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Finanziare Borgo Cappuccini. Subprime Cities e Actor-Network Theory a Livorno

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corso_mazzini_corso_umbertoSe si ha il tempo di passare a piedi, senza rispondere al cellulare o senza parlare comunque con qualcuno, camminando per Corso Mazzini proveniendo dall’Astra si può notare distintamente la presenza stabile di uno dei più potenti fattori di trasformazione di Livorno. Nello stesso marciapiede troviamo infatti, stretti l’uno accanto all’altro, una piccola agenzia di scommesse, un "compro oro" e due sportelli di una finanziaria. Nel marciapiede di fronte a questa vera e propria filiera di sportelli, tipica dell’economia delle città subprime, c’è l’ufficio di un’altra finanziaria. Teniamo conto che si proviene da un percorso che, poche decine di metri prima, ci ha mostrato una storica agenzia di scommesse e un casinò in costruzione. Quello che è accaduto a Livorno, non solo in Borgo, è un fenomeno tipico dei processi non solo di deindustrializzazione ma anche di mancato nuovo modello di sviluppo: il territorio comincia a perdere i propri elementi di organicità, prendono piede la leva dei profitti immobiliare e quella finanziaria a livello macroeconomico, si sviluppa infine una leva finanziaria a livello microeconomico per sostenere il tenore di vita diffuso e le piccole attività individuali. Quest’ultimo fenomeno è accaduto, anche in forme accelerate, in Usa e in Gran Bretagna, e nel complesso ha preso dimensioni tali da rendere possibile la bolla finanziaria del 2008. Già, perché della crisi dei subprime pochi hanno raccontato l’altro volto: non solo quello della speculazione finanziaria ma anche quello dei territori che, per finanziare il proprio tenore di vita, non avevano altra via che affidarsi a una vasta gamma di prodotti speculativi. Dietro Lehman Brothers che esplode infatti non ci sono solo le guerre finanziarie tra agenzie di rating, fondi speculativi e assicurazioni. Ci sono miriadi di territori che hanno premuto sul mercato finanziario per trovare una soluzione ad esigenze immediate fattesi insopprimibili.

Siccome da una attività economica si possono dedurre i lineamenti della composizione sociale di un territorio, guardiamo i nostri negozi. Il "compro oro" può servire, indifferentemente, per trasferire capitale verso l’agenzia di scommesse come verso la finanziaria. Simbolicamente sta infatti proprio nel bel mezzo di entrambi. Non si guardi la questione dal punto di vista moralistico. E non si scambi l’agenzia di scommesse per il tabaccaio dove, a pochissimi metri di distanza, si può giocare con il gratta-e-vinci e le lotterie nazionali di ogni genere. Il rapporto con l’agenzia di scommesse non è solo tentare la fortuna, come hanno già capito in diverse metropoli italiane. Qui si genera un’economia: tra la finanziaria e l’agenzia di scommesse, dopo aver liberato, velocemente e al ribasso, il capitale al "compro oro", ci sta la differenza che passa tra un investimento a interesse programmato (comunque alto se si è debitori e con i suoi fattori di rischio se si è creditori) ed uno che è potenzialmente ad alto rischio ma anche ad alto rendimento. Sono le due facce della finanziarizzazione della vita microfisica  dei territori. E prima o poi finisce che i capitali realizzati nell’agenzia di scommesse finiscono nella finanziaria e viceversa, qui in una logica di forte frazionamento del rischio non solo di capitale dissipativo. Da questi fenomeni si sviluppano microeconomie tese alla stabilizzazione del reddito familiare, a sostenere nuove professioni, ad integrare le vecchie. Nonché a salvaguardare, quanto possibile, i livelli di consumo.

A questo livello di finanziarizzazione della vita sociale non c’è da stupirsi se, anche in quartieri popolari, qualcuno magari in televisione dia più un’occhiata allo spread che alla precarizzazione del lavoro. Tanto la precarizzazione è avvenuta meglio guardare a cosa si pensa essere un indice di tenuta del sistema. In Subprime Cities, a cura di Manuel Aalbers (2012), il rilievo nella vita dei territori di questa finanziarizzazione microfisica delle attività quotidiane, che si fondono tra mercato e scommesse, è indice di una profonda crisi della vita locale che la subisce. E’ indice quindi di un ultimo stadio di una economia territoriale che, non essendo in grado di sostenersi, alimenta la domanda di capitali di rischio. Possiamo dire che i bassi salari cercano una soluzione al problema del tenore di vita alimentando la domanda di capitale di rischio. Il quale moltiplica le modalità di offerta: sappiamo infatti pochissimo di come sul territorio si usufruisca dell’online in questo settore. Finisce in genere che su un territorio la bolla immobiliare, che sostiene quella finanziaria, esplode per prima trascinando con sé anche il mercato del denaro. A quel punto non restano che le scommesse. E qui una domanda: come mai, nonostante la fase di stanca del mercato, a Livorno i prezzi delle case restano alti? Perché per adesso, i due mercati, quello immobiliare e quello finanziario, si tengono. Si danno le case in garanzia per le operazioni finanziarie, se scendessero troppo velocemente i prezzi delle abitazioni il settore finanziario finirebbe sinistrato.

E’ evidente che Livorno regge sulla classica economia da bolla: a quella generata dalle pensioni negli anni passati si è sovrapposta quella immobiliare-finanziaria di tipo macroeconomico, poi quella microeconomica. Viene da sé che nessuno dei soggetti politici attualmente in campo a Livorno è capace di governare il fenomeno. E anche sulla capacità di comprenderlo è lecito nutrire forti dubbi. Qui ci si balocca ancora sulla centralità del Pd, se vada spostato a destra o a sinistra, non comprendendo che si tratta di un organismo politico che si riproduce proprio entro ogni genere di bolla. Verrebbe da dire un parassita, se non si ricordasse la letteratura di Sérres in argomento che è vi trova invece una forma positiva del vivente. In effetti il Pd è il partito che si riproduce nella paralisi irreversibile rispetto alla bolla, il parassita in qualche modo si muove.

Ma quale composizione sociale emerge da questo genere di finanziarizzazione della microfisica del territorio livornese?

Cerchiamo di rispondere a questa domanda a partire da una questione che, su Livorno, si pongono culture politiche diversissime tra loro. La questione verte immancabilmente sul perché, nonostante la crisi epocale, del territorio, non ci sia una risposta corale da parte di Livorno. Ognuno, per risposta corale, la pensa ovviamente a modo suo: chi pensa a forme di indignazione morale rispetto al principale partito cittadino, chi di rivolta, chi a manifestazioni sul lavoro, chi sull’ambiente, chi sullo stato di declino urbanistico nel quale versa la città, chi sulla sanità o i servizi. Oppure a forme di invasione nella partecipazione dei partiti o delle istituzioni tali da invertire la rotta di navigazione della città. Per ogni soggetto che immagini una qualche reazione politica gli indicatori che ha a disposizione marcano sia una precipitazione degli eventi che una reazione collettiva prossima allo zero. Come mai?

Viene da raccontare una non lontana esperienza personale proprio in Borgo Cappuccini, proprio vicino alle filiera di negozi subprime. Ad una assemblea, nella quale si discuteva di punti importanti della politica cittadina, si potevano ascoltare distintamente i colpi di tamburo,  provenienti dalla vicina palestra dove si faceva ginnastica per il fitness, piuttosto che le voci di chi interveniva. In passato sarebbe accaduto che qualcuno dall’assemblea avrebbe chiesto alla palestra di sospendere le attività. Invece al giorno d’ oggi, e gli automatismi sociali pesano, il tentativo di coesistenza tra le due dimensioni (quella politica e quella privata) provoca un rumore di fondo proveniente dal privato che è più elevato di quello prodotto dal politico. Si tratta di una percezione permanente, collettiva non episodica.

Quest’aspetto, se si vuole simbolico, si spiega con la specifica composizione sociale che si genera attorno ai processi di finanziarizzazione della vita microfisica dei territori. Un ottimo strumento per capirlo è Bruno Latour nel suo Reassembling the Social (2005). In definitiva Latour rompe con le categorie di interpretazione della società troppo generiche, scatole concettualmente vuote. Un concetto come quello di società civile così si trova ad essere un’astrazione priva di riscontro nella realtà sociale. In effetti, se guardiamo alla finanziarizzazione della microfisica del territorio livornese, fenomeno diffuso e non marginale, il concetto di società civile non serve affatto per spiegare cosa socialmente accade lì dentro. Latour si serve piuttosto, per spiegare i fenomeni socialmente rilevanti, della Actor-Network Theory.  Si tratta di una teoria che cerca di individuare gli attori sociali di un network a partire dalle tracce visibili che questi fenomeni lasciano all’osservatore.

La nostra filiera di negozi subprime di Borgo Cappuccini, in quanto visibile, si dispone così alla lettura non tanto come una fila casuale di attività commerciali ma come la traccia di un network di attori sociali tenuti assieme da un fattore di coesione: la finanziarizzazione delle attività sociali ed economiche della microfisica della vita quotidiana.

Il network si disporrà così attraverso i nodi di rapporti economici, sociali, linguistici, familiari, amicali, finanziari, simbolici che passano attraverso la nostra filiera di negozi. Questi rapporti toccheranno, direttamente o indirettamente, i rapporti professionali, quelli umani e quelli di senso. Attenzione però ad una precisazione di Latour: in questo genere di network gli attori (protagonisti) possono essere umani come non umani. Cosa si intende per non umani? Nel nostro caso si intende che i prezzi di acquisto del "compro oro", le quote delle scommesse, le percentuali di interesse dell’agenzia finanziaria possono essere elementi attivi, e quindi attori, della regolazione del comportamento degli altri attori presenti nella rete e per tutti i nodi del network. D’altronde questo fenomeno è comprensibile quando si formano network sociali il cui elemento di coesione ruota attorno alla finanziarizzazione della vita microfisica del territorio. E la codificazione dei rapporti sociali tramite i rapporti finanziari non è solo fatta di numeri. Ma anche di una dimensione simbolica e linguistica (cartelloni, pubblicità, linguaggio, slogan, gesti, modi di vestire, ambiente interno e immaginario riprodotto) che si sovrappone all’elemento finanziario, codificazione di legame di interessi in ultima istanza. E questa dimensione si integra con linguaggi, percezioni e comportamenti degli attori umani. In questo modo si costruiscono le logiche di network, che sono anche di senso anche se di mezzo c’è la finanza microfisica di rischio. C’è un ultimo aspetto da considerare, prima di far tirare su qualche considerazione utile per l’economia del nostro discorso: ancora in anni recenti, ben dopo la fine della fase fordista a Livorno, i negozi di Borgo Cappuccini facevano parte (e alcuni ne fanno ancora parte) di quel network chiamato quartiere. I cui attori principali non erano né prezzi d’acquisto di metalli pregiati, né tassi a interesse variabile e tantomeno le quote per il multiplo o per l’over nelle partite di campionato.

La filiera di negozi subprime di Borgo Cappuccini tende invece a distaccarsi dal network di quartiere formando non solo un complesso di interessi ma anche di senso distaccato dall’idea di vita collettiva. Il fatto che la finanziarizzazione della microfisica della vita quotidiana a Livorno sia un fenomeno diffuso, basta fare un giro in diversi quartieri, ci fa comprendere perché non sia diventata affatto episodica la separazione della vita privata dalla vita pubblica, nelle forme inedite che ha assunto, nella nostra città. E’ tipico infatti delle fasi di ristrutturazione che i network (familiari, economici, finanziari) tendano  a specializzarsi in funzioni specifiche (affettive, lavorative, finanziarie) finendo per separarsi dall’insieme, disgregandolo: e il rumore di fondo del privato è così sempre più forte di quello prodotto dal pubblico. Anzi spesso, osservando il territorio, si confonde questa sovrapposizione di network privati, che si dà naturalmente nello spazio urbano, come uno spazio pubblico. Così qualcuno passeggiando per strada è convinto di vedere la società civile quando siamo invece in presenza di un colpo d’occhio di una circolazione, e una sovrapposizione, di differenti network che neanche sono destinati a parlarsi. In politica questo fraintendimento lo vediamo quando si indicono manifestazioni convinti di parlare alla città quando, di fatto, si incontreranno solo pulviscoli di network dall’atteggiamento curioso o confuso. Non a caso poi ci si arrabbia perché i media non coprono l’evento o lo fanno male: si percepisce che in una società di network per la dimensione di assieme è decisiva la strutturazione comunicativa del piano mediale. Oltre che la ridefinizione dei rapporti sul terreno.

La ristrutturazione degli spazi urbani a Livorno , ma anche la conformazione di quelli digitali, non si muove quindi solo secondo le regole della leva immobiliare-finanziaria macroeconomica e microeconomica ma anche secondo quelle della strutturazione in network specialistici la cui dimensione di senso tende ad avere conclamata autonomia rispetto all’idea stessa di città. Livorno non ha più un centro, o ha fortemente indebolito l’idea di centro, e neanche "il luogo" in cui tutti in rete sono destinati a parlarsi. In entrambi i casi ha vinto la tendenza, non solo puramente economica, della specializzazione dei network.

Per cui è chiaro che tanto più la crisi è di un territorio tanto più i network tendono a dare più risposte possibili al proprio interno accentuando i caratteri autonomi che giù possiedono. Quindi chi si aspetta la risposta della città, della società civile, dell’elettorato alla crisi e non è in grado di pensare fino in fondo questi network non può né dare né avere risposte politiche. Si trova di fronte ad una sostanziale, o inefficace, assenza di reazione alla crisi senza sapere quale è la spontaneità sociale dalla quale emerge.

La sovrapposizione di bolle finanziarie sulla quale vive instabilmente Livorno, la creazione di miriadi di network irriducibili ad un senso comune sono fenomeni che impongono risposte forti, strutturali e innovative. E' vero che ci sono trasformazioni che sono sgradevoli, e che rivelano un fondo di incomprensibilità, ma è altrettanto vero che se non si affrontano gli effetti della loro presenza possono essere ancora più sgradevoli.

Le crisi si possono superare davvero ma a condizione che si sappia dove i propri piedi stanno camminando.

per Senza Soste, Nique la police

28 marzo 2012

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