Contro l’ipocrisia del potere: intervista al pittore Paolo Massimo Abrans

Lo capisci immediatamente, entrando nel suo attuale studio di 2 metri quadrati, in via dell’Origine, che Paolo Massimo Abrans non è un pittore come tutti gli altri. Lo trovo sdraiato sul pavimento a guardare i suoi dipinti, perché come egli dice “l’Arte va scrutata da varie prospettive, non bisogna fermarci al quadro in se, non bisogna fermarci all’abitudine pittorica”.

Mentre dà gli ultimi rito
cchi ad una delle sue opere, mi illustra la sua esistenza in maniera certosina.

Nato a Livorno, il 24 Giugno del 1952, da una famiglia di commercianti e pittori, da questi ultimi influenzato notevolmente, tant’è che all’età di 12 anni ha iniziato a dipingere al fianco dello Zio, “all’estempore” di Noccolino (Riparbella).Dal 1964, ad oggi, Paolo non ha mai abbandonato la pittura, attività che da fine anni ‘80 svolge a tempo pieno, mentre negli anni precedenti, oltre ad essere un pittore, gestiva l’osteria “La Botteghina”, insieme a suo fratello e sua madre.

Spartiacque fu il 1990, “l’anno dell’incontro”, come lo definisce Abrans. A quel tempo aveva uno studio in Via della Bassata, che non disponeva d’acqua corrente, fondamentale per la pulizia dei pennelli. Egli pensò a più riprese di cambiare locazione, quando i suoi occhi caddero su una spatola dismessa, difficile da maneggiare, ma che con un colpo di straccio torna pulita. Iniziò così a provare questa tecnica innovativa, che da quel momento in poi lo contraddistinse dalla miriade di pittori presenti sul territorio toscano.

Davide: Tecnica particolare quella della spatola, solitamente meno precisa del pennello, la definirei cruda nella sua simbolicità, con tratti brevi eveloci. Possiamo affermare che la spatola rispecchia il mondo che ci circonda? Un mondo rapido, confusionario, imperfetto…

Paolo: Sì, questo è un aspetto molto interessante della mia metodica. Io la pittura a spatola negli anni l’ho esasperatatramite il concetto di sintesi. Dipingo un quadro in pochi minuti, e questo è ciò che avverto nel mondo circostante, che va avanti rapido, senza momenti di riflessione e di intimità, in un quotidiano che ha accelerato tutti i processi relazionali.

Davide: Detto ciò possiamo dire che la società influenza l’artista? Molti ti considerano un impressionista… Si parla quindi di un movimento artistico che nasce in contrapposizione ad un certo tipo di società industrializzata di fine 1800, rifiutando i canoni pre-imposti dalle Accademie francesi, dipingendo tramite colori e luci mai visti prima…

Paolo: Si con l’Impressionismo c’è stato un cambiamento epocale, una cesura netta col passato. Gli artisti dell’epoca iniziarono a percepire il cambiamento sociale, e di conseguenza andarono a dipingere dal vero, con le loro impressioni che primeggiano sulle tele. Essi si accorsero che qualcosa stava cambiando, nel bene e nel male, nel presente e nel futuro. Iosono additato come “impressionista di stampo moderno”. Infatti, anch’io percepisco i cambiamenti sociali, senza spiegarmeli del tutto, rincorrendoli con la mia arte. La tavolozza e la spatola sono solo una scusa per mascherare ciò che avverto nel quotidiano, ma alla fine il colore che metto nei dipinti mi smaschera. Per esempio la realizzazione dei quadri per me rappresenta un certo tipo di pessimismo, che definisco “leopardiano”, ma la luce che inserisco nei dipinti rappresenta l’ottimismo verso cui procedo speranzoso, molto spesso in solitudine, come le vele che amo ritrarre dal vivo. Molti mi paragonano a William Turner, pittore inglese dei primi anni del 1800, che con il suo stile ha posto le basi per la nascita dell’Impressionismo. Questo paragone in parte può essere corretto, ma non scordiamoci che lui dipingeva col pennello che fa risultare il quadro più armonioso, mentre la mia tecnica a spatola permette di creare un caos controllato di tutte le mie emozioni, che tramite la luce sono rappresentate nei dipinti. Proprio per questo se potessi definire la mia pittura in termini politici, direi “Rivoluzionaria di Sinistra”! Perché voglio mettere la luce anche nella notte, trasmettere positività ed armonia. Non di certo Fascista, nera, cupa, oscura, che elimina la luce e trasmette negatività.

Davide:Rimanendo in tema, la politica deve puntare sull’Arte? Nello specifico l’amministrazione comunale, che potrebbe instaurare rapporti diretti tra l’artista e la valorizzazione del territorio.

Paolo: Sicuramente il binomio tra politica ed arte potrebbe fare la differenza per la valorizzazione di un certo territorio e per la diffusione della pittura, ma ciò deve essere fatto in maniera “pura”, “ortodossa”, e soprattutto senza quei giochi di potere che portano al lucro dei pochi, a discapito dell’arte.

Le amministrazioni di questa città non hanno mai sostenuto la vera arte, ed i veri artisti. Molti personaggi noti del mondo della politica dicevano di valorizzare l’arte solo perché avevano gallerie e grandi collezioni.Essi si definivano di sinistra popolare, quando in realtà rappresentavano quella sinistra borghese che si chiude in cerchie elitarie, coinvolgendo solo determinati soggetti. Per esempio, la maggior parte di loro pur conoscendomi bene e possedendo i miei quadri, per strada non ricambiano il mio saluto… Questo perché io sono un artista del popolo e mi sono sempre scontrato con loro. Io sono per gli operai, per chi fatica ad arrivare alla fine del mese, la mia luce illumina gli ultimi. Quando vedo persone che dormono per strada non posso non pensare a quelle cerchiedi potere che si spartiscono le risorse sulle spalle del popolo.

Proprio per questo negli ultimi 20 anni ho avuto moltissimi diverbi con questi soggetti politici che fanno del clientelismo la loro arte, fregandosene del povero con un’ipocrisia “sfacciata”.

Davide: Rimanendo sul tema del territorio, la città di Livorno ha influito sulla tua pittura?

Paolo: Livorno, è la città prediletta per essere immortalata, una musa ispiratrice, le mie tele quando vado a dipingere dal vero si confondono col paesaggio, diventando un tutt’uno.  Abbiamo il mare, abbiamo la collina, ed abbiamo una luce sensazionale. Non a caso in questa città sono nati i Macchiaioli, che sapevano trasmettere tutti i colori e le sfumature livornesi nei loro dipinti. Un signore americano, in visita a Livorno, una volta mi disse: “La luce che c’è in questa città è strabiliante, paragonabile solo a quella della California”. Proprio per questo Livorno è stata terra fertile di pittori, io per esempio sono cresciuto nella via dove abitava il Mataresi, grande pittore, che è stato il mio maestro per quanto riguarda le regole canoniche della pittura, ed a cui devo molto.

Davide: C’è un quadro che rappresenta il tuo modo di vedere il mondo, di vedere le cose?

Paolo: Si, è un quadro molto particolare, non noto ai molti. Si chiama “La fine di ogni cosa è figlia dell’abitudine. E l’abitudine è figlia della mediocrità.” In questo quadro si vedono due strade, che ad un certo punto si dividono: un gruppo di persone va a destra, ed un soggetto solitario va nella strada di sinistra. Ciò rappresenta il modo in cui percepisco il mondo. Io sono un soggetto solitario, che va contro l’abitudine, contro le convenzioni sociali, che giorno dopo giorno cerca di cambiare, non cadendo nella mediocrità. Questo non significa non condividere determinati valori di comunità e di collettività, bensì esser scettico su quello che la massa rappresenta culturalmente. Molti oggi fanno gruppi chiusi, escludenti, che instaurano tramite il principio “o con noi, o contro di noi”. Questo per me non è prepositivo, perché genera conflitti sociali e guerre tra soggetti, prive di senso pratico. Per questo preferisco essere un solitario, potermi ritirare a pensare, cambiando opinione e idee, giorno dopo giorno.

Ho dipinto a pennello, a spatola, ho fatto sculture, ho scritto libri in prosa e in poesia, ho cambiato più di 30 studi in 30 anni, tutto ciò in una solitudine riflessiva nei confronti della società, discostandomi dall’abitudine e della massa che si fa trascinare “dal pensiero unico”.

Ringrazio il maestro Abrans per l’intervista. Pittore a 360°, unico nel suo genere, schierato socialmente con i più deboli, contro l’ipocrisia del potere.

Inviato a Senza Soste da Davide Vicari

6 febbraio 2018

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