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Il rischio alluvionale a Livorno. Il punto della situazione

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livorno_allagataI disastri ambientali abbattutisi in Italia in questi giorni meritano una riflessione estranea al pietismo degli inutili quanto complici media, così come alla semplice e sterile indignazione. Ma soprattutto devono dare l’occasione di interrogarci sulle condizioni idrologiche del nostro Comune.

Sarebbe possibile a Livorno una catastrofe quale quella che ha coinvolto la Lunigiana e le Cinque Terre prima, Genova e il piemontese poi?

Parliamo intanto della connotazione orografica e del clima labronico. I livornesi ben sanno che la collocazione che ha la loro città è tra le migliori d’Italia. Mai troppo caldo o troppo freddo, aria (inquinata ma) spazzata dal salmastro, siamo un comune a basso rischio terremoto, frane e alluvioni. In effetti Livorno non è in collina, le ha giusto alle spalle ma le loro pendenze sono lievi e tengono botta. Infine non è sulle sponde di qualche grande fiume. Potrebbe quindi far fronte ai 400-500 millimetri d’acqua caduti in sei ore, senza subire danni? No.

Sgombriamo il campo da falsi miti: piogge con intensità pari a 100 mm/h sono difficilmente gestibili da qualsiasi tipo di sistema fognario o corpo idrico (laddove la fognatura bianca confluisce i pluviali). Anche se gli alvei dei fiumi fossero puliti e non ridotti al lumicino da lottizzazioni selvagge, qualora le precipitazioni continuassero per ore come accaduto nell’episodio del 25 Ottobre, renderebbero impossibile un deflusso senza allagamenti. Stiamo infatti vivendo straordinarietà climatiche. Per chi non se ne fosse accorto o fosse ancora scettico, già da cinque-sei anni il riscaldamento globale è realtà. La Terra si è trasformata in una pentola d’acqua con sotto il fuoco acceso sempre più alto. E la catena degli sconvolgimenti climatici conseguenti è in atto: oltre a estati infinite e torride si osservano precipitazioni sempre più intense (perché ricordatevelo l’acqua non può andarsene dall’atmosfera). Per cui, c’è da metterselo bene in testa, la condizione in cui viviamo adesso è quella di emergenza. Di anomalia rispetto gli standard su cui la nostra società ha accampato buona parte del suo sviluppo e della sua progettazione civile. Questo sottolinea quanto sia imprescindibile e obbligatorio che oggi le opere di ingegneria civile e ambientale siano concepite in maniera da far fronte a queste emergenze così come la manutenzione di pendii, fiumi e vecchie infrastrutture. Perché limitare i danni si può e si deve.

E qui arriva il ruolo dei politici, degli economisti e dei media che spingono ogni giorno al diktat dello sviluppo per poi stringersi nelle spalle quando accade qualcosa di brutto. Nell’Italietta della crisi, dello scempio ambientale e dell’abbandono dell’alta valle o dei terrazzamenti (quelli che sono venuti giù a Vernazza e Monterosso) è già scritto lo scarto rispetto le necessarie risposte di adattamento al global warming.

E allora torniamo a Livorno.

Livorno, come è stato detto, non ha particolari problemi con la pioggia ma nello scorso 6 febbraio 2009 è finita sott’acqua. Si trattava di una di queste bombe d’acqua dei giorni nostri? Beh, alla luce di quanto avviene oggi, potremmo dire una “bombetta”. L’alta intensità durò solamente per mezz’ora e nel totale piovvero 125 mm. Poco rispetto quanto avuto in Lunigiana. Il risultato comunque fu mezza città allagata, in particolar modo le zone di confluenza della pioggia, e nella parte Nord si assistette all’esondazione di un torrentello che a mia memoria non aveva mai dato problemi, l’Ugione.

Tutto questo per 125 mm di acqua. Non sono tanti. Se gli scienziati calcolassero, attraverso complessi calcoli matematici, “il tempo di ritorno” di un evento del genere con le frequenze condizionate dal global warming otterrebbero un periodo inferiore ai dieci anni. Tradotto in altri termini: tra meno di dieci anni si ripeterà una pioggia del genere.

Ed allora uno si deve chiedere se quelli che amministrano il nostro territorio hanno nel frattempo fatto qualcosa per evitarci un bis in termini di allagamenti.

Vediamo in merito all’Ugione. Nei giorni seguenti l’alluvione livornese si venne a conoscenza che c’era in corso la progettazione di una nuova cassa di espansione sull’Ugione. Per quanto ne sia già presente una (o due) il Comune di Livorno nel 2008 approvò la variante al Regolamento Urbanistico per la realizzazione di questa opera ulteriore (http://www.comune.livorno.it/pages.php?id=500&lang=it) .

Sul Tirreno di quei giorni si trova un articolo che dice che “la cassa di espansione esistente non ha funzionato o meglio ha funzionato solo in parte” “l’argine di sinistra è franato e l’acqua è entrata solo parzialmente nella cassa”. Prosegue dicendo: “Per mettere in sicurezza la zona commerciale e industriale, la Provincia realizzerà - più a valle, sulla sponda sinistra del torrente nel comune di Livorno - un’altra cassa di espansione da 13.600 metri cubi.”

Si capisce quindi che la Provincia di Livorno nella persona dell’ignavo Kutufà è responsabile di quest’opera. Di fatto alle Provincie vanno le competenze in termini di Assetto del Territorio. Si può quindi immaginare quale sia stata la sorte dell’opera in mano al presidente noto per il suo non vedo-non so-non posso (vedi vicenda della Discarica di Limoncino, dei tagli al trasporto pubblico, dei tagli ai precari compiuti senza cercare troppe alternative) e del corrispettivo Dirigente di settore (tale Bartoletti): dal 2009 sulla stampa la cassa d’espansione viene menzionata solo annunciare l’aggiudicazione dei lavori, poi i soldi vengono a mancare, Kutufà scrive al Governo (e scrivi, scrivi…) e tutto finisce lì. Del resto se non ci sono i soldi… Mai però mancano a sufficienza per far arrivare certa gente a dimettersi.

Passiamo ad altro. Sotto accusa il giorno dell’alluvione finì anche ASA ed il sistema fognario colabrodo. ASA sappiamo benissimo quale inefficiente gestore sia stato nel corso degli anni. Conseguenza di ciò sono tubature fognarie (e così quelle del gas) rovinate e inadatte in certi punti.

A distanza di un anno dall’evento del 2009 ASA ha finalmente cantierizzato molte strade, in particolar modo nel centro, per la sostituire le condotte vecchie con delle nuove, più grandi (e non ostruite come erano le prime). Nell’auspicio che questi interventi siano stati progettati secondo le esigenze e che siano ampliati a tutta la città, in questo ambito registriamo meno immobilismo (beh visto che li paghiamo…), anche se c’è da aspettare il prossimo forte temporale per dare dei giudizi.

Ed infine restano le nuove lottizzazioni. Il Comune ha forse messo freno alla cementificazione dopo il 2009? No, in questi due anni si è deciso di lastricare migliaia di metri quadri con il progetto del Nuovo Centro, così come è stato fatto prima con Salviano 2 e Coteto 2. Tutta quell’acqua che non permeerà nel terreno finirà in quelli che noi chiamiamo fossetti ma che in realtà rappresentano le sole vie di defluizione dell’acqua piovana sul nostro suolo: il rio maggiore, il botro felciaio, il rio ardenza. Tutti corsi già in parte tombati con limitate capacità di gonfiare le loro portate.

Verrà preso in considerazione questo fattore ai fini del prossimo Piano Strutturale? A che punto siamo nelle capacità di sopportazione dei nostri invasi? Qualcuno lo sa?

Siamo in un contesto storico dove le amministrazioni volenti o nolenti sono diventate più “vuote”, attendere che siano esse a far qualcosa per noi è inutile. Se mai c’è stato un tempo dove potevamo permettercelo, adesso, per il bene del nostro futuro, è cosa quanto mai di più sbagliata non intervenire nella cosa pubblica.

Il clima e gli ecodisastri sono due cose che ci riguardano, nel senso che dipendono dall’azione dell’uomo. Quanto la criminalità o il successo di una trasmissione televisiva. Anche se la capacità di incidere su questi fattori parte da lontano, serve partecipare direttamente, con azioni positive nei loro riguardi (tipo consumare meno, riprendersi la campagna), così come indirettamente controllando in maniera decisa le istituzioni nel loro operato (vedi la vicenda Limoncino).

Dalle associazioni ai media, dai partiti politici fino agli ordini professionali, tutti questi soggetti livornesi dovrebbero essere i primi a porsi le problematiche indicate sopra senza trovarsi a condannare a freddo la cementificazione, dopo il prossimo diluvio. Trovare l’interesse e gli strumenti per lavorare in prospettiva e a priori sui punti di crisi, questa è la via d’uscita.

In ultima battuta, partendo dalla costatazione dello stato di emergenza citato sopra e dal concetto di partecipazione come diritto-dovere del cittadino, i singoli devono anche far proprie pratiche individuali che prescindano dalle autorità, specie qualora ne vada a discapito la propria vita. Lavorare, mettersi sul divano e delegare non sono condizioni sufficienti a tutelarsi. Informarsi delle situazioni di allerta e saper rinunciare in condizioni di pericolo imminente alle mansioni ordinarie collettivamente può servire quanto le dichiarazioni dello stato d’allarme da parte dei Sindaci. Tanto più che arrivano sempre in maniera tardiva.

per Senza Soste, Lady Godiva

6 novembre 2011

Nella foto: Barriera Margherita (V.le Sauro) il 6 febbraio 2009

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