Friday, Feb 10th

Last update:12:55:53 PM GMT

You are here:

Il razzismo di Livorno. Praticato di notte e negato di giorno

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 20
ScarsoOttimo 
razzismo_cina_e_islamI fatti di via dei Mulini a Livorno impongono una riflessione molto seria. Resa urgente dall’enorme confusione, a volte generosa altre interessata, riversata nella lettura dei fatti e nella formulazione delle possibili proposte. Proprio per questo dividiamo l’analisi di quanto è successo in due distinti elementi. Scenario e dinamica dei fatti. Una successiva analisi sulle prospettive e sulle politiche praticabili, che ci sono a differenza di cosa si pensa normalmente, verrà prodotta dopo una lettura del contesto dei prossimi giorni.

1) Scenario

Nel gennaio di quest’anno a Rosarno c’è stata una manifestazione, patetica e curiosa. Dopo  diversi giorni di caccia al nero nelle campagne, con tanto di fucili, come se gli extracomunitari fossero fagiani. Gli abitanti della cittadina calabrese sono scesi in piazza, con striscioni e cartelli, affermando che “Rosarno non è razzista”. Una manifestazione contro la caccia al bracciante africano nelle campagne? Non scherziamo, a Rosarno si manifestava contro i media che “avevano dato un’interpretazione razzista dei fatti accaduti”. Essere codificati come razzisti, e quindi riportati sui media come esempio negativo, rappresenta infatti una retrocessione dello status identitario di un territorio. Che comporta una perdita di valore degli immobili, il razzismo è sinonimo di povertà quindi abbassa il valore immobiliare, e la definizione un luogo come degradato che si incolla sull’identità degli abitanti.
Si rende quindi necessaria, nei processi di giustificazione e spiegazione dei comportamenti di violenta discriminazione, la separazione tra le pratiche di conflitto etnico messe spontaneamente in atto, per regolare i problemi di un territorio, e l’ideologia che le codifica. A Rosarno quindi caccia al nero nelle campagne “ma non si parli di razzismo”.
Contro questo genere di accusa di razzismo, che ha effetto negativo sui valori immobiliari e deprime il brand di un territorio, si muovono a modo loro le istituzioni. Commentando i fatti di via dei Mulini a Livorno, il presidente del consiglio comunale di Roma (se l’Ansa ha riportato bene la qualifica) ha affermato che in Italia c’è un rischio razzismo che va combattuto. Beninteso, come è stato fatto capire con chiarezza nel comunicato, cacciando gli extracomunitari e quindi risolvendo il problema. Il linguaggio della politica oggi è questo: il problema del precariato si “risolve” licenziando le persone, quello del razzismo espellendo masse di popolazione.
Persino il sindaco di Adrio, nel bresciano, famoso per aver negato la mensa ai bambini con famiglie non più in grado di pagare la retta della scuola, ha rifiutato l’accusa di razzismo. Lo ha scritto pochi giorni fa in un documento inviato  alle famiglie extracomunitarie del paese  dove c’era scritto che, letteralmente, dovevano accettare senza fiatare i costumi e le leggi del paese o andarsene. In una squallida parodia dei diritti civili il sindaco di Adrio ha scritto che riconosce agli extracomunitari quello che definisce “il diritto più grande” ovvero “quello di andarsene”. E ha anche scritto loro che questo non è razzismo. Figuriamoci che idea si devono esser fatti gli extracomunitari dei diritti civili. Poi ci si lamenta del fatto che, magari proprio quando sono all’estero, gli extracomunitari si radicalizzano e abbracciano la legge coranica.
Visto che le leggi della comunicazione politica di oggi prevedono che, per ricevere consenso, si debbano usare anche gli argomenti dell’avversario la destra ha lavorato molto ad una reinterpretazione del significato del concetto di razzismo. Proprio per rovesciarlo contro l’avversario. E il successo dell’operazione è stato così clamoroso che l’avversario, privo ormai di un proprio spessore culturale,  ha finito per interiorizzare come persino per aderire alla rilettura del concetto di razzismo proposta da destra.
L’accusa di razzismo è stata rovesciata contro le minoranze (è nata per tutelarle) per cui secondo la Lega sono, di volta in volta, i bianchi, gli italiani o i padani ad essere discriminati dal comportamento degli extracomunitari. Il razzismo ha assunto così, nel lessico ufficiale della politica ma anche della società, o il significato di una minaccia da parte delle minoranze ai diritti dei nativi o quello di una accusa che fa perdere prestigio e status ad un territorio (perché significa che vi sono minoranze etniche e quindi “degrado”) invece che quello di un allarme sulle discriminazioni sociali ed economiche. Per un amministratore di centrosinistra questo spostamento di significato del concetto è un concreto problema di consenso e di governo. Quando si parla di razzismo oggi nel centrosinistra non si guarda tanto al consenso dell’elettorato di sinistra, nonviolento ed ecologista diffuso, che da tempo ha perso peso politico e presa sul territorio, ma alle ripercussioni di questo genere di accuse sul mercato immobiliare e sull’autostima e sull’identità dell’opinione pubblica territoriale.  
Il razzismo è quindi un problema di brand, capace di influire sui prezzi del mercato immobiliare e sulla ricettività turistica di un territorio, che incide sul comportamento elettorale di un elettorato mutevole. Perché fluttuante grazie alla continua immissione di significati prodotti dai media che presidiano l’opinione pubblica. A questo si guarda, negli schieramenti politici, quando si respinge l’accusa di razzismo. La cura del territorio, il sociale, la redistribuzione della ricchezza sono problemi lunari o qualcosa da onorare nel solo aspetto cerimoniale. Del resto la Thatcher, nel profondo degli anni ’80, disse che la società non esisteva, esistevano solo gli individui. E tra questi la priorità era data ai proprietari. Una profezia sulla mentalità del politico nel neoliberismo del governo attuale dei territori italiani, evidentemente.

2) La dinamica dei fatti.

Sul significato di quanto  accaduto in via dei Mulini bisogna capire i diversi piani in cui l’evento è stato prodotto. Quello del territorio ristretto in cui sono avvenuti i fatti, una contrapposizione aspra con le sue dinamiche specifiche e instabili, e quello del significato attribuito alla vicenda dal territorio complessivo grazie all’immissione di adrenalina securitaria dei media locali e nazionali. A ridosso dei fatti si è fatta una certa confusione sul significato autentico da attribuire alla vicenda. Se fosse quello avvenuto nell’immediato perimetro di via dei Mulini oppure quello attribuito dal territorio alla ricezione della notizia. Si tratta invece di capire sia i piani specifici di comportamento e significato prodotti dalla vicenda che il piano complessivo.

L’assedio alla casa dei rumeni di via dei Mulini, durato qualche ora, è stato originato da una banale lite di strada. Che è degenerata con l’uso di bastoni, da parte dei rumeni, e la reazione da parte dei nativi che ha costretto chi aveva usato oggetti contundenti a rifugiarsi in casa. Di lì l’assedio alla casa durato qualche ora.
Senza entrare nella microfisica dei rapporti tra le persone,  e nella logica a spirale della ripartizione delle responsabilità, è da sottolineare il significato sociale dei comportamenti di tutti gli attori in campo. Si tratta di una comune tendenza, tra aggressori e aggrediti, a manifestare una reazione grave perché percepisce di essere assediata. Ed è un tratto di personalità comune a tutte le figure del territorio che si differenzia nei comportamenti solo per fasce di reddito e per acquisizione culturale, l’aspetto “etnico” non c’entra. Lo stesso tipo di microconflitto in un altro quartiere avrebbe manifestato l’oltrepassamento della soglia di gravità con la chiamata ai vigili urbani o al massimo con una denuncia. In via dei Mulini si è passati alle vie di fatto.
E qui parliamo di un territorio che produce diverse personalità che si sentono assediate. Dalle rate del mutuo o dalla scadenza dell’affitto, dalla precarietà del lavoro, dal basso reddito, da rapporti interpersonali difficili, dall’incapacità di relazionarsi con il vicino. Tutto questo viene elaborato entro una cultura di strada, del confronto diretto, a differenza della middle class impoverita che tende invece ad essere conflittuale ma per interposta persona (chiamando il vigile, il poliziotto). Non c’è quindi da stupirsi che la dinamica dei fatti abbia preso una piega piuttosto convulsa. Perché c’è cultura di strada e cultura di strada e non tutte conoscono l’intelligenza.
L’elemento scatenante, quello che ha trasformato questa vicenda di aggressività microfisica nel simbolo di una lettura etnica dei conflitti sul territorio, è stata però la reazione della cerchia di persone esterna ai protagonisti del conflitto. L’immediata solidarietà collettiva ai “nativi” è infatti avvenuta a causa della presenza dei “rumeni” in una discussione del genere. L’intervento del vicinato che non avviene più per uno sfratto, o in occasione di un morto sul lavoro,  ma accade per una disputa tra persone di diversa origine che, in questo modo, assume immediatamente termini di un conflitto etnico. E questo è un segnale preciso sul genere di cultura dal basso che va sradicata e su quella che va incoraggiata. Questo avviene, come è stato fatto notare, perché la cultura dello scontro etnico garantisce una certa concretezza. Istintivamente l’immediata solidarietà sulla casa, o sul lavoro, è vista come perdente e poco coinvolgente. Quando di mezzo ci sono gli extracomunitari, vengono i media, c’è il sindaco, un mondo periferico assume un ruolo centrale e lo scontro finisce per sortire un qualche esito visto come positivo.
Ovviamente gli stessi protagonisti dell’assedio di via dei Mulini negano di essere razzisti nello stesso momento in cui affermano, paradossalmente, una rilettura etnica dei rapporti sul territorio. Non siamo razzisti perché con i senegalesi va bene, con gli albanesi va meglio, con i tunisini e i rumeni proprio no. E la spontanea lettura etnica è il primo passo verso il comportamento razzista permanente, che prevede la classificazione del vicino secondo la provenienza geografica, la selezione delle affinità etniche e la repressione delle identità con le quali ci si sente in conflitto.
Quando arrivano i media locali sul terreno questa spontanea lettura etnica è pronta per essere trasmessa, al resto del territorio, per far scattare un paradigma coloniale di repressione e di selezione dei comportamenti. Infatti nel momento in cui il sindaco davanti al microfono afferma che “Livorno non è una città razzista” auspica che l’amministrazione possa controllare il rilascio dei passaporti. In questo modo non ha fatto che dare una immediata risposta coloniale, che è una pratica di governo viva e vigente in molti territori occidentali, alla spontanea rilettura etnica di un microconflitto fatta dalla popolazione accorsa sul luogo del fatto. E la risposta coloniale ai problemi del territorio individua la politica delle popolazioni, il controllo dei loro ingressi, come soluzione principale (spesso solo simbolica) dei conflitti esterni.
I media locali non hanno fatto altro che costruire la cornice coloniale di lettura del fatto avvenuto. Il Tirreno ha subito censito il numero degli extracomunitari residenti sul territorio. L’informazione sul proprio stesso territorio prende quindi una tipologia marcatamente coloniale. Se due livornesi, uno di Ardenza e l’altro di Salviano, si picchiano avreste visto una mappatura di quanti abitanti di Ardenza e Salviano ci sono a Livorno a corredo dell’articolo sulla rissa? Sarebbe stato un non sense. La mappatura degli extracomunitari invece viene tirata fuori per una rissa che, in fondo, è a causa di una lavatrice.
Se, per lo stesso motivo, i livornesi residenti a Londra fossero stati mappati dalla stampa scandalistica inglese le urla del primo cittadino di Livorno si sarebbero probabilmente avvertite oltremanica. Si applica quindi un paradigma coloniale, controllo delle etnie (amministrazione) e mappatura della presenza (stampa locale), come tentativo di risposta alla crisi delle relazioni sociali sul territorio. Paradigma che si riversa su tutta la città, dall’epicentro di via dei Mulini, grazie alla semplificazione dei ruoli e degli attori trasmessa dai media. In questo modo la spontanea cultura “popolare” trova una certa legittimazione. E anche nel suo oggetto di codificazione sociale più importante: lo schermo video. Ma proprio per lo stesso fenomeno partono le affermazioni su “Livorno non è razzista”: perché dopo i media locali, la copertura di tg5, tg1, tg2, tg regionale e Sky tg 24 garantisce un cono di visibilità, con la conseguente messa all’indice per razzismo, che abbraccia il territorio nazionale. Dando all’esterno, e all’interno della città, un’identità che non è gradita per motivi anche economici. E si tratta della stessa negazione di razzismo che fa parte di quel corpo di giustificazioni che sorregge anche gli argomenti dal basso della rielaborazione etnica delle amicizie e delle inimicizie, quelli istituzionali del governo coloniale dei flussi di entrata e quelli dei media locali di una codificazione etnica della popolazione cittadina al primo banale conflitto.
Insomma, a Livorno per non essere razzisti non c’è male: partizione etnica dei soggetti a rischio e categorie coloniali di governo. Questo genere di codici, originati dal conflitto sul territorio e circolati sui media, finiscono per costituire oggetto di discussione sui social network. In una significativa dinamica  che vede nello stesso giorno migliaia di persone a discutere, di quanto accaduto, sulle reti digitali e nessuna assemblea cittadina, frontale, franca e aperta.  Anche qui se i social network servono per rendere efficiente, in termini di comunicazione istantanea, una rete sociale possiamo notare che su tutta la vicenda i nodi sociali digitalizzati del territorio non si incontrano ma comunicano separatamente al proprio interno. Mentre fasce più anziane della popolazione, guardano attonite lo spettacolo di Livorno in tv. E qui bisogna notare che se un territorio ha dinamiche assembleari accentuate, ma non usa complesse reti di comunicazione, è culturalmente arretrato. Ma se usa le reti di comunicazione come metodo esclusivo di socializzazione, senza ricadute di assemblee sul territorio, ha messo in atto una dinamica di parcellizzazione sociale che deve essere invertita pena gravi danni permanenti sia alla convivenza che allo stesso vivere civile.
Ora sappiamo benissimo che questo genere di etnicizzazione e di tentativo di governo coloniale del territorio non va da nessuna parte. Dal punto di vista del governo non ha strumenti, risorse, uomini e strategie per affrontare gli stessi temi che pone.  Inoltre se riuscisse, per assurdo, ad espellere gli extracomunitari visti come eccedenti i conflitti sul territorio si sposterebbero utilizzando come capri espiatori figure indigene. Perché l’etnicizzazione del territorio non è qualcosa di oggettivo ma la raffigurazione di un capro espiatorio da utilizzare per ristabilire un impossibile ordine sociale visto come perduto. Se fosse finita la dinamica di etnicizzazione, per un territorio in crisi, si aprirebbe la costruzione di capri espiatori provenienti dall’interno.
In generale si tratta di comprendere che siamo di fronte a categorie utilizzate per la elaborazione emotiva, individuale e collettiva, di un evento traumatico. Sia da parte della popolazione che delle istituzioni. Con i media, locali e nazionali, che producono l’adrenalina in risposta al trauma. Adrenalina fatta circolare nelle cellule familiari e nelle reti sociali del territorio grazie alle loro piattaforme di connessione mediale più o meno tradizionali. In questo modo il liberismo reale di governo, una volta passato il rito dell’emergenza, lascerà alle forze spontanee del territorio il compito del riadattamento alla normale dinamica microfisica. Che sarà più o meno drammatica ma sicuramente non governata. Perché l’affermazione di un impianto coloniale, di informazione e di governo, è solo un simbolo forte usato per mascherare l’impotenza a governare i fenomeni. O il disinteresse visto che le politiche reali di popolazione (casa, salute, educazione) o sono via di dismissione dalla “politica” o sono già saldamente in mano al mercato. Il problema è che, alla fine, questa ritualità dell’uso del paradigma etnico e coloniale nelle emergenze alla fine prima o poi si esaurirà. Lasciando campo libero o ad una sua applicazione marcatamente e drammaticamente razzista o, in caso di disfacimento reale del governo del territorio (i segni ci sono), allo stato terminale dei rapporti sociali dell’area urbana.
In questo senso è meglio elaborare una politica di risanamento, concreta e microfisica dei rapporti sociali sul territorio. Che includa i media locali, visto che un ruolo importante ce l’hanno, riconducendoli allo stato di bene comune in questa strategia di risanamento. Politica del tutto possibile se si smette di guardare al contingente.
Ma per adesso l’importante è smantellare l’ideologia di Livorno. Razzista di notte, che nel mondo contemporaneo significa a telecamere spente, e antirazzista di giorno. A telecamere accese e con l’occhio rivolto all’andamento degli indici immobiliari di un territorio. Dove gli stanchi epigoni della politica ripetono parole senza senso, come severità e rigore, tratte da un vocabolario arcaico e bigotto nella speranza che finiscano per essere prese sul serio.

per Senza Soste, nique la police

3 settembre 2010

AddThis Social Bookmark Button