Nella storia del capitalismo italiano, tra i tanti protagonisti buoni e meno buoni, compare da sempre il «cavaliere bianco», figura che nella finanza indica colui che interviene per bloccare la scalata di una società ma che da noi ha acquisito il profilo di un soggetto anomalo col quale molte volte si identifica quell'imprenditore spericolato pronto a intervenire dove altri hanno fallito o si sono tirati indietro. Nella maggior parte dei casi si tratta di un personaggio ambiguo, difficilmente inquadrabile nel mondo imprenditoriale, spesso con un passato poco presentabile e in ogni caso portatore di soluzioni miracolose tanto quanto l'elisir di lunga vita che tentavano di vendere gli imbonitori nel Far West.
C'È UN'AZIENDA che, dopo averle provate tutte, rischia di scomparire lasciandosi dietro un deserto di debiti e cassintegrati destinati a diventare disoccupati? Ecco materializzarsi il «cavaliere bianco», in alcuni casi invocato dalle sue future vittime per disperazione, in altri messo in scena da chi ha interesse a mollare la patata bollente e che può essere la vecchia proprietà impaziente di gettare la spugna e liberarsi del fastidio o magari un'istituzione di governo che ha fretta di chiudere in qualche modo la pratica senza andare tanto per il sottile.
Gian Mario Rossignolo, che cavaliere lo è ma del Lavoro, non dovrebbe entrare in questa categoria. La sua storia personale di manager e imprenditore, dalla Fiat alla Skf Industrie, dalla Zanussi alla Atlas Copco, dalla Ericsson a Telecom Italia e ad altre esperienze imprenditoriali fino alla De Tomaso Automobili, dovrebbe servire a metterlo al riparo dal rischio di degrado della sua immagine. Ma quando un ex presidente della Regione, come la signora Mercedes Bresso, dice di lui che «si sta purtroppo rivelando un truffatore» allora l'ombra che si allunga sul patron della De Tomaso intervenuto per «salvare» un pezzo della Pininfarina, mentre minaccia di compromettere irrimediabilmente il suo passato alza la tela su uno scenario già visto nel qualeè difficile stabilire dove finiscono le ambizionie principia la furbizia e dove la buona fede ha aperto la porta agli errori.
«Truffatore» è una parola forte che, anche negli interessi dei lavoratori coinvolti nella vicenda, si spera possa essere presto cancellata da un chiarimento, evitando quello scaricabarile che spesso anticipa le lunghe agonie. Il panorama industriale torinese non aveva bisogno di questo nuovo capitolo tutt'altro che edificante nel quale leggerezze e truffaldinerie hanno reso più complicata la soluzione. Prima di accettare la proposta di salvataggio di una costola della Pininfarina, Rossignolo, che nonostante le smentite era entrato a vario titolo nei casi della Bertone e poi della Fiat di Termini Imerese, andava quanto meno monitorato. E forse anche dopo l'accordo in modo da valutare per tempo la consistenza e l'attendibilità della sua offerta. Questo non è stato fatto o è stato fatto con una certa dose di superficialità anche quando i sindacati e i lavoratori avevano già cominciato a segnalare inadempienze. Prima di arrivare a dire che si è trattato di una «truffa da magliari» forse sarebbe stato più opportuno leggere attentamente il piano industriale di Rossignolo. E soprattutto porre degli step che garantissero il rispetto dei vari punti.
Non si consegna sulla parola un impianto con circa un migliaio di addetti a un acquirente che non si è mai capito che cosa offrisse in cambio. Non si può arrivare, come pure è stato fatto da parte della Regione, ad acquistare lo stabilimento per poi affittarlo a un imprenditore che diversamente non avrebbe sottoscritto l'accordo. Non si può restare indifferenti di fronte alle prime, poi ripetute, irregolarità nei corsi di formazione, non seguire da vicino il percorso dei contributi previdenziali o non vedere quale strada stava prendendo il tfr.
Tutto questo è invece accaduto e ora il caso De Tomaso va ad aggiungersi al panorama delle aziende in crisi dell'hinterland torinese, mentre la Regione sembra decisa a ricorrere alle vie legali e Rossignolo tace come se il destino della fabbrica di Grugliasco fosse un problema sociale rispetto al quale lui può chiamarsi fuori.
Se si deve escludere che nella vicenda De Tomaso ancora una volta la furbizia sia stata incoraggiata e agevolata dalla stupidità non resta che pensare a un ulteriore intervento del «cavaliere bianco» in salsa italiana. Ovvero la riproposizione di un altro caso di gestione inadeguata e pasticciata di crisi aziendale che, purtroppo coincide con un momento in cui peraltro l'industria automobilistica nazionale e in particolare quella torinese non offrono molte alternative. Insomma una brutta pagina tutta da riscrivere in fretta e senza aggiungere errori ad errori.
Salvatore Tropea
tratto da www.repubblica.it
14 aprile 2012
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