Saturday, Feb 04th

Last update:11:37:27 AM GMT

You are here:

Quel rischio crack del sistema Toscana. Livorno compresa

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 8
ScarsoOttimo 
crisi_cartelloLa recente tavola rotonda, svoltosi a Firenze al palazzo Medici Riccardi, sulla mobilità e la logistica in Toscana può essere letta in termini molto meno cerimoniali di quelli che si usano di solito per commentare queste occasioni.
Non inganni neanche il reportage stilato dal MET per rappresentare la cronaca dell'incontro

Tutto incentrato sulle cifre dei futuri investimenti sulle infrastrutture, il reportage del MET ha omesso discretamente tutti i punti critici, e di interesse, per svolgere un'operazione di marketing tanto più obbligatoria in prossimità di una scadenza elettorale.

Gli elementi importanti emersi da palazzo Medici Riccardi sono quindi altri e che, per quanto graziosamente rappresentati, fanno comprendere come nel sistema Toscana ci siano per il prossimo futuro ampie aree di rischio tali da poter prefigurare un crack sistemico. Ovviamente qui basta capirsi sul significato di "crack": se intendiamo un trauma nella complessiva struttura economica che provoca una regressione nei modelli di benessere allora la parola è quella giusta.


La tavola rotonda aveva uno scopo celebrativo: riconoscere l'importanza dell'accordo Martini-Berlusconi sulle infrastrutture in Toscana

non tanto come un accordo sulle grandi opere, che comunque divora territorio per generare profitti, ma come un più complessivo strumento di indirizzo dell'economia della Toscana. Fin qui sembrerebbe di essere in piena politica cerimoniale ma è al momento in cui emergono i perchè di questa necessità delle infrastrutture che si comprendono i rischi del sistema Toscana. Prima di addentarsi in questi temi resta da dire che l'accordo Martini-Berlusconi è una sorta di costituzione materiale dei motivi che spingono il PD a non cercare un frontale con il centrodestra. Con questo tipo di accordo infatti le infrastrutture e l'economia che generano finiscono in Toscana (centrosinistra) e saranno costruite da una rete di imprese nei cui criteri di scelta sarà decisivo il governo (centrodestra). In questo contesto processo breve, legittimo impedimento e fondi neri Mediaset non solo appaiono come un'inutile fastidio, nei rapporti tra gentiluomini che sanno come funziona il mondo, ma sono lontani quanto le cronache locali di Baltimora per un lettore del Gazzettino del Veneto.
Detto questo è molto interessante notare come proprio entro questa necessità di infrastrutture, cemento e grandi opere si rivelino le grandi criticità del sistema Toscana.
Durante la tavola rotonda è emerso che la crisi economica ha intaccato non solo i consumi ma ha anche radicalizzato la tipologia di imprese presenti sui territori regionali. Ce ne sono diverse costrette a "innovare" (termine che va coniugato con occupazione sempre più precaria anche in fasce alte di specializzazione, cosa poco compresa anche a sinistra) e c'è una vasta zona grigia che sta precipitando verso l'obsolescenza (molte tra queste contengono contratti a tempo indeterminato, anche questo deve essere chiaro).
La scelta strategica della regione, come si è compreso durante la tavola rotonda, è di usare la rete delle infrastrutture come elemento che privilegia la crescita delle imprese innovative. Al netto della retorica è una scelta liberista di selezione "naturale" della specie: si crea un terreno che favorisce la scomparsa dei meno "abili" (tra cui le aziende che contengono contratti di lavoro più solidi, questo va da sè se si sa come funziona l'"innovazione").
E questa scelta avviene per un preciso motivo, ampiamente dibattuto nella tavola rotonda: l'economia (capitalistica) toscana è stagnante e per sopravvivere può solo puntare sulle esportazioni.
Le quali richiedono infrastrutture in grado di garantirne l'efficienza. Il nesso grandi opere-infrastrutture-
neoliberismo toscano si fa quindi chiaro. Ma devono essere chiari anche altri elementi e prima di tutto il fatto che gli indicatori di previsione non parlano solo di sostanziale stagnazione dell'economia toscana per almeno metà decennio.
C'è qualcosa di più: dal 2012 è dato per scontato (centrodestra o centrosinistra al governo) che l'intervento sulla spesa pubblica sarà ancora più drammatico vista la necessità UE di aggredire il debito pubblico italiano (il terzo del mondo). Questo non potrà non avere ricadute, è stato detto a Palazzo Medici Riccardi, su una parte rilevante dell'economia toscana alimentata dalla spesa pubblica (tra cui i servizi sociali, aggiungiamo noi).
Il nesso grandi opere-infrastrutture-neoliberismo toscano che emerge è quindi, al netto delle frasi da marketing,una scommessa delle classi dirigenti locali rispetto al rischio di un crack sistemico dei prossimi anni a venire generato dalla crisi delle imprese "non innovative" causa crisi economica globale e dal previsto robusto impoverimento della spesa pubblica da erogare. Una vera forbice in grado di stritolare ampie porzioni di società toscana anche molte di quelle fino ad adesso garantite.
La scommessa per uscire da questa forbice ha margini di incertezza. Quelli toscani stanno tutti nella creazione, come è emerso alla tavola rotonda, di un sistema metropolitano della Toscana che funzioni grosso modo come il vecchio patto di Varsavia (eh si). Ovvero con zone che si specializzano in un tipo di produzione integrate a rete con le altre. Questa disposizione dei territori favorisce un governo centrale, non centralizzato che è altra cosa, che guiderebbe la regione verso una fisionomia marcatamente liberista e governata dal centro, una sorta di Singapore in Italia.
Ora per il 2020 l'Irpet di fatto dà già come sostenibile un futuro regionale simile al modello Singapore. Viene chiamato eufemisticamente "una società più dinamica e più diseguale" (la retorica della ricerca di centrosinistra sa essere graziosa di fronte ad ogni genere di disatro sociale) e possiamo trovarne traccia in questo rapporto.

Di fronte a questo genere di politiche c'è quindi solo da domandarsi se la scommessa sarà "vinta", con la creazione di una sorta di Singapore tra Livorno e il Chianti, o se sarà persa precipitando la Toscana verso il deserto post-industriale senza neanche spesa pubblica di supporto.
Viene da sorridere se si pensa che entro questo contesto ci sta anche Livorno. Specie per quanto riguarda la logistica portuale che è vista come parte integrante di questo sistema regionale di infrastrutture che tende all'esportazione come arma economica (proprio come fanno la Cina o Singapore). Viene da sorridere perchè sappiamo che la classe dirigente locale questi processi è solo in grado di subirli. Poi ci penserà il Tirreno a sistemare le cose per farle apparire il meglio possibile di fronte all'elettorato.
Che deve avere chiara una cosa: una economia che punta alle esportazioni o è ad alta tecnologia e ad alta diplomazia (vedi la Germania) o è a basso costo del lavoro. Siccome la Toscana non è la Germania chi sosterrà l'eventuale "innovazione" delle imprese toscane tese verso una maggiore esportazione?
E sorprattutto con quali contratti di lavoro?
Benvenuti nella mite Toscana, terra di scommesse. Che, se vinte, trasferiranno il sud-est asiatico in questa regione. Poveri cinesi di Prato, magari sono fuggiti per evitare condizioni ambientali e di lavoro che finiscono per riprodursi da un continente all'altro.
Quanto a Livorno è ormai chiaro, Cosimi non è neanche in grado di percepire il disastro che sta alimentando con il solo fatto di entrare in comune la mattina, dopo la consueta abbondante colazione.

per Senza Soste, Ian St.John

6 febbraio 2010
AddThis Social Bookmark Button