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Livorno, la morte di Piccini al crepuscolo di un blocco storico

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Foto Laura Lezza

Le volte che ho scambiato qualche battuta con Italo Piccini ho sempre avuto l’impressione di una intelligenza viva, che aveva elaborato notevole complessità proprio grazie al mondo in cui era nato. Quest’aspetto non va mai trascurato: il solista non esiste senza una ricca cultura musicale di fondo. E questa ricchezza, per Piccini come per diverse generazioni a lui successive, era il sapere popolare, proletario, il gergo, le tecniche, le storie, i personaggi e i comportamenti di una Livorno che non sappiamo se ci ha lasciato definitivamente o se si ripresenterà in una nuova forma. Un sapere sul quale Piccini ha innestato le funzioni del management, dell’evoluzione dell’impresa. Del resto tra patriarca (come Piccini è stato definito dal Tirreno) e manager c’è una filiazione genealogica anche se non è l’unica possibile. Per Piccini sostanzialmente lo è stata e questo ha rappresentato il modo per fare grandi una famiglia, una compagnia, una compagnia, un blocco territoriale di potere. Nella coincidenza tra management e figura patriarcale, rappresentata da Piccini, si gioca tutta la ricchezza e tutta la miseria della sinistra livornese. E soprattutto queste dimensioni si giocano su un piano temporale: quanto più ricca è stata in passato questa coincidenza quanto più povera si candida ad essere per il futuro. C’è un punto in cui le mediazioni culturali della sinistra, specie sul territorio, non possono più seguire lo sviluppo capitalistico. Piccini è vissuto e cresciuto prima di raggiungere questo punto. Oggi la sua esperienza non è più ripetibile: la tipologia di estrazione di ricchezza del neoliberismo lascia pochi spazi anche a chi è potenzialmente capace di redistribuire reddito. E poi il capitalismo sta lasciando territori come Livorno: questo fenomeno storico è di quelli da far tremare i polsi. Quella di Piccini è invece la storia di una continua mediazione tra sviluppo capitalistico e redistribuzione paternalisticamente mediata. Una storia criticabile quanto rispettabile ma irreversibilmente finita. Gli eventuali candidati epigoni di queste gesta sono quindi destinati a fare grossi danni a Livorno o pessime figure.

 

 

Piccini, è bene dirlo, non lascia eredi ma solo nostalgici. Nonostante lo sforzo fatto per contribuire all’acculturazione di massa della città, e al rapporto con le istituzioni del sapere, la memoria di Piccini non troverà uno straccio di storico in grado di rappresentare i piani di complessità della sua figura. Potrà essere fissata in qualche agiografia, più o meno mascherata, di quelle che fanno sorridere le generazioni di storici successive pronte a gettarsi come squali sulle memorie costruite secondo criteri narrativi banali e semplificatori. Piccini è quindi destinato a lasciare nostalgici della presenza rassicurante ma crepuscolare di un potere dal nome ormai indefinito, capita quando si coltiva un sapere che alla fine serve solo per allocare clientele piuttosto che per svilupparsi, che si chiami Pci o Pds o sinistra o Compagnia o Venezia o semplicemente “noi”.

Zucchelli su “Il Tirreno” ha azzeccato un aspetto importante di Piccini: il console esprimeva un “noi” a geometria variabile: questo “noi” poteva significare la famiglia, la compagnia o l’eredità di un partito. Il “noi” a Livorno ha due grandi possibilità di essere interpretato: come un fenomeno esclusivo, che lascia fuori gli altri, o come una continua affiliazione di legame sociale, un “noi” che si lega in modo paritario ad altri “noi” costruendo legame collettivo. La storia di Piccini è quella di un “noi” esclusivo, escludente quanto possibile, per salvaguardare il proprio vertice che sia quello della famiglia, della compagnia o del partito (in varie e sempre più scolorite e miserabili denominazioni). Un “noi” che è sopravvissuto all’elaborazione dell’identità storica della città. Non c’è da stupirsi perché i “noi” verticali tendono a riprodursi valorizzando i rapporti di potere. E il potere sopravvive sempre all’assetto storico che l’ha generato. Piccini non potrà quindi vedere la fase più convulsamente crepuscolare del potere che, in prima persona, ha contribuito a creare. Considerando l’aspetto esistenziale meglio così: coloro che formalmente ne hanno preso il testimone (in porto e in città) hanno una visione prospettica dei problemi che hanno davanti pari a quella che hanno animali a sangue fretto.
Pareto, riprendendo una classificazione già usata da Machiavelli, divideva le classi dirigenti in leoni e volpi, in leader dotati di forza e carisma oppure in dirigenti dotati d‘astuzia. Molti di questa classificazione ne hanno fatto una questione di successione generazionale. Alle generazioni di leoni, che conquistano e fondano un potere, succedono le volpi che lo mantengono o lo perdono perché hanno dalla loro solo l’astuzia ma non la forza politica. In questo senso, Piccini era un leone che ha lasciato solo volpi. Di fronte alla crisi epocale del territorio queste volpi non sono in grado di invertire un crepuscolo di un blocco storico che tutta l’opposizione, istituzionale e non, di Livorno non è attualmente in grado di assumere nella sua reale portata.
Toccherà  a esperienze come le nostre saper valutare l’eredità di personaggi come Piccini. Senza Soste, come diversi sanno, è il titolo della testata fondata da Ilio Barontini al ritorno nella nostra città.  E’ una testata che rappresenta ancora l’esperienza del comunismo primordiale, vivo, combattivo, aperto al mondo non quella del socialismo chiuso, corporativo, pietrificato della fase di concertazione del Pci. Quel socialismo che si è rovesciato in neoliberismo, speculazione immobiliare, resa ad ogni innovazione negli anni più recenti. Fasi tutte vissute, in prima persona e come dirigente, proprio da Italo Piccini ed è bene non dimenticarlo.
Toccherà alla cultura non ufficiale, non nominabile, maledetta di questa città capire cosa è utile e cosa è inutile di questa esperienza di Piccini e del Pci. Valutando criticamente, e clinicamente, senza emozioni. Chi può emozionarsi di fronte ad un “noi” che coincide per decenni con un blocco di potere e non con la vita che scorre su un territorio? Chi può emozionarsi di fronte ad un tipo di funerale che ormai è un ritratto di famiglia ma non più di una città? Duemila persone, anni addietro, si sarebbero ritrovate ad un funerale di un segretario di sezione se storico. Oggi invece a Livorno duemila persone compongono i numeri del funerale del patriarca ed esprimono una lontananza dal baricentro di una città meglio di altre considerazioni.
Dopo i funerali dell’ex console i becchini che contano, quelli che fanno storia valorizzando il passato per il sapere del futuro, sono rappresentati quindi da esperienze come le nostre.  Esperienze che ritengono, visto che senza memoria non c’è futuro, ciò che c’è rimasto di vivo in un’esperienza passata.
Voglia la storia di concederci il ruolo del becchino comprensivo e pietoso. Altrimenti, lo stesso Piccini l’avrebbe fatto, sarà una sepoltura senza lapidi facendo calare, se necessario, l’oblìo. Quello dove il blocco storico, ormai al suo lungo crepuscolo, su cui Piccini ha regnato sta rischiando di cacciare Livorno.


per Senza Soste, nique la police

23 marzo 2010

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