L’insegnamento si trova nello stato di quegli alloggi non occupati che i proprietari preferiscono abbandonare al degrado dal momento che lo spazio vuoto è redditizio mentre il fatto di accogliervi degli uomini, delle donne, dei bambini, spogliati del loro diritto all’alloggio, non lo è.
Ci sono degli scritti che attraversano indenni il corso del tempo e conservano una loro, imprescindibile, attualità di fondo. Sicuramente l’Avviso agli studenti (Avertissement aux écoliers et lycéens), un breve pamphlet redatto nel 1995 dal pensatore belga Raoul Vaneigem (in passato appartenente all’Internazionale Situazionista), è uno di questi. Tra l’altro, molto ci sarebbe da dire sull’attualità del saggio forse più noto di Vaneigem, il Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni che, scritto tra il 1963 e il 1965, venne pubblicato solo nel 1967, giusto in tempo per contribuire in maniera non poco determinante alle idee che animarono il Maggio Francese. A tutt’oggi, il Trattato può avere ancora un determinante valore ‘sovversivo’, nel senso di sovversione di un certo status quo sociale, poiché contiene una serie di suggerimenti e intuizioni ad uso appunto di una “nuova generazione” (che, al giorno d’oggi, si trova ad affrontare sempre più nuovi e complessi problemi): una linea di difesa contro l’infelicità e l’emarginazione imposti dall’alto di un potere che rincorre interessi privati e mercifica ogni singolo aspetto della vita quotidiana. La volontà di vivere – afferma Vaneigem – deve lottare contro la volontà di morte imposta dall’alto; e la lotta e il desiderio di lotta affondano le loro radici in tre momenti fondamentali: realizzazione, comunicazione e partecipazione.
In un paragrafo intitolato Fare della scuola un centro di creazione del vivente, non l’anticamera di una società parassitaria e mercantile, l’autore ribadisce: «Una volta eliminato quel che sussisteva di mediocremente redditizio nella scuola di ieri – il latino, il greco, Shakespeare e compagnia – gli studenti avranno finalmente il privilegio di accedere ai gesti che salvano: equilibrare la bilancia dei mercati producendo dell’inutile e consumando della merda. L’operazione è sulla buona strada perché, per quanto si vogliano diversi, i governi aderiscono all’unanimità al principio: “L’impresa deve essere impostata sulla formazione e la formazione sui bisogni dell’impresa”». Ma che latino, ma che greco, ma che Shakespeare! A cosa servono queste anticaglie? La giovane imprenditrice con gli occhiali che ricopre il ruolo di Ministro della Pubblica Istruzione in Italia lo ribadisce: la scuola deve essere improntata al nuovo, ad una più facile immissione nel mercato del lavoro, caratterizzato da una flessibilità sempre più devastante. Anche la scuola, perciò, deve insegnare a inserirsi in questo mondo del lavoro spettacolarizzato e precarizzato, a inserirsi cioè, in un mondo di miseria. Ma non è certo questo che noi vogliamo. Il “nuovo” che loro predicano è ormai al tramonto, un “nuovo” che si sgretola su se stesso come l’incultura e la rozzezza del loro potere. Riappropriamoci della cultura, della vita, della comunicazione e della socialità, abbattiamo le grette e ignobili barriere che vorrebbero erigere anche nelle nostre scuole, differenze fra italiani e stranieri - siano essi rom, africani, orientali - fra cristiani e musulmani, fra diversi colori della pelle: «Ricercare la propria identità in una religione, un’ideologia, una nazionalità, una razza una cultura, una tradizione, un mito, un’immagine vuol dire condannarsi a non diventare mai se stessi. Identificarsi a ciò che si possiede in sé di più vivo, solo questo emancipa». Inoltre, il “nuovo” che loro predicano è basato sulla frottola dell’esubero del corpo insegnante: ci sono troppi insegnanti, dicono, come se non ci fossero troppi uomini d’azienda, bancari, manager, imprenditori, militari, poliziotti. Crediamo, del resto, che parlare di ‘troppo’ riguardo a una categoria come quella degli insegnanti sia un grossolano errore: come pensare che ci possa essere troppa disponibilità a offrire cultura? Come si può affermare che ci sono troppi insegnanti quando le classi vengono accorpate creando danni inesorabili, quando in una classe pensata per 15 alunni ne viene stipato almeno il doppio? E, ancora una volta, le parole di Vaneigem colpiscono nel bersaglio dell’attuale: «Perché il sovraffollamento delle classi non è solo causa di comportamenti barbari, di vandalismo, di delinquenza, di noia, di disperazione, ma perpetua, per di più, l’ignobile criterio della competitività, la lotta concorrenziale che elimina chiunque non si conformi alle esigenze del mercato. il bruto arrivista prevale sull’essere sensibile e generoso, ecco ciò che gli imbroglioni al potere definiscono anch’essi, come i brillanti pensatori di un tempo, una selezione naturale».
In conclusione del suo pamphlet, l’autore si rivolge sia agli studenti che agli insegnanti, in nome di quella trasversalità e comunicazione che, secondo lui, risultano fondamentali: «Ciò di cui v’impadronirete vi apparterrà veramente soltanto se lo renderete migliore; nello stesso senso per cui vivere significa vivere meglio. Occupate dunque gli edifici scolastici anziché lasciarvi prendere dal loro sfacelo programmato. Abbelliteli secondo il vostro gusto, poiché la bellezza incita alla creazione e all’amore, mentre la bruttezza attira l’odio e l’annientamento. Trasformateli in atelier creativi, in centri d’incontro, in parchi dell’intelligenza attraente. Che le scuole siano i frutteti di un gaio sapere, come gli orti che i disoccupati e i più deboli non hanno ancora avuto l’immaginazione di piantare nelle grandi città spaccando il bitume e il cemento. […] Noi siamo nati, diceva Shakespeare, per marciare sulla testa dei re. I re e i loro eserciti di boia sono ormai ridotti in polvere. Imparate a camminare da soli e sfiorerete con i piedi coloro che, nel loro mondo che muore, non hanno che l’ambizione di morire con lui. Tocca alle collettività di allievi e professori il compito di strappare la scuola alla glaciazione del profitto e restituirla alla semplice generosità dell’umano. Perché bisognerà pure, presto o tardi, che la qualità della vita abbia accesso alla sovranità che le è negata da un’economia ridotta a vendere e a valorizzare il suo fallimento».
Seppellite degnamente i re e i loro eserciti di boia: insegnanti e studenti, contate sulle vostre forze, sul vostro desiderio di vita, senza passare attraverso le intercessioni di una democrazia che, gradatamente, diventa sempre più il ridicolo zimbello del potere dominante; contate sulla vostra forza di vita contro la loro aspirazione alla morte: che una manifestazione di piazza sia veramente espressione della vostra forza e della vostra vita contro l’asserragliamento di quei re nei palazzi di un oscuro e sempre più kafkiano potere. Ricordate – e sono le parole con cui si chiude l’Avviso agli studenti – che «si rimane al di sotto di ogni speranza di vita finché si resta al di qua delle proprie capacità». E, se queste ultime sono potenzialmente illimitate – come diceva Henry Miller, «se un uomo osasse tradurre tutto quel che ha nel cuore e mettere giù quella che è la sua vera esperienza io credo allora che il mondo andrebbe in frantumi» - non si fermeranno certo davanti a un potere corrotto e impaurito difeso dai suoi abbrutiti cani da guardia.
per senzasoste.it
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