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Facebook, miseria del Cecioni e del Tirreno

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Alexandre_DumasUna intera classe sospesa per aver parlato dei propri insegnanti su Facebook merita la notizia e anche la prima pagina. La differenza, in questi casi, la fa il modo con il quale la notizia viene trattata. Che è il solito, sia per la stampa locale come per quella nazionale, da una quindicina di anni. La scuola, appena emerge un uso controverso di Internet, se può reprime e la stampa da notizia della repressione in modo acritico. E, se possibile, partecipato nell’uso repressivo del fare cronaca. In questo fenomeno c’è tutta la tecnofobia del sistema scolastico, specie della secondaria, e tutto il desiderio della stampa di manifestare l’inaffidabilità della rete. Secondo questa logica il giornale sarebbe uno strumento controllato, moralmente regolato mentre Internet sarebbe il luogo di espressione di comportamenti devianti e socialmente pericolosi. Dal Tirreno apprendiamo poi che, nella pagina di Facebook incriminata, ci sarebbero “forse” (testuale) frasi offensive. Insomma, nel dubbio, su cosa sia stato scritto effettivamente, la scuola sospende e il giornale fa un bel titolo di prima pagina sulla sospensione. Con la notizia in prima pagina si spettacolarizza il controllo, non importa il motivo perché, sulla stampa locale (di ogni genere), la punizione è notizia indiscussa e indiscutibile. Nessuna intervista ai ragazzi, i puniti non devono parlare, perché sul Tirreno il diritto di replica lo stesso giorno del lancio della notizia spetta solo agli assessori e al PD (sfogliare per credere). Quando accadono queste cose si sommano quindi due incapacità. Quella della scuola a capire l’espressività dei propri studenti in rete e quella del giornale a rappresentare una vicenda importante e complessa. Si sposano quindi due miserie: quella del Cecioni rispetto alla espressività reale dei propri studenti e quella del Tirreno rispetto all’uso di Internet da parte dei giovani. Alexandre Dumas padre, l’autore del conte di Montecristo, diceva che l’arte non può che crescere dalla miseria. Probabilmente si tratta della frase culto al Cecioni e al Tirreno. Lo scopo, istintivamente comune, deve essere produrre uno sterminato cumulo di miseria per favorire una nuova generazione di talenti. E noi che non ce n’eravamo accorti.

(red) 7 febbraio 2011

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