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Negozi Stefan, lo sfruttamento dei lavoratori è all'ordine del giorno

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In un clima di terrore ogni giorno a  Stefan si lavora  in deroga a ogni regola e senza giorni di riposo

stefanIl caso emerse a Livorno lo scorso 1 maggio quando, contro ogni regola e contro ogni razionalità, i supermercati Stefan tirarono su le saracinesche nonostante gli accordi fra Comune e associazioni di categoria. Il caso Stefan incendiò il dibattito sui giornali e la Cgil si presentò fuori dal punto vendita di viale Carducci per protestare. I sindacalisti chiamarono anche i vigili che avrebbero dovuto applicare una multa da 1030 euro (alla terza sanzione poi scatterebbe anche la chiusura per un giorno). Nessun vigile si presentò nonostante le dichiarazioni ai quotidiani dicessero il contrario, ma di fatto nessuno li vide. Probabilmente avevano fatto troppi straordinari per rincorrere qualche senegalese al mercato secondo la filosofia dello sceriffo Pucciarelli “forti con i deboli e deboli con i forti”.

Da quell’episodio abbiamo iniziato a fare una piccola inchiesta sul mondo Stefan, parlando con ex dipendenti, sindacalisti e cercando articoli che raccontassero cosa accade nel resto della regione. Abbiamo scoperto che le aperture indiscriminate (i punti vendita chiudono solo per Natale, primo dell’anno e Pasqua) sono niente rispetto al clima che si vive nell’azienda e alla sistematica violazione del contratto nazionale.

Il Tirreno e anche qualche cliente provò a lanciare una campagna di discredito verso coloro che rivendicavano la chiusura del 1 maggio. Il luogo comune era: ma dottori, poliziotti, pompieri ecc… lavorano sempre, anche nei superfestivi. Peccato omettere che queste professioni sono poi tutelate al massimo nei riposi e nei pagamenti supplementari, cosa che spesso non avviene nella grande distribuzione e tanto meno a Stefan. Senza considerare che non si capisce dove sia l’urgenza nel comprare un paio di scarpe o una cianfrusaglia qualsiasi nei superfestivi. Sicuramente all’umanità servirebbe di più che una lavoratrice o un lavoratore passassero una giornata in famiglia all’aria aperta invece che stare a lavorare 10 ore per soddisfare lo shopping compulsivo di qualche cittadino.

A Stefan però tutto è amplificato. Vediamo perché.

Nei punti vendita Stefan i lavoratori hanno contratti di 36 ore suddivisi su 6 giornate, ma la politica aziendale impone che i negozi stiano aperti 7 giorni su 7. Il giorno di riposo però non esiste in quanto abolito per decisione aziendale. Quindi un lavoratore in un mese fa solo due giorni di riposo (le 2 domeniche in cui non è in turno) ma quando è in turno una domenica, arriva a lavorare 13 giornate consecutive. I 2 giorni infrasettimanali di riposo che gli spetterebbero per contratto li passa al lavoro. Le domeniche di turno invece sono lavorate 10 ore a fronte di un contratto che ne prevede 6. A chi non va bene viene minacciato di essere trasferito o licenziato.

Alla fine del mese ogni lavoratore part-time a 36 ore ha fatto almeno 24 ore in più che vengono ritrovate in busta paga sotto diverse voci.

Uno potrebbe, erroneamente, pensare: bene, almeno con tutte queste ore lavorate finalmente una busta paga sostanziosa. Invece no. Una busta paga base è meno di 900 euro, con le ore di supplementari e straordinari si arriva fra i 1000 e i 1100 euro.

Ma non è finita qui. Le ferie sono decise tutte dall’azienda e i permessi retribuiti non sono nemmeno presi in considerazione tanto che accade che in busta paga si accumulino centinaia di ore di ferie e permessi che non possono essere utilizzati.

Poi ci sono i magazzini ed i magazzinieri, quasi tutti extracomunitari, verso cui  non osiamo immaginare quale tipo di trattamento o orario sia riservato.

Intanto lo scorso giugno “Mister Stefan”, Giuseppe Videtta, è stato condannato ad un anno di reclusione per evasione fiscale dal tribunale di Prato, sede della sua azienda di cui è amministratore unico. Ma nel suo curriculum c’è anche la condotta antisindacale in violazione dell’articolo 650 C.P (inosservanza dei provvedimenti dell’autorità) nei confronti di una dipendente di 30 anni, sposata e madre di una bimba, trasferita dalla sede Stefan di Pontetetto a quella di Gallicano nonostante si trovasse in maternità. Il trasferimento è una delle armi di ricatto verso chi si oppone alla sua linea e spesso, purtroppo, si rivela efficace visto che la maggior parte dei dipendenti Stefan sono giovani mamme con figli.

Quella di Stefan è solo una delle tante storie che si possono trovare in ogni territorio. Solo a Livorno nel giro di pochi mesi abbiamo trovato casi come MTM e Starweb. Il ricatto della crisi e in particolare dell’occupazione è uno strumento devastante che porta molte lavoratrici e molti lavoratori ad accettare, anche consapevolmente, condizioni che ricordano scenari da inizi del ‘900.

E queste storie devono essere da monito per tutti coloro che non vedono l’estrema gravità dell’ultima manovra del governo che con la scusa del debito pubblico e degli attacchi della speculazione finanziaria ha messo mano in modo devastante a tutto l’impianto del mercato del lavoro. Con la distruzione del contratto collettivo nazionale, l’aggiramento e l’abolizione di fatto dell’art.18 non sarà difficile immaginare cosa potrà accadere ovunque ma in particolare in quei territori e in quelle unità produttive dove il ricatto è all’ordine del giorno e la sindacalizzazione dei lavoratori è un processo difficilissimo.

Franco Marino

tratto da Senza Soste n.63

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