Lo sguardo fuori dal guscio

Intervista ad Edoardo Gabriellini, attore e regista labronico, protagonista vent’anni fa di Ovosodo

Chi lo sa, forse sono rincorbellito del tutto o forse sono felice. A parte quella specie di ovo sodo dentro che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico.”

Venerdì 12 settembre 1997 usciva nelle sale Ovosodo, terzo lungometraggio del regista livornese Paolo Virzì, una settimana dopo aver vinto il Premio speciale della giuria alla 54ª Mostra del Cinema di Venezia. Questa estate la città omaggerà il ventennale dell’uscita di un film che a Livorno è stato tanto amato quanto odiato. Un film che al di là di superficiali esaltazioni e strumentali lodi da parte della politica locale ed a prescindere dalle critiche estetiche, sociali, politiche che durante questi venti anni sono state mosse, allora cambiò prospettiva sul proprio futuro a molte persone che parteciparono con vari ruoli e compiti alla sua realizzazione, tracciando per molti un solco da seguire. A partire dal giovane protagonista di quel film, Edoardo Gabbriellini, nato a Pisa il 16 luglio del 1975, cresciuto a Livorno, ora attore e regista affermato con importanti lavori e collaborazioni sia nell’ambito del cinema (da Luca Guadagnino a Michael Winterbottom) che della televisione (su tutti Corrado Guzzanti) da anni trasferito a Bologna. Abbiamo approfittato della sua presenza a Livorno, ospite della recente ultima edizione del Fi-Pi-Li Horror Festival (dove è stato presentato il suo film del 2012 Padroni di Casa), per incontrarlo ed intervistarlo.

Vent’anni fa è un uscito un film che probabilmente ti ha condizionato la vita.

Mi ha condizionato, modificato e stravolto la vita direi. In tutti sensi. A 21 anni avevo appena finito il primo anno di Università a Firenze, studiavo Lettere moderne. Nella pausa estiva mi ritrovavo a fare i tuffi al Sonnino e li ho incontrato il fratello di Paolo Virzì, Carlo che mi ha proposto una roba assurda, alla quale non avevo mai pensato; fare l’attore in un film.

Come spettatore sono sempre stato compulsivo: con la mia amichetta Alessandra già a nove anni delle volte la domenica in Bmx correvamo dal Metropolitan all’Odeon, perché facevamo lo spettacolo delle 15 nel primo e poi andare a quello delle 17.30 dall’altra parte, ma tutto qui.

Se penso a tutto il percorso successivo, a quello che sto cercando di fare tutt’oggi, vent’anni dopo, è indiscutibilmente figlio di quella esperienza inaspettata.

In Ovosodo interpretavi il protagonista Piero Mansani, che dal Liceo finisce poi in fabbrica, te invece nella realtà alle superiori hai fatto l’ITI..

Fu una scelta dettata dal cuore e da un po’ di pigrizia esistenziale… alle medie dissero ai miei che sarei stato adatto ad un liceo, ma il mio migliore amico andava all’Iti. Mi avevano detto che dopo una scuola tecnica come quella spesso non importa fare l’Università e dato che in quel periodo avevo voglia di fare tutto tranne che di studiare mi sembrò la via più ovvia. Dopo il triennio, fuggito da meccanica e passato al Geometri, grazie alla Professoressa Cinzia Consoli ho sviluppato la passione per la lettura e la letteratura Di lì ho fatto un salto verso altro, sono andato a studiare a Firenze, dove ho cominciato a frequentare attivamente un centro sociale e dove ho sviluppato una passione per le pellicole super8 trovate nei tanti mercatini in città. La coincidenza dell’incontro con Virzì forse rientra quindi in una prospettiva vaga e stonata che avevo, in qualche strano modo aderente a quel mondo.

Prima di entrare in contatto con il mondo del cinema e della cultura in genere, quale era la tua prospettiva di futuro nella Livorno di metà anni ’90?

A quell’età eravamo in tanti credo a non saper neanche pronunciare il termine “prospettiva”. Mi ricordo che Livorno sembrava Seattle da quanti gruppi suonavano…io non suonavo ma mi è sempre piaciuto frequentare i “fondini” dove si ritrovavano le band. Gli stimoli creativi erano davvero tanti. C’era tutto, non c’era niente. Le giornate erano eterne e pensavo che avrei condiviso vinili con il mio amico musicista Simone Soldani e parlato di quanto saremo stati ganzi domani, per un tempo infinito. E’ stato magico.

Una creatività che però non emerse dal film, e alcuni ambienti mossero da subito critiche ad Ovosodo per come rappresentava la città, soprattutto all’esterno, dando l’idea di una Livorno appiattita sui luoghi comuni e con il protagonista che alla fine, da talentuoso studente, finisce in una situazione normalizzata ed autoconsolatoria sull’asse fabbrica-famiglia.

Andiamo per ordine. La faccenda dell’immagine di Livorno credo che sia una totale idiozia. All’uscita dei 4 Mori, dopo la prima, qualcuno mi disse con tono irritato che non si parlava della situazione del Porto e neanche del cantiere navale, come se il film dovesse essere un ritratto documentaristico e fedele da tutti i punti di vista, antropologico, sociale e politico della città; Virzì non ha mai inteso il film in quei termini, dato che si voleva raccontare una storia universale di formazione. Oggi ahimè la fine con il personaggio che finisce in fabbrica viene da rimpiangerla, perché adesso di fabbriche non ce ne sono più e di conseguenza non c’è più lavoro: è un mondo che non esiste più quello del film. Negli anni mi sono ritrovato a parlare con coetanei come noi in tutta Italia che si ricordano quel film con un affetto emotivo legato all’empatia per un personaggio che indiscutibilmente evoca una verità romantica di quel periodo. Detto questo penso che un film sia sempre un operazione politica, ogni espressione artistica è politica e quindi è interessante aprire una discussione in quei termini. Forse su questo film in questa città ne abbiamo approfittato, un po’ per noia un po’ per cinismo forzato.

Prima si parlava di musica, di gruppi: tra le altre cose fatte dopo quel film hai anche prodotto il disco omonimo dei Flora e Fauna nel 1998

Loro erano un gruppo che amavo e quindi mi sembrò naturale l’idea di produrgli un disco. Avevo guadagnato un po di soldi con il mio primo film e finalmente potevo dar forma al mio amore per la musica; visto che non sapevo suonare, almeno come produttore. È stata un’esperienza molto interessante e mi dispiace che si sia fermata lì…

Dopo Ovosodo hai lasciato Livorno..

In realtà dopo Ovosodo ho lasciato Firenze dove studiavo. Il cinema è romanocentrico e quindi ne ho approfittato e mi sono spostato a Roma per qualche anno, ma per me era troppo faticoso vivere in quella città così aggressiva e arrogante e allora mi sono spostato a Bologna. Lì ho ritrovato la dimensione della provincia evidentemente più adatta a me con in più la presenza di una delle cineteche più importanti del mondo che mi ha regalato tante emozioni incredibili. Il cinema è molto presente nel tessuto sociale della città, è raro vedere le fila davanti ai cinema come succede a Bologna.

Già Bologna, una città importante sul piano dell’esplosione della creatività, delle radio libere, siamo partiti dal ventennale di Ovosodo ma quest’anno cade il quarantesimo anniversario di un anno straordinario quanto drammatico come il 1977 che davvero come orizzonte avevo un modello opposto alla chiusa del film di Virzì del ’97. Com’è Bologna ora da questo punto di vista?

Paragonata alle cronache di quel periodo non puoi far a meno di pensare che ormai sia finito tutto e che è una città piccolo borghese del nord Italia, ma in realtà rimane una città molto viva culturalmente, esistono tantissime isole con spirito critico e di discussione che sono molto interessanti. Non ho gli strumenti per dire se siano direttamente figli del ’77 ma mi viene proprio da pensare almeno che siano parenti stretti. E’ come se sotto avesse mantenuto una brace ancora viva e che in periodi alterni arde di più o di meno, ma indiscutibilmente è lì.

Sul piano professionale il tuo percorso, ricordiamo che con Ovosodo ti fu assegnato dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani il prestigioso Premio Pasinetti, è stato decisamente interessante..

Per stare davanti a una macchina da presa ci vuole un carattere particolare. Nel tempo ho avuto sempre più difficoltà, tranne rare e amichevoli situazioni. Situazioni umane che mi mettessero a mio agio, con Luca Guadagnino nello specifico ci conoscevamo da anni eravamo già molto amici e nel momento in cui ha pensato a me come il cuoco di Io sono l’amore (2009), conoscendolo e condividendo con lui una idea di cinema molto simile tutto è venuto naturalmente. Il lavoro di preparazione per il film è stato unico e molto bello.

Ma come dicevo prima mi ero già orientato alla regia con B.B. e il Cormorano (2003) che è stata un’esperienza per me a dir poco lisergica… Ripensandolo adesso non tornerei indietro su niente e sicuramente è stata l’esperienza più formativa nella mia vita nel cinema, sia per comprendere i rapporti con la produzione che la stessa mia idea di messa in scena che si formava secondo dopo secondo nella mia doppia veste di regista ed interprete. Roba da finire alla neuro. Detto questo le altre esperienze che si sono stratificate spesso sono capitate sul cammino. Anche la collaborazione con Gianni Morandi per Padroni di Casa è nata da un’idea condivisa come pensiero ad alta voce con Valerio Mastandrea. Un progetto che si è sviluppato come per scatole cinesi, dove via via veniva fuori un pezzetto dopo l’altro del film. Anomala la gestazione produttiva ma anche la realizzazione rispetto a un panorama dove un film del genere con cast del genere viene tutt’ora guardato storto. Da li anche le esperienze televisive che ho fatto sia con un personaggio come Corrado Guzzanti (Dov’è Mario?, 2016, Sky Atlantic) e poi adesso con In treatment (serie tv coodiretta insieme a Saverio Costanzo) sono figlie una dell’altra. Di come attrai un certo tipo di personaggi e di storie entrando in contatto con determinate esperienze. A seconda di come ti posizioni capisci se trovi l’incastro giusto, altre volte magari non è successo. Con Corrado ad esempio è successo. Il copione che aveva scritto insieme al suo co-sceneggiatore Mattia Torre era esaltante, mi divertii moltissimo a leggere una storia dai toni e dal lessico comici, come nel suo stile classico, ma con una forte e feroce venatura horror. Per me è stata una grandissima occasione e lo ringrazio che abbia pensato a me per dirigerla.

In questo tuo percorso di crescita professionale secondo me ha saputo sfruttare al meglio questa stratificazione di esperienze diverse. Molti si sono stupiti del salto di qualità tra un film come BB e il Cormorano ed appunto Padroni di casa, ma se uno va a vedere cosa hai fatto nel frattempo..

Questo lavoro spesso sembra un gioco. E come gioco va preso molto sul serio per riuscire a divertirsi e farsi sorprendere.

Torniamo all’inizio: da quant’è che non vedi Ovosodo?

Credo di averlo rivisto cinque o sei anni fa, ero in albergo e l’ho trovato facendo zapping. Ho avuto un iniziale senso di disagio, a rivederlo a risentirmi… tornare sul luogo del delitto spesso è un’esperienza spiazzante. Poi in vece, in un modo o nell’altro, come quando si guarda un film horror con le mani davanti agli occhi, l’ho spiato e me lo sono goduto tutto.

In questi vent’anni è cambiata la tua prospettiva su quel film?

Devo tutto a quel film, ma devo ammettere che c’è stato un momento in cui, per il grande e duraturo successo del film, dalla mia gioia si è trasformato nella mia croce, e quindi ho sentito che dovevo emanciparmi da “Ovosodo”. C’è stato un lungo periodo in cui mi son dato un tono ribelle nei suoi confronti, in cui l’ho snobbato. Poi mi son svegliato e ho potuto con piacere tornare a volergli tanto bene.

Chiudiamo questa intervista citando una battuta di quel film, “non sei più quel pischello di provincia che crede ad ogni cosa che gli dicono”?

Come no? Certo che lo sono!

a cura di Lucio Baoprati

Versione integrale dell’intervista pubblicata sul N°127 dell’edizione cartacea di Senza Soste


Leggi anche:

Vi(r)zì & Virtù. Tutti i santi giorni & Padroni di casa.


 

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