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Livorno non è una comunità fondata sul lavoro

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livorno_portoL’iniziativa su “Livorno comunità fondata sul lavoro”, organizzata dall’area Prc-Federazione della Sinistra, susciterebbe più ilarità che perplessità se non fosse per la grave crisi che attraversa il nostro territorio. Gravità che impone ai critici, come chi scrive, di essere seri e a chi organizza eventi del genere di rimettere in discussione categorie politiche e modi di fare che sono consolidati per tradizione non perché sono efficaci.

Discutiamo quindi un attimo e non per gusto dell’erudizione. Livorno non è una comunità e non lo è mai stata. Prima della rivoluzione industriale, ad esempio, era qualcosa di più americano che toscano: una sorta di spazio convenzionale per communities di differente origine geografica e cultura religiosa. Fino a pochi anni fa Livorno era ancora una città, dal punto di vista urbanistico e della stratificazione sociale, e adesso è un territorio: uno spazio urbano amministrato sempre più privo di significato storico la cui vita sociale avviene per sovrapposizione di differenti reti sociali che non si incontrano né si parlano. Tutto quello che tiene, dal punto di vista del legame sociale, non c’è grazie al lavoro ma alla sua scomparsa. Nel senso che è grazie alla finanziarizzazione dei prepensionamenti e del rapporto di fine lavoro, e alla redistribuzione di questo reddito nelle reti familiari, che Livorno ha tenuto dal punto di vista sociale. Tenuta a rischio, come sappiamo, ma fenomeno che con il lavoro non ha niente a che fare. Perlomeno ce l’ha con la sua fine sempre si vuol dare un’occhiata alla realtà. Quanto al futuro basta vedere le relazioni dell’Irpet. Non molto tempo fa l’istituto regionale affermava che i livelli occupazionali del 1997, che non erano ottimali, saranno raggiunti da Livorno solo nel 2024. Previsioni ottimistiche, come abbiamo scritto all’epoca, fatte su proiezioni che non tenevano conto della crisi imminente (quella cominciata con l’estate 2011). Qualche considerazione politica quindi: Livorno non è una comunità (non lo era) e, per quello che tiene, non è fondata sul lavoro (e non lo sarà). A meno che per lavoro si intenda quello che c’è al call center di via Giotto Ciardi, nella torre della Cgil (chi ha il dogma dell’infallibilità del simulacro di sindacato diretto dalla Camusso storcerà il naso ma c’è di peggio nella vita). Parliamo di prestazione d’opera che ha raggiunto alla torre della Cgil (3 euro l’ora) il livello salariale dei call center di Tirana. O se no possiamo parlare del livello salariale delle buste che portano a casa molti lavoratori atipici del porto. C’è chi denuncia 140-150 euro mensili, chi 400, i più fortunati 7-800, l’aristocrazia tocca quota 1000.  Livorno non è una comunità fondata sul lavoro ma di sicuro è una delle piccole patrie del lavoro atipico nelle aree portuali.  Dove chi si autoproclama di sinistra nella nostra città ha un ruolo da sempre. Anche nel dare la colpa alla globalizzazione di cosa accade in fondo ad una darsena ma, si sa, le vie dell’argomentazione sono infinite.

In fondo, in una città storicamente di sinistra, il capitale si è semplicemente ritirato da questi territori. Invocare, come si sente anche in area Fds, il marketing territoriale come una delle soluzioni è, come da tradizione di una certa area culturale, auspicare il capitalismo, nella speranza che ti lasci uno spazio gestionale, prima ancora di capirlo. Al livello di tipologia economica della nostra città, dove tra l’altro il capitale finisce più nel suolo che nel lavoro, infatti il marketing territoriale potrebbe incidere solo attirato da una radicalizzazione dei fattori patologici del (si fa per dire) modello di sviluppo locale. Buttandosi quindi nel cemento oppure in occasioni di ulteriore riduzione del costo del lavoro, in modo da far fare ai nostri giovani la concorrenza non a Tirana ma a Karachi che, se fa piacere ricordarlo, è comunque un porto. Ah, chi conosce i risultati di un buon marketing territoriale (Usa, Irlanda post-crisi dove le imprese pagano una flat tax del 12% per cento portando i profitti quasi intatti oltreoceano) sa che dove più è efficace più le amministrazioni fanno a gara per incidere, al ribasso, nel costo del lavoro e tagliare le proprie prestazioni sociali (per concentrarsi sulla necessità delle imprese) per attirare aziende. Esempi di una bella e rigogliosa comunità del lavoro, non c’è che dire.

C’è anche un aspetto trascurato dai nostri comunitaristi del lavoro. Ovvero come la forma della prestazione lavorativa ( non solo atipica ma anche classica), visto che si espande travolgendo orari prima abitudinari , comprime non solo il salario ma anche tempi e spazi dedicati ad attività non produttive. Insomma, per riprendere il lessico utilizzato fino ad adesso, nel mondo di oggi il lavoro entra naturalmente in conflitto con le comunità. Una comunità fondata sul lavoro, per come funziona il lavoro oggi, se esistesse si baserebbe sui presupposti sociali della propria disgregazione. Giusto nelle comunità dei coloni ultraintegralisti israeliani questa regola sembra non valere. Ma si parla di condizioni, culturali ed urbane, non riproducibili a Livorno, meno male.

Come se ne esce? Per i comunitaristi del lavoro la strategia da seguire può sembrare incomprensibile ma, vista la situazione, uno se ne può benissimo fare una ragione. Parlando, vista la forma di questo intervento, per slogan: Livorno non ha bisogno tanto di marketing quanto di ricerca, né tanto di attrarre capitali ma fondi. Andiamo per gradi e per sommi capi riservandosi magari un approfondimento in altro articolo.

Prima di tutto Livorno deve mappare la fascia di popolazione che, nel prossimo futuro, apparterrà ancora all’economia classica e quella che ne sarà verosimilmente esclusa. Non per formalizzare l’apartheid, a quello ci ha già pensato il Pd sigillandolo con la mitica frase “non ci sono alternative” quando taglia ed esternalizza, ma per progettare di superare la dicotomia tra queste fasce di popolazione.

Poi deve intervenire sulla propria crisi fiscale, non solo provocata “da Roma” ma anche del declino degli oneri di urbanizzazione, ristrutturando il proprio gettito stornando una quota di reddito di cittadinanza urbano per gli esclusi (che non ricopra un reddito intero ma integri la quota di reddito informale percepito. Questo come pronta emergenza, basta chiedere alla Caritas per sapere quanto sia estesa). Altro passaggio è quello della costituzione di una fondazione bancaria, sul modello di banca etica, che si specializzi sul credito a piccole imprese a scopo sociale, cooperative e credito al consumo. Sulla base di progetti non solo di impresa ma anche di rigenerazione urbana.

Terzo passaggio quello della costituzione di un polo di ricerca e sviluppo per l’attrazione non di capitali ma di fondi comunitari e non per il take-off di una ampia rete microeconomica di progetti, in grado di autosostenersi nel medio periodo, attorno a formazione (più si forma più c’è pil), assistenza, abitare, innovazione e conoscenza, rigenerazione urbana, economia delle energie alternative (dove i risparmi per le abitazioni possono integrare i redditi. Certo Hera, del Pd, quotata in borsa ci rimette, pace anzi bene).

Lavorando su questi temi si ragiona in termini di breve, medio e lungo periodo, con authoritities votate dai cittadini che lavorarno per integrare economia classica e nuova economia del territorio, ma anche costruendo una prospettiva per una città e per decine di migliaia di concittadini che rischiano di essere rispediti a livelli di miseria prebelllica. Per questi concittadini va invece pensata la sovrapposizione di più elementi di reddito formale e di informale (quota minima di reddito di cittadinanza, finanziamento sociale al credito e consumo, abitare sociale, partecipazione ai progetti della rete microeconomica). Il loro elemento di stabilizzazione sociale non sarebbe quindi il lavoro (che poi non c’è) ma le attività produttite socializzanti emerse dal territorio. Un bel salto in avanti nella qualità della vita, e della rigenerazione urbana, incomparabilmente migliore rispetto a quello che Livorno destina adesso con comunità del lavoro immaginarie (modello bad trip, si poterebbe dire). Se poi ci fosse la possibilità di far partire un serio progetto di moneta locale si potrebbe anche evitare molti fenomeni di fuga dei capitali difffusi dal territorio. Favorendo le attività socializzanti del commercio, ad esempio.

Il tutto, vista l’importanza strategica del sapere e della ricerca in questo genere di città, produrrebbe innovazione e talenti preziosissimi per sviluppo e rigenerazione dell’economia classica cittadina. O questo, viene da dire, o qualche caporione del porto che afferma, mentre i bilanci tremano, “tenete duro forse il prossimo anno viene un bel traffico di banane assieme a un Prg pieno di sorprese”.  Quanto un porto possa beneficiare di tutte queste innovazioni alla fine lo si potrebbe anche scoprire. Ma soprattutto si dovrebbe scoprire che la strenua difesa di ogni posto di lavoro classico è più agevole non buttando a mare mezza città, come da strategia “non ci sono alternative” praticata dal centrosinistra, ma facendola riemergere. E anche perché un modello complessivo di sviluppo per il futuro si costruisce disseminando innovazioni non innovando procedure per tagliare posti di lavoro ed esternalizzare.
Certo non sarà la Livorno delle ciminiere fumanti e delle migliaia di tute blu, vuol dire  che ci si dovrà fare sopra una bella mostra permanente (genererebbe i posti di lavoro di un termovalorizzatore finendo per autofinanziarsi). Ma in una città che sa rinascere il passato è sempre un patrimonio messo a frutto per il futuro. Non a caso mai come oggi il passato, recente e non, di Livorno non solo non è messo a frutto ma è anche dimenticato.

Ovviamente con la presenza del Pd, che materialmente si annida nelle residue aree di rendita economica e politicamente si riproduce solo per delega, niente di tutto questo è possibile. Qui si parla di gente che al massimo riesce a fare una chiacchierata sulle nomine.  Il nesso bancario e finanziario, oltretutto, è parte del loro core business. Sono quindi materialmente incompatibili con le prospettive di riscatto della città. E non solo: l’incompatibilità non solo del Pd ma anche del sinistrato monte dei Paschi alla pubblicizzazione dell’acqua è un danno che chi è di sinistra non può far pagare alla città. Quando si dice che a Livorno ci vuole qualcosa tipo Banca Etica non è per attirare risparmio locale per finanziare le magliettine colorate eque e solidali (fatto comunque lodevole) ma per ribadire che il livello locale del credito è incompatibile con lo sviluppo di un settore pubblico che favorisca la rigenerazione della città.

Infine, inutile far capire a chi non l’ha mai voluto capire che il mito dello spostamento a sinistra del centrosinistra non porta da nessuna parte. Come si vede non ci sono le condizioni materiali, proprio partendo dal lavoro, per un suo perpetuarsi. Più che altro sarebbe importante che questi compagni capissero una cosa. Il centrosinistra a Livorno è vicino al punto di esplosione. Quanti anni? 2-3-4, un lustro. Chi storicamente non condivide con questa formula politica, almeno non del tutto, la responsabilità dell’agonia di Livorno dovrebbe mettersi a lato. Facendo in modo che lo tsunami, quando arriverà, travolga solo il Pd. E usando il tempo che rimane, da qui all’esplosione del Pd, per sforzarsi di capire davvero cosa sta succedendo in città.

Per Senza Soste, Ian St. John

3 giugno 2012

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