Livorno, il pasticcio delle case famiglia

Il nuovo bando per i minori in difficoltà lascia dubbi nel merito e nel metodo

I tagli creano un disservizio ma alla fine pare che non ci sia nemmeno risparmio. Dov’è la logica?

casa-famiglia-il-meloSta lasciando strascichi e polemiche il nuovo bando che l’amministrazione comunale ha pubblicato (scaduto lo scorso 4 novembre) sul servizio diurno e notturno ad una quarantina minori. Proviamo a fare un’analisi e una riflessione sui contenuti del bando e sul metodo con cui assessore e uffici tecnici lo hanno partorito. Si sta parlando di un servizio che fino ad oggi è costato alla collettività circa due milioni e che si occupa di una tipologia di nostri concittadini che possono essere considerati i più deboli ed i più fragili: minori tolti alle loro famiglie e per questo seguiti dai cosiddetti servizi sociali, cioè strutture e operatori che li accolgono di giorno e di notte per proteggerli e per tentare poi un possibile reinserimento.

Ci soffermiamo solo brevemente sui numeri per capire di quale dimensione di taglio al servizio si sta parlando. Numeri che sono già usciti sui quotidiani locali e che hanno già snocciolato operatori e sindacati. Poi però vorremmo concludere con un ragionamento più politico perché ci pare che manchi soprattutto una chiarezza politica in questa vicenda.

I numeri. Ad oggi le strutture che ospitano sono la Palma (viale Carducci), la Quercia (Corso Mazzini) e il Melo (via Caduti del Lavoro). In tutto si parla di 29 posti residenziali, cioè che ospitano anche la notte minori. Con il nuovo bando i posti notturni si ridurrebbero a 12, con la trasformazione di una parte consistente del servizio in solo diurno così che molti minori saranno costretti a tornare a casa la sera. Verrà inoltre abolito il servizio mamme-bambini e accorpati spazi e strutture con minori nella fascia 3-18 anni creando, a detta degli operatori, problemi di ordine “didattico” e di tipologia di attività ma anche di troppa promiscuità. Infine il dato di chi ci lavora: 19 con contratti delle cooperative sociali fulltime e part time più 5 operatori sanitari (OSA) ed un coordinatore. Dai conti dei sindacati si perderebbero una decina di posti di lavoro. Al momento il servizio è gestito dalla cooperativa sociale Di Vittorio.

Merito e metodo. Noi non conosciamo nel dettaglio la situazione del servizio delle case famiglia anche se abbiamo raccolto testimonianze e seguito il dibattito istituzionale. Non sappiamo come vengono valutati i risultati raggiunti e non abbiamo documenti che descrivono le analisi del fabbisogno. Sappiamo delle ristrettezze del bilancio e che non solo a Livorno i tagli sono all’ordine del giorno. Ma detto questo, ogni cittadino deve pretendere, specialmente da chi doveva far diventare le mura del Municipio trasparenti, che uffici tecnici, assessore e sindaco spieghino nel dettaglio le loro scelte. Secondo gli uffici tecnici e l’assessore Dhimgjini con questa “razionalizzazione” del servizio si risparmierebbe circa 300.000 (tagliando anche la spesa di un affitto privato di una delle strutture). Inoltre ci sarebbero analisi che dimostrano un calo nella domanda del servizio. Sindacati e operatori invece rispondono che la domanda c’è, tanto che negli ultimi tempi ci sono state anche emergenze e che facendo i conti, sopprimendo larga parte del servizio notturno in città e spostando minori in altri comuni, alla fine il risparmio non ci sarebbe affatto, anzi. Non tutti i minori che risiedono fuori dal comune, infatti, sono stati obbligati dal giudice a risiedere fuori città.

Una politica inaccettabile. Quando si parla di servizi sociali così delicati l’agire politico deve essere uno solo: confrontarsi e difendere le proprie scelte pubblicamente con analisi e dati a supporto. Non ci pare che così sia accaduto. Anzi, l’assessore Dhimgjini si è permessa anche atteggiamenti non accettabili. Se lei considera i sindacati strumentali e prevenuti (ed in alcune vertenze lo sono stati), la sua risposta deve essere data quantomeno agli operatori, ai cittadini ed a quei minori che vedono un servizio mozzato. Se poi invece le motivazioni sono altre vanno dette. Gli uffici e l’assessore pensano che la cooperativa lavori male? Che il servizio sia inefficace e inefficiente? Hanno avuto ordine dall’alto di tagliare per salvare il bilancio? Hanno riscontrato interessi clientelari? Non reputano più il servizio necessario? Vogliono sondare altri metodi ed esperienze? E’ vero che si paga 100 euro al giorno in altre strutture per sopperire a questi tagli? Di chi sono le strutture? Sappiamo solo dalle informazioni che abbiamo incamerato da commissioni, dichiarazioni, comunicati e contatto diretto con gli operatori tutto ciò ci pare illogico. Dare una logica è dovere di chi amministra.

Franco Marino

tratto da Senza Soste cartaceo n.120 (novembre 2016)

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