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Profughi e migranti: da Coltano un banco di prova per i movimenti

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coltano_campo_prufughi_ingressoIn vista dell'arrivo della nave di migranti nel porto di Livorno e dellla previsione della loro presenza in strutture nella nostra città, pubblichiamo un editoriale della redazione di Aut Aut Pisa che la scorsa settimana è stata presente nella lotta contro l'allestimento del lager di Coltano. Una lotta eterogenea che vedeva abitanti, Pd e movimenti opporsi a quella soluzione ma con slogan e riflessioni diverse. Proprio da quell'esperienza c'è da ripartire per capire come intervenire, come portare solidarietà umana e politica ai migranti, come interagire con le preoccupazioni degli abitanti e le strumentalizzazioni della politica. Non si tratta di distribuire la patente di razzista o xenofobo in giro o ergersi a paladini buoni dei più sfortunati ma di riuscire a spiegare quale situazione stiamo vivendo e che ci sono dei comportamenti a cui non si può derogare: non si può derogare all'umanità e alla solidarietà e non si può derogare al dovere di ognuno di comprendere cosa stia succedendo. La soluzione non è certo il solito slogan leghista smentito poi dai fatti visto che mentre Bossi grida al rimpatrio con slogan elettorali il ministro degli interni leghista "smista" sul territorio nazionale i migranti. Così come non è una soluzione il modello "Cie dal volto umano" del Pd. C'è un altro limite infatti a cui non si può derogare ed è l'internamento di esseri umani. Intanto però nella popolazione prevale, spesso comprensibilmetne, la paura e il rigetto con derive xenofobe preoccupanti compreso chi in modo ipocrita si chiede quanto ci costerà questa accoglienza senza mai essersi chiesto quanto ci costa l'intervento in Libia e tutte le altre guerre che ci vedono protagonisti. Oppure coloro che respingono a priori ogni aiuto per sentirsi padrone a casa propria senza considerare che molte delle guerre in atto sono frutto del fatto che siamo fra quelli che hanno interessi a casa di altri e spesso siamo la prima causa delle fughe dalla miseria. red. 4 aprile 2011

Coltano, banco di prova dei movimenti

Le vicende convulse degli ultimi giorni, la concreta minaccia dell'istituzione di un vero e proprio lager nel territorio pisano e la risposta a tratti inquietante della popolazione e della classe politica hanno fatto emergere una serie di dati allarmanti all'interno di una presunta “isola felice” della Toscana. Non solo: hanno messo in risalto, è inutile nasconderselo, l'enorme difficoltà della politica dei movimenti a far fronte alla situazione.

A fronte della reazione della popolazione dell'area di Coltano, che ha risposto con minacce e toni che avevano poco da invidiare alle derive leghiste, a fronte dell'operazione dei partiti di centrosinistra, il PD in primo luogo, che in queste ore pare sostanzialmente riuscita, di farsi rappresentanza che difende le esigenze territoriali – un po' come la Lega al nord – ma che al tempo stesso è in grado di far “virare” la rabbia popolare verso posizioni e parole d'ordine più “umanitarie”, la capacità dei movimenti di costituire un punto di riferimento e di proporre un punto di vista alternativo e credibile ha subito un duro colpo.

Non ci interessa qui sottolineare le penose ambiguità con le quali il PD in questi giorni ha risolto la situazione e l'ha volta a suo favore. In quello che appare chiaramente un gioco delle parti che ha coinvolto tutti i livelli della rappresentanza politica, dal governo alla Regione al Comune di Pisa, il risultato che sembra profilarsi ora è proprio quello che il centrosinistra toscano aveva già in mente ben prima della “emergenza umanitaria”: i cosiddetti CIE dal volto umano, centri di assistenza in cui rendere possibile un limitato esercizio del lavoro “umanitario” delle associazioni, ma in cui viene negato quello che è il punto politico nodale di tutta la questione: la libertà di movimento di coloro che vi saranno reclusi. Che poi sul volantino sottoscritto da tutti i partiti del centrosinistra e distribuito alla manifestazione di giovedì scorso in centro a Pisa campeggiasse a chiare lettere un NO ai CIE, può essere derubricato come una delle tante dimostrazioni della totale mancanza non di coerenza ma di pudore della classe politica locale, visto che si tratta esattamente del modello che hanno firmato e promosso fino a oggi, e che intendono realizzare nell'immediato.

Ma, appunto, sarebbe stucchevole dilungarsi su cose che tutti coloro che hanno un minimo di consapevolezza di queste dinamiche sanno, e che nelle assemblee frenetiche che si sono succedute in questi giorni sono state dette e ridette. Piuttosto varrebbe la pena di riflettere sull'empasse in cui queste assemblee si sono trovate al momento di decidere cosa fare e che contenuti dare a una risposta diversa all'emergenza, perché su questo sono emerse invece ben poche risposte. La decisione è stata di andare sul posto, di essere presenti a documentare e a interagire, e se necessario opporre resistenza alla costruzione del campo là dove si era già formato il presidio del resto della popolazione, ben sapendo che si trattava di una situazione paradossale: andare in mezzo a una opposizione di tutt'altro tipo, quella di una popolazione esasperata, in preda a derive apertamente xenofobe e razziste. Lì non c'era un movimento di pacifisti, contro la guerra, contro i CIE: c'erano invece gruppi di persone alle quali la sola presenza di slogan di questo tipo suonava come una ulteriore minaccia, con l'unico effetto di far montare la rabbia e riversarla sugli attivisti. Non è difficile spiegarsi questo tipo di reazioni: in un territorio in cui le politiche di integrazione sono state inefficaci o del tutto assenti e in cui già la presenza dei rom è vissuta come un corpo estraneo, l'argomento umanitario, per usare un eufemismo, non è esattamente la prima cosa che fa presa. In più c'è la situazione sgradevole per la quale la popolazione di un territorio periferico con i suoi disagi, sul quale vengono scaricate spesso le emergenze della città, si trova improvvisamente di fronte a esponenti del centro privilegiato pronti a insegnare loro che cosa è giusto e che cosa bisogna pensare.

Sarebbe il caso di prendere molto sul serio questo tipo di situazione, perché non si tratta di un fatto eccezionale o casuale, ma di un problema strutturale che la politica di movimento si trova ad affrontare. Le vicende di Coltano pongono precise domande di metodo e di contenuto. E tanto per cominciare varrebbe la pena di non separare metodo e contenuto: non si tratta di trovare vie facili o più allettanti per far accettare ai “barbari” – o per dire meglio, a coloro che rischiano di diventarlo se non hanno a disposizione altre vie d'uscita – la verità. Il confronto col senso comune non è, come può facilmente venire da pensare, un momento in cui uno porta ai “barbari” un po' di luce della ragione. Al contrario è un momento fondamentale in cui uno riflette sulla tenuta dei propri discorsi e la validità di quello che pensa: se non reggi il confronto dialettico col senso comune e ti chiudi nella enunciazione di principi astratti, vuol dire che c'è qualcosa che non va anche nel modo in cui ti stai formulando le cose. Oppure la tua (presunta) superiorità morale o intellettuale in fondo ti sta bene: il passo dall'illuminista pieno di buone intenzioni al radical chic o anche peggio è molto breve.

Questo per dire che di fronte all'incendio che sta divampando serve a poco ergersi a giudice e bollare la xenofobia dilagante. Chi si sente sopra le parti, fuori dall’edificio in fiamme, ha gridato quelli sono razzisti! Secondo noi era, ed è sempre, necessario tentare di spegnere l’incendio, magari provando a salvare sia la struttura che chi ci sta dentro. Andare sul posto, rendersi conto della situazione e interagire con quella realtà, come molti di noi hanno fatto, senza andare con uno slogan già pronto, aiuta a capire molte cose. Abbiamo capito per esempio che queste situazioni non passano nell'indifferenza della gente, che la gente si schiera. Il problema è che si schiera utilizzando le uniche argomentazioni che ha a disposizione, quelle che trovi su ogni giornale, su ogni notizia di cronaca: quelle xenofobe. Per questo il confronto dialettico con quelle realtà è prezioso e inevitabile, e richiede tutt'altro che formule astratte, ma una capacità pragmatica di far vedere un punto di vista diverso, il più concreto possibile.

Si tratta innanzitutto di decostruire le convinzioni, i luoghi comuni, le assunzioni date per scontate da chi non ha oggettivamente accesso a uno sguardo più problematico sulla realtà, e cercare argomentazioni nuove, che partano il più possibile dai dati di fatto. Ma bisogna soprattutto avere un modello forte, alternativo, a disposizione: i buoni princìpi sono solo per le anime pie. L'uomo medio ti risponde sempre: sì belle parole, ma tu cosa mi proponi allora? E' qui che bisogna saper dare una risposta, e che l'interlocutore può essere spiazzato e indotto a cambiare il punto di vista sulla questione, o perlomeno a essere consapevole che il proprio punto di vista non sia poi così solido. Se tutto questo è vero il “NO ai CIE” e la rivendicazione della libertà di movimento dei migranti, che è il punto capitale sul quale secondo noi non deve essere fatta alcuna concessione, non va inteso solo come un'istanza morale o umanitaria: deve essere chiaro che i lager sono il prodotto di una volontà politica, e che l'emergenza, l'innalzamento del livello di tensione, compiuto sulla pelle dei profughi e della popolazione locale, è il frutto di una strategia ben precisa, alla quale è necessario dare una risposta altrettanto politica. Che l'emergenza e la concentrazione-reclusione di migranti in luoghi controllati, col conseguente esplodere di tensioni sociali e derive xenofobe, non sono la conseguenza l'uno dell'altro, ma sono essenzialmente la stessa cosa: è proprio la concentrazione che fa l'emergenza, se si pensa tra l'altro che il grosso dei flussi migratori verso l'Europa segue tutt'altra strada ed è di un ordine di grandezza rispetto al quale i numeri di Coltano sono irrisori. Ma siccome sono stati bloccati e concentrati, e non si vuol dare loro libertà di movimento verso l'Europa, essi diventano una bomba sociale per una politica sempre pronta poi a offrire figure autoritarie e salvifiche. L'unica risposta possibile a questa logica è SI ai profughi in Toscana, a un'accoglienza il più possibile ramificata – cioè decentrata – nel territorio e con libertà di movimento: solo questo disinnesca realmente la miccia e crea al tempo stesso un “modello” alternativo.

E siccome la risposta deve essere prima di tutto politica, ci convincono poco le voci di chi si prepara già a limitare i danni, e che si pone il problema di come entrare, come associazioni, nei CIE, come se la loro istituzione debba essere data per scontata: il che in termini di realpolitik sarà anche vero, ma quello che conta è proprio la risposta politica e culturale che il movimento saprà dare in questa fase.

La Redazione di Aut Aut Pisa

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