ne apre uno che, se possibile, sarà ancora peggiore. Vi ricordate i programmi del sindaco alle elezioni? E i cento giorni di mandato? Ebbene sono finiti da un bel pezzo, ma non è cambiato proprio niente. Anzi, aumenta la disoccupazione, si consumano mesi di cassa integrazione, si smobilitano pezzi del sociale, si riesce a difendere sempre meno i bisogni primari della gente, soprattutto per le categorie più deboli e povere. Ci impoveriamo, ma avremo un nuovo ospedale, non sappiamo quando, ma sappiamo dove. Si continua a “sminestrare” più che ad amministrare questo territorio con il risultato che a una serie di situazioni difficili e complicate si preferisce dare soluzioni ancora più pasticciate. La logica è quella di trovare soluzioni che non mettano in discussione gli equilibri di potere esistenti a Livorno. Una zuppa che rischia di travolgere migliaia di famiglie, ma che resta nascosta, paludata, tra accordi sottobanco e spartizioni. Così, ad esempio, metti che un giorno un sindaco e il suo predecessore si trovino a colazione da Oscar, di cosa mai parleranno, della privatizzazione della Porto di Livorno 2000? Metti anche che un sindaco si ritrovi a cena all’Osteria del Contadino con un imprenditore portuale, anche in questo caso di cosa parleranno, del rinnovo della presidenza dell’Autorità Portuale? Possibile, legittimo, però forse è meglio fare tutto alla luce del sole per evitare, da una parte di ingrassare con tutte quelle cene, dall’altra, che vi siano chiacchiere e sospetti.
Ora metti anche che una delle imprese più forti del porto, la Compagnia Portuale, abbia difficoltà a chiudere il bilancio in pareggio e che gli manchino tre o quattro milioni di euro per riuscirvi. Aggiungi che nelle ipotesi di privatizzazione della Porto di Livorno 2000 vi sia la nascita di una società privata alla quale andrebbe la gestione, cioè una gallina dalle uova d’oro che produce 3 o 4 milioni di euro di utili ogni anno, ed una società immobiliare composta da soggetti pubblici (che costerà, ma non produrrà utili). “Radio banchine” parla di un interesse della compagnia portuale, d’intesa con il sistema cooperativo e soggetti privati (forse gli stessi che sono subentrati in TDT , forse lo stesso Fremura che vanta un credito dalle cooperative) a rilevare le concessioni della porto di Livorno 2000 per rivendere le quote e fare cassa. Metti pure che l’altra impresa, che sembrava in forte crescita come l’interporto Amerigo Vespucci, abbia difficoltà a piazzare sul mercato capannoni e aree e si trovi a dover far fronte agli investimenti ed ai prestiti delle banche (che minacciano di andarsene dall’operazione). Il tutto mentre l’imprenditore Cagliata sta lanciando l’idea, in concorrenza con l’interporto, di aprire un District-Park sulle aree di sua proprietà a ridosso del porto, utilizzando un ponte che scavalcherebbe Via Salvatore Orlando. Ponte che i portuali hanno sempre osteggiato, ma che ora sembra fattibile dopo che lo stesso Cagliata è diventato socio di capitale del terminal agro alimentare di proprietà della Compagnia. Somma a questi scenari l’idea che avrebbe il comune di affidare la gestione del patrimonio pubblico alla SPIL, società controllata dal comune stesso e che non sta dimostrando di essere certo quel volano della ripresa industriale di Livorno, come invece doveva essere (per il momento ha proprietà in porto, affittate alla Compagnia portuale, e gestisce l’obbrobrio del parcheggio che sta nascendo sulle ceneri dell’Odeon). Fai entrare in scena la vicenda del “nuovo centro” del famoso cosiddetto lodo Fremura, l’operazione nuovo Ospedale (e la vendita del vecchio) e l’avvio del piano strutturale del comune. Insomma, per chi ama i libri gialli vi sono tutte le componenti per avviare un intreccio che alla fine può anche darsi che non produca inciuci o mala gestione pubblica, ma certo, per come si sta delineando, non produrrà neppure una partecipazione attiva della città alle scelte.
Guai a pensare male, ma anche la vicenda del presidente dell’autorità portuale non aiuta a vederci chiaro. L’unico a credere nel rinnovo dell’incarico era Roberto Piccini, il resto della città che conta era già al lavoro, o forse a cena e a pranzo, per trovare un nome capace di garantire la faccia a tutti e, al tempo stesso, per garantire che niente cambi e che quegli scenari vadano a buon fine. C’è anche chi giura che il nome di Angelo Roma sia circolato nelle stanze fiorentine ben prima che Matteoli dicesse di no a Piccini e che il presidente della provincia si sia arrabbiato perché non è stato invitato. Si tratta di voci e scenari raccolti da fonti autorevoli, certo tutti da verificare, ma che vale la pena raccontare per provare a lanciare un sasso su questo stagno immobile che è la politica livornese. “Governiamo il cambiamento” dice il programma elettorale del sindaco Cosimi, ma non vediamo né il governo, né, tantomeno, il cambiamento.

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