R. S. 50 anni, residente a Salviano, è morto domenica notte in un palazzo abbandonato di Via Gobetti, dov'è stato trovato il giorno dopo con una siringa in mano..
La stampa non dà ulteriori informazioni (né, si intuisce, le ha cercate) sulle circostanze di questo decesso. Non sappiamo quindi se si sia trattato di un malore, di un suicidio o di un'overdose. Né sappiamo quale fosse la sua situazione familiare o lavorativa, e quali fossero i motivi per cui, giunto a un'età non più verde, usava sostanze stupefacenti. Una trasgressione adolescenziale mai interrotta, o una forma di automedicazione per qualche problema sopraggiunto in età adulta? Una separazione? Un licenziamento?
Né si fa accenno, in termini più generali, al problema eroina nel nostro territorio: nessuna statistica, nessuna intervista ad assistenti sociali, operatori del Sert o di associazioni di volontariato.
La stampa non lo fa, perché la notizia non è la morte di R. S. in sé, né come drammatico finale della sua storia individuale né tanto meno come problema sociale.
La notizia è un'altra: Il corpo di R. S. è stato trovato da una ragazzina di 13 anni, "già rigido e con macchie emostatiche (...). Un'immagine che ha scioccato i residenti, che protestano furiosi. Sono anni che va avanti questa storia. Di pazienza ne abbiamo avuta fin troppa. E' vero che viviamo nelle case popolari, ma non per questo dobbiamo accettare il degrado".
La morte di R. S. è quindi una manifestazione di "degrado": il problema è che "i residenti" e i loro figli possano trovarsi di fronte un cadavere. I "residenti" contrapposti ai "non residenti", non tanto per la breve distanza che separa Salviano, dove R. S. viveva, da Corea, ma la distanza abissale tra la gente che ha dei diritti e chi non li ha mai avuti o non li ha più.
Soggetti disumanizzati e resi anonimi, come R. S.: anche l'uso delle iniziali in questo caso non è una manifestazione di riservatezza, ma parte della trasformazione di un essere umano in un elemento del degrado urbano.
In fondo R. S. non era "residente" neanche a Salviano, perché il diritto di essere trattato da essere umano non lo aveva in nessun quartiere della città; tra lui e i "residenti" c'era una distanza che ormai non è sociale ma antropologica: è il cosiddetto darwinismo sociale, per cui la causa di ogni forma di disagio (povertà, emarginazione ecc.) non risiede in politiche sbagliate o insufficienti, ma nelle responsabilità di chi ne soffre, perché non è stato in grado, per incapacità o malvagità, di adattarsi ai meccanismi del sistema.
E se è così lo Stato non ha più la responsabilità di intervenire con politiche sociali, di inclusione o (non sia mai) di redistribuzione del reddito, ma solo per neutralizzare una loro possibile pericolosità sociale e per nasconderli agli occhi dei "residenti", tenerli lontani perché non siano motivo di disturbo e di turbamento.
Perché è la paura di diventare come loro, di perdere lo status di "residente", la vera ragione dell'insicurezza delle nostre città. Paura di scendere quello scalino da cui non risali più, perché non c'è politica che ti aiuti se non hai una famiglia che ti sostiene. E allora devi marcare bene la differenza tra te e loro, come elemento istintivo di difesa personale.
E' in questa guerra contro i poveri che risiede il vero nazismo del terzo millennio, ben più pericoloso delle manifestazioni nostalgiche di qualche gruppo di pagliacci.
E' in questo nazismo inconsapevole, perché né i "residenti" né i giornalisti hanno il minimo sospetto di avere qualcosa in comune con i nazisti, che sta il vero pericolo, un veleno che si infiltra piano piano in questa società sempre più imbarbarita e invivibile. E francamente insopportabile.
Helene era nata il 15 settembre 1911 da padre ebreo e madre cattolica e venne cresciuta come cattolica. Suo padre morì in guerra nel 1916. Nel 1926 la madre di Helene si risposò. A 19 anni sviluppò un esaurimento nervoso subito dopo la fine degli studi superiori. Nel 1935 abbandonò gli studi di legge che aveva intrapreso e il suo lavoro di segretaria in uno studio legale. La sua condizione si aggravò dopo aver perso il suo cagnolino Lydi. Le venne diagnosticata una schizofrenia e ricoverata all'Ospedale Psichiatrico di Steinhof vicino Vienna. Quando i tedeschi occuparono l'Austria ad Helene venne proibito di lasciare l'ospedale anche se si era manifestato un netto miglioramento. I genitori confidavano che sarebbe stata presto dimessa ma poco tempo dopo - nel 1940 - la famiglia venne informata che Helene era stata trasferita nell'ospedale di Niedernhart in Baviera. In realtà era stata inviata in una clinica di eliminazione, a Brandenburg dove venne uccisa.
Per Senza Soste, Nello Gradirà
2 dicembre 2009
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