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Un viaggio a est in quel fantasma chiamato Europa

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Aiconfinidellimpero"Le storie che le fonti interne raccontano sono da manuale del capitalismo malato. Se c’è una cosa che in questo viaggio ho capito, è che più percorri l’Europa verso sud-est, più i diritti di lavoratori, minori, migranti, diventano carta straccia. Spariscono davanti all’interesse di compagnie spietate, il più delle volte occidentali. E al disinteresse dei governi locali." (Giuseppe Ciulla)

In Italia essere un immigrato dell’Europa dell’est e, soprattutto, romeno, vuol dire essere un criminale. Ladro, violentatore, assassino. Le carceri italiane sono piene di ragazzi romeni che, immigrati in cerca di lavoro, si sono trovati in situazioni più grosse di loro, in condizioni di emarginazione estrema e, spinti dalla disperazione e dall’esasperazione, hanno rubato, violentato, ucciso. Nessuno dei ‘buonisti’ e dei moralisti che li condanna a “cinquemila anni più le spese” – per prendere in prestito un’espressione da una celebre canzone di De Andrè – era lì ad aiutarli prima che commettessero lo sbaglio. E così finiscono in prigione, difesi da avvocati d’ufficio e spesso, durante il processo, non viene loro assegnato neanche un interprete per potersi difendere adeguatamente. E poi vengono condannati a trent’anni; giusto, sono criminali e devono pagare: è giusto che stiano lì perché in Italia i romeni sono pericolosi. Ma, proviamo a rovesciare la frase e a chiederci se gli italiani in Romania sono pericolosi. Se contribuiscono a distruggere economicamente e socialmente un intero paese contribuendo anche all’immigrazione verso l’Europa dell’ovest, immigrazione fa arrivare in Italia tanti giovani che poi si troveranno in condizioni disumane.

Ebbene, possiamo rispondere a questa domanda solo dopo aver letto un libro veramente interessante, che ci spiega tante vicende che accadono nella cosiddetta Europa dell’est che mai avremmo potuto altrimenti conoscere. Il libro è stato scritto da un giornalista free lance, Giuseppe Ciulla, ed è corredato dalle fotografie di un altrettanto bravo fotografo, Damiano Meo: si tratta di Ai confini dell’impero. 5.000 chilometri nell’Europa dei diritti negati, Jaca Book, € 15,00. Viene raccontato il viaggio che i due hanno fatto nell’estate del 2010, spostandosi esclusivamente su mezzi pubblici attraverso l’Europa dell’est: dalla Polonia alla Repubblica Ceca, fino in Ungheria, Romania e Bulgaria. Un viaggio che si spinge, come recita il titolo, fino ai confini dell’impero-Europa, estremi lembi orientali che cascano in pezzi dopo la caduta del blocco sovietico e solo formalmente sono entrati nell’Unione Europea. I diritti che quest’ultima dovrebbe garantire a tutti i suoi stati membri quaggiù sono calpestati, ignorati.

Come leggiamo nell’editoriale, «il viaggio è raccontato con partecipata immediatezza perché fatto anzitutto di incontri con persone: operai, imprenditori, sindacalisti, migranti, mercanti del sesso e vittime delle mercificazioni». Una partecipata immediatezza in cui la penna di Ciulla si immerge per raccontare con piglio a metà tra il cronachistico e il poetico un oceano di vite sommerse, di diritti negati, di migranti invisibili. Il viaggio inizia su un pullman che da Milano arriva fino a Katowice, in Polonia. Qui comincia l’indagine sui diritti negati, in una città operaia attorniata da altre città industriali in cui l’Italia ha esportato fabbriche su fabbriche, dalla FIAT di Tychy alla Indesit di Lodz. Il giornalista e il fotografo prendono subito contatti con gli operai della FIAT per capire come stanno veramente e allora si giunge ad un tragico paradosso; un «operaio che ha conosciuto le fabbriche comuniste» così afferma: «prima del 1989 lavoravo solo quattro giorni a settimana e avevo il tempo per la mia famiglia. Ora, con i turni di sei giorni a settimana, non c’è vita sociale, non vedo i miei nipoti […] Vivo a Bielsko, per cominciare il turno delle 6 devo alzarmi alle 4 di mattina. Dentro la fabbrica non c’è l’aria condizionata. In questo periodo non si respira, manca l’aria. Non so come sono le condizioni di lavoro negli altri stabilimenti FIAT. Vorremmo organizzare un viaggio in Italia per capirlo, ma il management non vuole». I diritti dei lavoratori, nell’est, sono calpestati, i sindacati osteggiati in ogni modo. A Praga, dove prosegue il viaggio di Ciulla, Karel, un lavoratore ceco, dice che gli italiani, fra gli imprenditori dell’ovest che lì hanno aperto imprese, «sono i peggiori, hanno una tecnica precisa, cambiano spesso il personale o lo fanno ruotare così i lavoratori non hanno il tempo di organizzarsi in un sindacato». Una volta approdati in Romania la situazione sembra decisamente peggiorare: a Timisoara, «l’ottava provincia del Veneto», i sindacalisti sono tallonati dai servizi segreti e, se sono troppo zelanti, possono arrivare anche a perdere il posto. Come Lucian, un sindacalista di Cartel Alfa che lavora alla Solectron, una multinazionale che opera nel campo della telefonia e dell’elettronica, minacciato e picchiato per aver denunciato che nella sua fabbrica gli operai erano costretti a maneggiare materiale tossico. Inutile denunciare: i manager e gli imprenditori sono sempre protetti da buoni avvocati e hanno dalla loro la connivenza di politica e polizia perché ‘portano il benessere’. Ma a Bacau, nel nordest romeno, la situazione è, se possibile, peggiore. Il giornalista e il fotografo incontrano un imprenditore bergamasco che, tramite accordi con i governi, fa arrivare in Romania lavoratori cinesi e bengalesi per rimpiazzare i romeni immigrati all’ovest; i lavoratori e le lavoratrici orientali fanno turni di lavoro da lager: per sei mesi sono costretti praticamente a lavorare e basta vivendo addirittura dentro lo stabilimento in condizioni estremamente misere, mentre la ditta sequestra loro i passaporti. Praticamente, un commercio di schiavi. A Galati, invece, l’inchiesta si imbatte nella più grande acciaieria dell’Europa sud-orientale, la Arcelor-Mitall che sopravvive grazie alla potenza del Danubio, dove gli straordinari massacranti cui sono sottoposti gli operai vengono pagati con «latte in polvere, pollo congelato, barre di sapone, salviette e creme per le mani». Qui di lavoro si muore, in modo anche più terribile che in Occidente: «Secondo dati forniti dal sindacato Cartel-Alfa, alla Arcelor-Mitall di Galati negli ultimi cinque anni ci sono stati 25 incidenti mortali e 254 infortuni sul lavoro. Per la maggior parte si è trattato di lavoratori ustionati dall’acciaio liquido. “Tre operai sono morti perché una barra d’acciaio da 250 tonnellate si è staccata e l’acciaio fuso ha invaso la stanza in cui queste persone lavoravano – spiega un operaio. - Sugli altiforni c’è ruggine ovunque e scale pericolanti a 80 metri d’altezza. Se ci sono responsabilità dei manager? Certo che ci sono. Nel 2005 c’è stata una rimodernizzazione degli impianti. Ma hanno sbagliato tutto, è stata fatta male. Certi giorni per alcuni di noi è un miracolo uscire vivi dall’azienda”». E, vicino alla fabbrica, si innalza quella che a prima vista sembrerebbe una collina ma che in realtà è una montagna di residui tossici: un «materiale pericoloso. Sono 59 milioni di tonnellate su 100 ettari di terreno – conferma una fonte interna all’azienda -, se piove può infiltrarsi nelle falde acquifere».

I diritti, anche quelli più elementari, non sono un fantasma soltanto per i lavoratori, ma davvero per tutti, soprattutto per i bambini e le donne. L’orfanotrofio di Popesti, in Romania, ha continuato ad accogliere, anche dopo la caduta del regime, centinaia di bambini: è un vero inferno, dove finivano bambini abbandonati o con problemi psichici che venivano sottoposti quotidianamente a torture e violenze. Poi, il viaggio si inoltra anche nell’oscuro universo legato al mondo della prostituzione, da sempre uno dei lati oscuri dell’Europa dell’est: a Cheb, al confine fra Repubblica Ceca e Germania, bambine e bambini rom si prostituiscono per i tedeschi; a Praga la prostituzione è una delle principali fonti di guadagno anche per imprenditori occidentali; a Sofia, in Bulgaria, le prostitute, per strada, vengono rapite, torturate e poi mandate nelle capitali occidentali. Insomma, più che un viaggio a est, sembra un viaggio nel terrore, in un territorio che è stato solo abbandonato a se stesso e alla speculazione dell’occidente, col beneplacito dei governi locali. Adesso possiamo anche rispondere alla domanda che ci siamo posti all’inizio; sì, possiamo rispondere che sì, gli italiani sono più pericolosi per la Romania piuttosto che i romeni per l’Italia. Lì arrivano uomini potenti, i rappresentanti del capitalismo occidentale, creando distruzione e diritti negati, mettendo a rischio la vita di migliaia di persone e, se incappano in una pseudo giustizia, sono difesi da buoni avvocati. Qui arrivano poveri migranti, esclusi dai diritti, bollati come ‘clandestini’ e, se vengono arrestati, gli viene negato persino l’interprete. Quel capitalismo occidentale – in nome del quale imprenditori-politici nostrani stanno allestendo crociate di libertà – si sposta ad est e uccide. La politica, totalmente asservita all’economia, trasforma libertà e diritti in un fantasma. Ma, se la libertà si trasforma in un fantasma, gli alfieri di quella libertà si stanno trasformando progressivamente in zombie. Sta a noi, adesso, come in un film di Romero, cercare l’arma più adatta per dare loro il colpo di grazia.

per senzasoste.it

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