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Quattroruote: "Rossignolo, si allontana il sogno di far rivivere la De Tomaso?"

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Il mensile specializzato nel mondo delle auto, nel mese di ottobre ha pubblicato uno speciale su Rossignolo e quello che loro defiiscono "il sogno infranto" (leggi lo speciale). La famiglia Rossignolo è a corto di liquidi e alla ricerca di un compratore straniero. Il mensile stesso rivendica come fin dall'inizio questa operazione avesse fatto sortire dei dubbi all'interno della redazione. red. 25 ottobre 2011

rossignolo_rincorsoTutti a casa?

II futuro dei 1.100 operai della DeTomaso è in bilico: la famiglia Rossignolo è a corto di liquidi, l'azienda è stata sfrattata dallo stabilimento e a dicembre termina la cassa integrazione. Ora si attende un salvatore straniero. I nostri dubbi sulla fattibilità del progetto, dunque, erano fondati...

Doveva essere il grande ritorno di un marchio italiano leggendario; la prova che la tradizione nostrana in fatto di supercar sui generis poteva essere perpetuata; la dimostrazione, anche, che il Dna automobilistico torinese non è (ancora) andato esaurito. E invece sembra proprio che l'avventura della De Tomaso, e della famiglia Rossignolo che voleva rimetterla in piedi, sia destinata a concludersi mestamente, nell'ormai abituale vorticare di carte bollate, recriminazioni e accuse reciproche. L'ultima notizia è che l'azienda ha ricevuto l'invito a sloggiare dallo stabilimento di Grugliasco, dove avrebbe dovuto veder la luce la Deauville, impianto che la Regione Piemonte aveva rilevato dalla Pininfarina e ceduto in affitto ai Rossignolo: il motivo, come riconosce la De Tomaso stessa, è che non sono stati pagati due canoni di locazione consecutivi. Non che ci sia molto da traslocare, in realtà: dentro i capannoni di Grugliasco, dove fino all'anno scorso nascevano le Alfa Brera e Spider, le linee di montaggio non sono state mai installate, nonostante siano passati sette mesi dal rutilante lancio della Deauville, al Salone di Ginevra. Non solo: i Rossignolo da tempo hanno annunciato l'arrivo di un investitore straniero pronto a iniettare una robusta dose di capitali nelle boccheggianti casse della società, ma a tutt'oggi un vero accordo non c'è (per non parlare del grottesco rimpallo di boatos sull'identità dell'ipotetico salvatore, che un giorno è un innominato imprenditore indiano e il giorno dopo un fondo sovrano di un altrettanto misterioso Stato asiatico). E fosche nubi si addensano sulle teste dei 900 operai passati dalla Pininfarina alla De Tomaso nell'ambito dell'operazione di cessione del ramo d'azienda: ancora inattivi, tranne quelli che stanno frequentando un corso di formazione sulle sellature, a fine dicembre vedranno terminare la cassa integrazione, con la prospettiva, ormai realistica, di non essere chiamati a costruire la Deauville.

LA PAROLA Al PROTAGONISTI

A questo punto, urge sentire i protagonisti. Per primo, noblesse oblige, Gianluca Rossignolo. Il figlio del patron Gianmario, nonché responsabile operativo della De Tomaso, non ci sta a incassare le critiche che gli piovono addosso da tutte le parti: «La nostra famiglia ha investito un sacco di soldi in questa operazione: perché l'avremmo fatto se davvero avessimo avuto in mente sin dall'inizio la vendita? La verità è che la Regione Piemonte, quando il presidente era Mercedes Bresso, ci aveva promesso una copertura finanziaria di 18 milioni di euro; poi sono arrivati i leghisti, ovvero Roberto Cota, e hanno bloccato tutto. Certo che siamo a corto di liquidi; ma è perché la Regione ha cambiato le regole del gioco in corsa». Sul nuovo investitore, invece, Rossignolo continua a mantenere un riserbo finanche esagerato: «In azienda abbiamo 15 persone della Ernst & Young che stanno portando avanti la due diligence volta a definire l'accordo con un imprenditore indiano. Quando sarà firmato il contratto, 100 milioni di euro arriveranno nelle nostre casse. In più, stiamo valutando una seconda partnership industriale nel Sud-est asiatico». Nomi? «È ancora presto. A tempo debito, li faremo sapere». Quei 100 milioni bastano ad acquisire la maggioranza della De Tomaso? «Sì. L'idea era di mettere sul mercato una quota minoritaria, poi la famiglia ha deciso di fare un passo indietro». Questo significa che le strategie aziendali potranno subire modifiche? In altre parole, è possibile che la Deauville venga prodotta altrove? «A noi piacerebbe molto rimanere a Torino. Ma chi mette i soldi comanda. Il prodotto c'è, l'accordo tecnico con la General Motors per la fornitura i motori e cambi pure: da industriali dobbiamo decidere di produrre il modello dove ci sono le migliori condizioni».

Insomma, c'è poco da star tranquilli per i 1.100 dipendenti della De Tomaso (950 a Torino e 150 a Livorno, presso l'impianto ex Delphi dove avrebbe dovuto essere costruito un secondo modello, probabilmente una citycar). Sul possibile destino degli operai di Grugliasco, Rossignolo risponde così: «Faremo di tutto per portare avanti i nostri piani. Ora tocca alla Regione Piemonte dimostrare serietà. Altrimenti ci penserà la Pininfarina». Dove, com'era da prevedere, respingono terrorizzati l'ipotesi. Parla l'amministratore delegato Pietro Angori: «È escluso che i nostri ex operai tornino da noi. L'istituto della cessione del ramo d'azienda non prevede in nessun caso la restituzione della forza lavoro. Del resto, assieme agli uomini, noi abbiamo consegnato alla De Tomaso anche tutti i Tfr per più di 10 milioni di euro. Quindi noi non c'entriamo più nulla. Però sono ancora ottimista: quando abbiamo stretto l'accordo, abbiamo valutato il loro piano industriale e non era male». Ultima fermata, Claudia Porchietto, che in qualità di assessore al Lavoro della Provincia di Torino è protagonista da mesi nelle trattative con i Rossignolo. Sulla stampa locale ha azzannato più volte i proprietari della De Tomaso: «Hanno sempre saputo di non avere i requisiti per ottenere quei 18 milioni dalla Regione. Ogni volta che facciamo un passo avanti nelle trattative, l'impresa non trova l'appoggio del sistema bancario. È un rimpallo continuo di responsabilità, mentre l'unico soggetto che deve fare la sua parte, cioè la famiglia Rossignolo, ha spesso i telefoni staccati. Quando abbiamo organizzato un tavolo di confronto, cercando di trovare soluzioni alternative per il problema dell'affitto della fabbrica (una rateizzazione o un leasing), i rappresentanti dell'azienda non si sono neppure presentati». Al di là delle solite accuse incrociate, l'intera vicenda testimonia di come le riserve espresse da Quattroruote sull'intero progetto fossero fondate. Esattamente un anno fa, pubblicammo un articolo in cui venivano riassunti i nostri dubbi, che riguardavano, oltre alla bontà della tecnologia costruttiva Univis, spacciata per innovativa ma già usata negli anni 80 sulla Rayton Fissore Magnum, soprattutto l'assetto industriale della società (all'epoca i Rossignolo erano in corsa per annettersi anche lo stabilimento ex Fiat di Termini Imerese, in Sicilia). E proprio lì è franato il terreno. Senza contare i «famigerati», ulteriori 18 milioni della Regione, dei soldi necessari per l'investimento iniziale soltanto 10 sono stati messi dai Rossignolo: gli altri sono arrivati dalla Fidi Toscana (2,4 milioni) e dalla Ue (20 milioni). Se anche Rossignolo avesse ragione nel dire che non è colpa sua se la Regione Piemonte ha cambiato idea in marcia, è altrettanto vero che fare gli industriali non dovrebbe significare fare affidamento sui soli fondi della comunità, concessi dai politici non sempre ubbidendo a criteri di convenienza e coerenza.

Foto: II 7 giugno, dopo un incontro in Regione, Rossiqnolo è stato aggredito dai lavoratori della De Tomaso

tratto da Quattroruote del 27/09/2011   N.672 - OTTOBRE 2011 p. 20

 

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