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L'Autorità Portuale cita in giudizio Senza Soste

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querelaLa nostra inchiesta dal titolo "Pork Authority" sul concorso per addetto stampa a Palazzo Rosciano, pubblicata lo scorso luglio, finisce in tribunale. Ma se pensano di tapparci la bocca hanno preso un colossale abbaglio

Quando qualche mese fa qualcuno ci riportò voci di una possibile citazione in giudizio da parte dell’Autorità Portuale contro Senza Soste, ci venne da sorridere. La notizia ci sembrava al limite tra il grottesco e il pesce d’aprile fuori stagione.

Motivo della contesa una nostra inchiesta pubblicata sul numero 63, in uscita dal 17 settembre scorso, dal titolo “Pork Authority”, calembour che giocava con ironia sull’accezione inglese, peraltro sempre più italianizzata, di Autorità Portuale, “Port Authority” appunto, e sui contenuti stessi dell’articolo che si occupava di un'azione legale posta in essere nei confronti di un fatto che, se confermato, avrebbe costituito un’autentica ennesima vergogna partorita in pochi mesi da Palazzo Rosciano (come non ricordare il bando per la ricerca di un ingegnere informatico aperto per una settimana a cavallo di Ferragosto).

La nostra inchiesta cercava di far luce su un concorso per l’assunzione di un addetto stampa sulla cui regolarità, a detta di chi ha partecipato e non ha vinto a suo dire ingiustamente, gravano dubbi pesanti come macigni. Un bando in cui la commissione giudicante ha verbalizzato “di aver proceduto ad una previa lettura dei curricula al fine di individuare i criteri di valutazione”. Un atto gravissimo, di per sé già sufficiente ad invalidare la selezione. Vien da sé che l’indignazione di molti candidati sia sfociata nella presentazione di un ricorso da parte della seconda classificata (colei che più di ogni altro è stata danneggiata, di fatto l’unica legittimata attiva in sede legale). Una volta esaminato con attenzione il contenuto del ricorso presentato dalla concorrente esclusa, dunque, abbiamo cercato di fare il nostro mestiere di giornalisti ed abbiamo condotto una vera e propria inchiesta al fine di risalire alle presunte irregolarità commesse.

pork_authorityDa tale attività di ricerca è risultato che, per cominciare, il bando prevedeva un’attribuzione di titoli (punteggi) per il curriculum vitae di ogni candidato. Coloro che hanno ottenuto i punteggi più alti sono stati ammessi al colloquio e il punteggio ottenuto dalla somma dei titoli del cv e della prova orale (sulla quale è impossibile sindacare in quanto vincolata in modo esclusivo al soggettivo giudizio della commissione) determinava il vincitore. Secondo quanto documentato dal legale della candidata che ha presentato ricorso, sebbene la laurea quadriennale vecchio ordinamento (così si chiama la laurea prima della precedente riforma universitaria) valga per legge quanto quella quinquennale del nuovo (composta da laurea breve triennale + specializzazione biennale), al vincitore, Marco Casale, è stato attribuito punteggio doppio come se avesse di fatto conseguito due lauree: 6 punti anziché 3. L’avvocato della ricorrente avrebbe perfino scoperto che le esperienze lavorative citate da Casale come “rilevanti” altro non sarebbero che due stage di un mese ciascuno obbligatori secondo il piano formativo dell’università frequentata dal vincitore per conseguire il titolo finale. Un’altra svista che anche in questo caso avrebbe fruttato al vincitore il massimo dei voti (10 punti) quando non ne avrebbe avuto diritto neppure ad uno. E non è finita qui: altri 10 punti (ancora una volta il massimo) gli sarebbero stati attribuiti per studi in ambito portuale richiesti dal bando. Una produzione però fantomatica, sempre secondo quanto raccolto dal legale, poiché altro non sarebbero che rielaborazioni sintetiche di interpellanze parlamentari del Senatore PD Marco Filippi o presentazioni di emendamenti a leggi che nulla hanno a che fare con i porti. Come ad esempio un’interpellanza sui disservizi nella consegna delle raccomandate a Livorno presentata in Senato da Filippi e spacciata da Casale come ricerca sui temi portuali che gli è valsa anche in questo caso 10 punti.

Ebbene questo è quello che abbiamo raccontato. Ciò che maggiormente colpisce è che i vertici dell’ente, anziché fornire le spiegazioni necessarie, invocare il diritto di replica, fare un comunicato stampa, abbiano scelto di attaccare il nostro giornale. Insomma, lo avrete capito, la citazione in giudizio è arrivata davvero. Per la precisione si tratta di un’azione civilistica con richiesta di risarcimento simbolico di un euro e pubblicazione (a nostre spese) “della sentenza di condanna sui quotidiani a diffusione locale ed al pagamento delle spese del presente giudizio”. Port Authority, quindi, sostiene con disinvoltura che questa inchiesta giornalistica le avrebbe cagionato dei danni senza tuttavia specificare in che cosa si sarebbero concretizzati. Non potendo fare altro che prenderne atto, ci chiediamo invece – ma soprattutto se lo chiedono i nostri legali che si batteranno in giudizio per il rigetto della domanda – se nell’azione dell’ente portuale non sussistano piuttosto gli estremi della cosiddetta “lite temeraria” per un’azione in giudizio svolta nella consapevolezza del proprio torto ed aggravata, visti tempi che corrono, dal fatto che a patrocinare ex lege l’ente è l’Avvocatura dello Stato, le cui spese sono pagate da tutti noi cittadini italiani.

State tranquilli, Senza Soste ha ancora la schiena dritta e non si farà intimidire né abdicherà al suo ruolo di testata giornalistica libera ed indipendente continuando a non telefonare agli uffici del potere prima di scrivere e pubblicare un articolo. Siamo nel giusto e confidiamo nella magistratura livornese che, siamo certi, respingerà le richieste di condanna svolte dall'Autorità Portuale nei nostri confronti. Questa è una di quelle battaglie per le quali esistiamo. (red.)

tratto da Senza Soste n.71

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