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L'etica di Virzì e lo spirito di Danilevicius

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fotosetdilivornoalone.jpg“Lungo il muro, la coda si allunga a poco a poco. Siamo lì in trenta, in cinquanta, estranei ai passanti, girati verso il cinematografo, uniti per alcuni minuti dalla sola cosa che abbiamo in comune, l’attesa di uno steso film, e pronti a parlare – per così poco tempo – di quel legame provvisorio. Nei brevi commenti che circolano, appare la trama di una rete di corrispondenze, di interazioni, di influenze, basate sul pretesto costituito dalla proiezione. Siamo venuti a vedere il film perché se ne parla, perché bisogna averlo visto, perché vi figura il tale o il tal altro, perché si ha bisogno di verificare-contraddire-discutere i giudizi che già corrono, perché ci si troverà un soggetto di conversazione, perché se ne ha abbastanza di esser quelli che non osano dirne niente (…). Assistere – o non assistere – a uno spettacolo: la scelta, a volte, è più importante dell’oggetto che si tratta di vedere; rivela degli interessi, un’attitudine, dei rapporti con l’ambiente, che non si riassumono nell’atto, semplicissimo, di prendere un biglietto e sedersi; eppure è proprio da quest’oggetto che si tendono altre reti, che si costituiscono nuove relazioni. (…)” (Sorlin, Sociologia del Cinema, 1974)

Il Cinema da sempre si affermato e sviluppato secondo due direttrici: creatività ed industria, che spesso si sono incrociate. Il Cinema produce oggetti estetici, i film, che sono anche merci: in quanto risultati del processo produttivo capitalistico che li commissiona ed immette sul mercato. Che un film sia bello o meno, che piaccia o no, sempre all’interno di questo circuito è prodotto. In questo senso non c’è nessun cinema che ci possa piacere: né quello di Ken Loach, ne quello di Vanzina.. e nemmeno quello di Virzì.
Detto questo ognuno di noi vive immerso nel capitalismo, cercando, innanzitutto di sopravvivere e di far sopravvivere il proprio senso critico, per poi magari provare a creare situazioni e contesti di rottura con l’ordine esistente delle cose. In questo sopravvivere l’arte e la rappresentazione spettacolare, a vari livelli, soprattutto per le masse, hanno sempre avuto la funzione consolatoria. Non potremmo sopportare la violenza quotidiana del sistema capitalista senza una dimensione illusoria, di gioco. Una fuga momentanea, una distrazione: teatro, cinema, sport, musica, poesia, fa lo stesso. Ad ognuno la sua boccata di ossigeno.  Tra un tentativo ed un altro di provare a ritagliarsi in questo sopravvivere reali spazi di vita ed esistenza.

Ma torniamo al cinema, torniamo ai film. In particolare all’ultimo realizzato dal nostro concittadino Paolo Virzì, La prima cosa bella, uscito nelle sale lo scorso venerdì 15 gennaio, e che tanto successo ed apprezzamenti ha riscosso e sta riscuotendo a Livorno come fuori. Un film per il quale nel corso di questa settimana sono state spese tante parole, probabilmente troppe ed esagerate: “capolavoro del nuovo cinema italiano”, “tremendamente bello”, “grande film” addirittura qualcuno ha paragonato le emozioni del film a quelle regalate dal gol di Protti a Treviso..

ospedale.jpgBeh.. quando è troppo è troppo: va bene che ognuno ha la propria sensibilità e gusto, ma al di là della simpatia per un film realizzato interamente in città e al quale hanno contribuito molti amici livornesi, non si può certo dire che La prima cosa bella sia un capolavoro assoluto. Non lo è nella storia del cinema italiano, ma secondo noi non lo è neanche nella storia della filmografia di Virzì: da La bella vita a Ferie d’agosto, fino ad Ovosodo, film che nel 1997 alla 54/ma Mostra del cinema di Venezia, si aggiudicò il Gran Premio speciale della giuria.
Sia chiaro, non è un giudizio assoluto. non c'è né da offendersi, né da impermalisirsi. Ma se La prima cosa bella è un capolavoro, il recente, per rimanere ad una commedia socialdemocratica tedesca, Soul Kitchen cos’è?
Beninteso, il cast è di tutto rispetto. Virzì è uno bravo. La sceneggiatura, frutto dell’ormai collaudata collaborazione con Francesco Bruni e Francesco Piccolo, scorre bene. Troup con professionisti di prim’ordine: come Gabriella Pescucci (costumista premio oscar per L'età dell'innocenza, 1993 diretto da Martin Scorsese) o Nicola Pecorini (già operatore e fotografo per Terry Gillian). Bello il montaggio del livornese Manetti. Ma il risultato è “normale”. E viene da pensare che sarebbe stata invece un’ottima fiction tv d’autore.

Ma tutto sommato meglio così: l’effetto Virzi ha riportato le masse nelle sale cinematografiche livornesi, smentendo di fatto che la gente andrebbe più al cinema. Si è dimostrato che se un quotidiano locale, insieme alla promozione tv, pompa un film, la città si muove, risponde. Esce e va al cinema. Ed un film dovrebbe essere segnalato perché è bello e /o interessante, non solo se è livornese (poi uno ragiona di de-provincializzare lo sguardo dei livornesi.. si, magari). Valgono ancora le dinamiche descritte da Pierre Sorlin nel suo classico testo Sociologia del cinema (1974).

Il film di Virzì, doveva piacere. E non a caso Virzì ha fatto un film piacione. Misurato, ponderato e con degli obbiettivi precisi: evidentemente centrati, come la nobile causa dell’Associazione Cure Palliative; o la strategica promozione della città e delle sue compoetenze artistico/spettacolari: non è un caso che la Vertigocasting, che ha curato il casting per il film, stia rilavorando per il prossimo lavoro di Fausto Brizzi, che verrà a girare a Livorno dopo primavera. Non a caso a dicembre, intervistato, Virzì diceva: «questa città ha tante potenzialità anche sotto il profilo cinematografico, professionalità che già conoscevo e che ho scoperto questa volta. Aiutiamo Livorno a diventare una piccola capitale del cinema, ma servono progetti che diano un appeal e una multifunzionalità ai cinema del centro». In questo senso si può certo dire che il film è assoluto: risultato della ottima sinergia produttiva tra il monopolista Medusa e le due case di produzione indipendenti, Motorino Amaranto (società fondata da Paolo e Carlo Virzì nel 2001) e Indiana Production di Gabriele Muccino (un altro che ha capito come stare a galla senza grossi rischi). E dalla sinergia economica e politica con Comune (dalla Film Commission in giù) ed altri soggetti della città (dalla Bettarini all'8Marzo, agli stessi Portuali del Cinema 4mori)

D’altra parte la storia di un film è determinata e condizionata dal contesto storico in cui viene prodotto. Un film risente sempre, anche nella scelta del tema o del registro, del periodo storico in corso. Nel 1997, anno di realizzazione di Ovosodo, in Italia c’era di fatto un duopolio tra Medusa (nata nel 1995 come società controllata da Mediaste) e Cecchi Gori Group. Anche se il gruppo di Berlusconi, nel pieno del primo governo Prodi, conquistava progressivamente fette di mercato. Il gruppo Cecchi Gori invece entra in crisi ed alcuni film restano bloccati per un po’. Poi le due case firmano un’accordo di distribuzione. In un articolo di Repubblica del 13 aprile 2002, intitolato I tentacoli di Medusa sul cinema si può leggere: “Il rischio è che la distribuzione italiana, finora caratterizzata dalla presenza del duopolio CecchiGori-Medusa, si trasformi in un monopolio. In Italia operano una trentina di società di distribuzione, ma quelle che contano sono molto poche. Quest' anno ad esempio tre sole società (Medusa, Warner Bros e Uip) controllano oltre il 50% del mercato. In ambito italiano, solo la giovanissima società messa in piedi da RaiCinema sembra in grado di poter competere con Medusa. Sempre che la nuova dirigenza Rai abbia interesse a competere con il gruppo concorrente. Sembra rassegnato anche Paolo Virzì: il suo My name is Tanino, rimandato ad autunno e candidato alla Mostra di Venezia, è fra i film passati dalla CecchiGori a Medusa. «Che dire? Da un punto di vista commerciale - commenta il regista toscano - un film non appartiene al suo autore, ma al produttore. Mi auguro solo che alla Medusa lavorino con passione al lancio del film e che tutto l' accordo sottoscritto con CecchiGori non sia utilizzato solo per accrescere il peso di Medusa sul mercato». 

tuttalavitadavanti.jpgInsomma, la storia era scritta. Beninteso, non tutti quelli che vogliono fare film lavorano necessarimente con Medusa. Quelli ambiziosi, evidentemente si. Il compromesso è strategico. Si capisce. Ma è il solito compromesso della filosofia del Pd che si autogiustifica e assolve, mentre consegna sempre di più il paese alle destre, in nome della realpolitik. Un Pd che si pensa di sinistra autorappresentandosi come portatore di valori di solidarietà e giustizia, ma che in realtà ha da tempo ormai abbandonato qualsiasi prospettiva di emancipazione sociale degli individui nella storia: l’ovo sodo che prima non andava ne su ne giù a distanza di 12 anni è già ampiamente digerito e metabolizzato. Un Pd che non a caso riesce a smarcarsi dall’equivalenza totale con il Pdl giusto facendo riferimento ai temi etici (ed anche qui fino a un certo punto, Binetti docet) e bioetici.

I tempi cambiano, non c’è che dire. In peggio evidentemente. Quanto meno sul piano dell’entusiasmo e delle prospettive. Nel settembre 1997, in un epoca in cui c’era sempre il PDS (il partito della quercia con radici nella falce e martello del defunto PCI), nonostante una già evidente crisi economica, la Livorno popolare si entusiasmò e sognò il futuro grazie al trascinante Ovosodo e alle vittorie in serie del Livorno di Paolo Stringara.

Nel gennaio 2010 Livorno si specchia specularmene sullo schermo che racconta  una città che nella realtà non esiste (dalle passeggiate nei giardinetti della stazione, alla festa in P.zza dei Mille), e che non esisterà più (vecchio ospedale?) e che si autoconsola nel riconoscersi tutto sommato ancora portatrice di buoni sentimenti, una città che si affeziona (rassegnata) persino alla maglia di Danilevicius: magari appesa, come nel film di Virzì, nel salotto di casa.

Come dire: tutta la vita indietro

per senzasoste.it

Lucio Baoprati

24 gennaio 2010 
 

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