Martedì 8 marzo Il Tirreno titolava così in locandina e in prima pagina della cronaca: “I giudici: non arrestate i clandestini”. A margine dell’articolo principale gli interventi del questore e del procuratore di Livorno. Tre articoli molto tecnici che spiegavano il contrasto fra normativa europea e nazionale rispetto all'arresto di chi aveva subìto un provvedimento di espulsione e le diverse interpretazioni fra giudici, procura e questura.
A livello giornalistico e politico però Il Tirreno ha fatto un disastro. Chiunque ha letto quella paginata ha capito che in Italia un clandestino che delinque non può essere arrestato. In una pagina il fogliaccio labronico non è stato in grado di spiegare in termini sostanziali cosa significa "reato di clandestinità" e in quali circostanze un immigrato si possa trovare per essere “colpito” da quel reato. L’unico messaggio che è passato è che gli immigrati possono agire impunemente in Italia alimentando le centinaia di luoghi comuni che già girano intorno al complesso mondo dell’immigrazione.
Perché Il Tirreno sceglie sempre questa linea approssimativa e becera per affrontare questi temi? Non lo capisce che in questo modo si propone come veicolo di un leghismo culturale che precede o prescinde da quello politico? Non era amico del PD e del centrosinistra? Per rispondere a tutto ciò esistono non una ma tre spiegazioni.
La prima è di carattere umano: basta spesso leggere la firma in fondo ad un articolo per capire che il materiale umano è veramente scarso e spesso sottopagato. Capire cosa dice un magistrato o un questore e poi rielaborarlo per tirarci fuori una notizia comprensibile ai più e contestualizzata per molti giornalisti del Tirreno è impresa ardua.
Seconda: non è detto che un giornale come Il Tirreno vada in contraddizione con se stesso facendosi promotore indiretto di un leghismo politico o culturale. Il provincialismo urlato e scandalistico che si porta dietro il leghismo fa vendere giornali e non è poi così lontano dallo standard e dalla funzione informativa e culturale che Il Tirreno ha promosso in questa città. Le paginate populiste, lo scandalo da balera, l’inchiesta scandalistica e i discorsi "da filobusse" sono un denominatore comune fra il mondo dell’informazione labronica e la Lega. Basta vedere come Il Tirreno lasci quotidianamente uno spazio o consulti come un oracolo il consigliere Ghiozzi, passato da poco alla Lega ma eletto nel PdL. Al di là dello spessore politico del personaggio (che lo accomuna a quello di molti giornalisti), per lui la soluzione è semplice e sempre la solita: una volante lì e una camionetta di là. Risolto tutto. Fosse per lui di fronte a tagli di assistenti sociali, insegnanti di sostegno, sanità, servizi pubblici, edilizia popolare basterebbe spostare qualche risorsa alla polizia e arrestare qualche balordo in più e i problemi sparirebbero.
Infine, la questione dell’orientamento politico di questo giornale. Il fatto che sia politicamente schierato con il centrosinistra non è affatto in contrasto con i messaggi che lancia. Il Tirreno è legato non tanto ad una cultura di sinistra ma ad un potere sessantennale consolidato. E in ogni caso un giornale che quotidianamente lotta contro gli ultimi e imbosca o assolve le magagne dei primi non è certo visto male da chi amministra una città.
Sul leghismo culturale poi il PD non si impressiona certo, basta spostarsi piano piano su quelle parole d’ordine e quegli slogan, basta rincorrere un po’ a destra e, vista l’inconsistenza dell’opposizione cittadina, la quota di potere rimane intatta.
Infine per fare chiarezza un breve excursus sul reato di clandestinità. Una buona parte di persone che martedì hanno letto Il Tirreno ha capito che un clandestino che delinque (ruba, ammazza o commette una violenza) non può essere arrestato. Questo è il vero risultato di quell’articolo. Il reato di clandestinità di cui si parla nell’articolo de Il Tirreno invece è un reato per cui l’Onu ha criticato il nostro paese prima che entrasse in vigore. In Italia è reato essere clandestino in quanto tale. Lo è un operaio immigrato che ha perso il lavoro per la crisi e quindi non può rinnovare il permesso di soggiorno così come lo è la badante non rientrata nella sanatoria che molti hanno in casa. In Italia prima del 2008 l’illecito era solo amministrativo poi dal 2008 con l’entrata in vigore del cosiddetto “Pacchetto sicurezza” l’essere clandestino è un reato penale. La Corte Costituzionale dopo molti dubbi sollevati anche da Napolitano ha dichiarato questa legge costituzionale. Si sono levate però molte voci in opposizione a questo reato sia fra le forze politiche, sia all’interno della Chiesa sia nel mondo della giustizia fino poi alla direttiva comunitaria 115 del 2008 che è entrata in contrasto con la legge italiana. Il nodo centrale del contendere è solo che alcuni tribunali hanno assolto alcuni clandestini che non avevano ottemperato al provvedimento di espulsione valutando la situazione caso per caso come spiega brevemente questo articolo. Senza considerare che il governo italiano aveva anche previsto "l'aggravante di clandestinità", cioè una pena superiore per chi commetteva un reato da clandestino, cosa che ha fatto impallidire il mondo. Il risultato di questa legge al momento è stato il congestionamento di carceri e tribunali e una serie di problemi di grande valenza pubblica: molti clandestini, ad esempio, temono di essere denunciati e hanno paura a farsi ricoverare o a presentarsi ad un pronto soccorso. Fatto che crea un'emergenza di ordine igienico e sanitario.
Sulla questione del reato di clandestinità e sui luoghi comuni legati all’immigrazione consigliamo la lettura di questo piccolo dossierche analizza il fenomeno italiano partendo da dati statistici, articoli ed esperienze dirette di Ministero degli Interni, Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Ismu, Istat, Il Sole 24 ore e tante altre fonti che quotidianamente scrivono rapporti o forniscono statistiche.
per Senza Soste, Franco Mrino
10 marzo 2011
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