Lo Zigzagare poetico di Simone Lucciola: View Master

La silloge poetica di cui stiamo parlando View master, prende il nome di un desueto sistema di riproduzione stroboscopica della realtà, che restituiva un illusione riproducente in genere panorami di luoghi naturali e di città lontane, semplicemente accostando gli occhi al detto visore, lo stesso che troneggia sulla copertina dell’omonima silloge di Simone Lucciola, poeta, cantante punk (Gioventù Bruciata, Blood ’77), giornalista e artista visivo di Formia.

Sono dieci le poesie qui raccolte, non solo sette come erano le immagine raccolte nei dischetti che si infilavano nel VM negli anni settanta, composizioni che affastellano immagini dense di squarci di realtà fatta a brandelli, non certo dalle lenti del visore, ma dalle dallo sguardo e dalle parole del poeta sempre lucidamente visionario, anche quando si definisce ironicamente senza la più visopallida idea.

Ma il poeta, in fondo, lo è sempre visionario, tanto più lo deve quindi  essere un’artista sfaccettato come il nostro, abituato a tracciare flash di vita, di luoghi e di volti nelle sue canzoni e nelle sue elaborazioni visive, il cui tratto personale, corposo e aggressivo, sembra ripetersi qua, nelle dieci polarizzazioni di esistenza che sono le poesie contenute in questa silloge da poco uscita per Ghenomena.

Il visore di plastica del titolo, meraviglia decaduta e desueta di una modernità ormai tramontata, diventa allora la trasparente metafora di uno sguardo poetico a più dimensioni, stroboscopico, appunto, che vaga stralunato e sarcastico per un mondo sconvolto e plastificato, dove spesso il poeta rivolta e trasfigura ghignando delle espressioni consunte, come senza maramaldeggiare sui ferrucci, o ho perso un amico/ma vedrai che lo ritrovo.

Un mondo difficile da racchiudere in idilliache  rappresentazioni, come faceva in realtà il succitato plasticoso visore, ma che si presta meglio a straziate dichiarazioni come quella che recita Ma vivere in alcuni luoghi è già di suo una barbarie, un universo di visioni e sensazioni dove anche la poesia si trova a desiderare una sorta di annullamento di se stessa, quasi per impossibile aspirazione  alla auto rigenerazione, quando ci si augura che questo libro potesse essere immerso un giorno nel verde del mare/e poi regalato. La purificazione poetica, per quanto come si vede, sia paradosso impossibile sebbene sperato, balugina come il mito pagano di un rito salvifico, ai margini di un vissuto in cui non c’è bene, visto che si invoca non perdiamoci il Paradiso/che poi è sempre, per definizione, altrove:/lì serenissimo, qui invece piove.

E’ un universo poetico e umano, quello dove Simone si muove poetando, dominato dal wandering, dal vagabondare profetico caro anche a due grandi miti del novecento, il cui culto e amore condivido con lui, Dino Campana e p’tit jean Jack Kerouac, due artisti diversissimi che avevano fatto del movimento la ragione della loro vita e della loro scrittura inquieta.

Sempre di vagabondare si parla qui spesso, però è un vagabondare a cui qui il poeta toglie ogni aura mistico- sacrale per portarlo nel terzo millennio, in mezzo alla desolazione della provincia laziale (Nel mio paese c’una brasserie degli anni ottanta/una notte sul lungomare, un pomeriggio in centro) , come in quella della viciniora metropoli, Roma (e poi sentirsi come un corriere DHL d’a’ a Lazio/sotto le colonne di Porta Portese) oppure Berlino (Ma era autunno inoltrato e così mi persi a Kreutzberg) o la altrove solare Palermo, qui sfondo di ricerche senza meta e senza senso, e mi ero perso per strada una serie di cose/che non avrei ritrovato a Ballarò.

Il promenarsi lucciolesco per i luoghi, che vediamo costantemente dominato da un sarcastico senso di smarrimento, vista la saturnina giocosità dei versi, una giocosità mai ilare s’intende, ma sempre scontrosa e sarcastica, viene spesso ingannato e deviato con disvelamenti privi di qualsiasi sorpresa, com’è d’uopo nella nostra comune condizione di angoscia quotidiana, nel mio paese però non c’è una brasserie/né una miniera né un consimile contesto, quando ci si aggrappa al gioco sonoro di allitterazioni e paranomasie per non scivolare nel muto buio della desolazione quotidiana, quando il colore alla vita te lo può dare solo un finale epigrammatico da manuale Chi beve da solo si strozza.

Quindi volendo raccogliere in tutti i modi l’invito del poeta, da lettore e da recensore, prederei questo libro e me lo porterei in giro, magari andrei in qualche bar, mi farei portare una pinta, al limite mezza, di rossa o di Stout, perché si vede chiaramente (non fate inutili domande!) che

Simone è poeta da birra e non da vino, né sicuramente può mai essere astemio nemmeno per sbaglio. Arrivati al dunque, birra in una mano e libretto nell’altra inizierei a leggere, magari ad alta voce, per il piacere condiviso degli astanti, meglio se già bevuti, pensando all’inevitabile ed amaro ritorno a casa la sera torno a casa vuoto/e non so che palafreno seguire nel quartering.

inviato a Senza Soste, Falco Ranuli

26 marzo 2018

Simone Lucciola “View – Master” Ghenomena , 2018 euro 8

 

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