Morire di freddo, o comunque per altre cause legate alla mancanza di un tetto nei mesi invernali. Nel
Tuttavia può accadere che il destino, forse stanco di tutta questa sordità, ci giochi uno dei suoi scherzi terribili, e che un giovane di 23 anni muoia nella settimana più fredda dell’anno tra le mura di un casolare diroccato, ennesima dimenticata proprietà di un notabile e illustre concittadino, che, tra le altre cose, è anche il Presidente della Provincia di Livorno. Se poi il ragazzo è anche straniero e invisibile all’anagrafe, lo scherzo del destino si fa disegno perfetto, e tutto torna.
Per capire meglio qualche “perché” e qualche “come”, forse sarà bene cominciare con una domanda semplice semplice, che non ha bisogno di scomodare discipline accademiche: cosa stanno facendo le istituzioni cittadine per affrontare il problema?
Nel gennaio del 2007 l’allora assessore alla politiche sociali Alfio Baldi annuncia l’imminente apertura di un centro di accoglienza per l’emergenza freddo, studiato proprio per gli homeless che per varie ragioni risultano refrattari ai percorsi guidati di reinserimento, e che cercano solo una temporanea protezione dal gelo invernale.
Se oggi, 3 anni dopo, si naviga il sito dell’Arci Livorno, si trova ancora una sezione “Emergenza Freddo”. C’è un paragrafo che descrive il funzionamento della struttura di accoglienza, ma tutti i verbi sono inesorabilmente coniugati al passato. Insomma, il progetto “Emergenza Freddo” era, e non è più.
Ma partiamo dall’inizio. Alla fine del 2006 alcuni locali in disuso in Via della Bassata, utilizzati in passato dall’ATL, vengono sistemati e preparati all’accoglienza di 40 persone tra uomini e donne in vista dell’inverno. Vengono stanziati i fondi comunali, e L’Arci Solidarietà, esperta nel settore, ne assume la gestione. I tempi sono stretti, ma il risultato finale è dignitoso e incoraggiante. Ci sono pareti imbiancate, brande nuove, lenzuola, bagni perfetti, acqua calda, colazione garantita e due operatori per ogni turno pronti ad assistere i beneficiari del servizio.
Quell’inverno è particolarmente caldo; si può dire che il freddo non è mai arrivato davvero. E’ solo per questo motivo che la struttura non si riempie mai completamente durante il periodo di apertura. Inoltre, essendo il primo anno, è normale aspettarsi che nel mondo della strada, fatto di passaparola e diffidenza, la voce si diffonda lentamente.
Tuttavia il caldo non è l’unico elemento anomalo. Ce n’è uno ben più significativo: le persone che vengono a dormire in via della Bassata non corrispondono per nulla al soggetto-target del progetto ideato dal Comune.
Non si tratta né di romantici clochard giramondo, né di muti e scontrosi senzatetto isolati dalla società.
Nella stragrande maggioranza, gli operatori si trovano davanti a persone comuni che, per una ragione o per l’altra, ad un certo punto della propria vita si sono ritrovati senza più una casa o una fonte di reddito. Persone che la mattina si alzano presto, vanno a farsi la barba, e poi passano tutto il giorno a cercare un lavoro o una sistemazione migliore, per poi tornare esausti la sera al dormitorio, mangiare per cena quello che c’è per colazione, ripiegare con cura i propri vestiti per poi scivolare presto nel sonno, quando la stanchezza prevale sulla preoccupazione per il domani.
Persone che vogliono parlare dei propri problemi, e che vogliono risolverli, nonostante la solitudine, i pregressi familiari o gli incidenti di percorso nella vita.
In quel periodo a Livorno esplode l’emergenza abitativa: la precarietà, la disoccupazione, il caro-affitti, la bolla immobiliare e le nuove povertà producono quotidianamente sfratti, morosità, indebitamenti, crisi familiari scatenate da questioni economiche. Il risultato è che il patrimonio immobiliare pubblico, ridotto sensibilmente dalle scellerate vendite degli anni Novanta, è del tutto insufficiente a soddisfare la domanda di alloggi popolari.
Tanti livornesi, giovani e non, si ritrovano per la strada, e senza il punteggio necessario per le graduatorie ERP. I sei centri di accoglienza per l’emergenza abitativa sono stracolmi e diventano inaccessibili a molti.
La struttura di via della Bassata, studiata per i “barboni per scelta”, si riempie dunque di questo tipo di persone, di coloro che in quel momento venivano tagliati fuori dagli altri centri di accoglienza. Indigenti, precari, disoccupati, gente priva di punti di appoggio, che non ha il problema di dover vagabondare quando fa freddo, ma semplicemente quello di trovare una casa e un lavoro.
Nell’agosto del 2007 Livorno vive la tragedia di Pian di Rota, nella quale quattro bambini Rom muoiono carbonizzati nel rogo della roulotte dove vivevano con le proprie famiglie. Sono numerosi e preoccupanti gli episodi di degrado e intolleranza ai danni di chi ricava qua e là giacigli abusivi. Nonostante questo, l’inverno successivo il progetto non viene rifinanziato, e la struttura di via della Bassata resta vuota e abbandonata per mesi e mesi. Come era logico aspettarsi, col passare del tempo qualcuno si introduce là dentro di soppiatto per cercare un riparo di fortuna o per trafficare con qualcosa.
Quell’inverno saranno solo dieci i posti letto disponibili per i senzatetto, ricavati con difficoltà nel Sefar di via Pellegrini.
Intanto, dietro via Pera, la vecchia stazione marittima abbandonata pullula di gente in difficoltà che vive in bivacchi improvvisati. Una situazione disumana, ignorata dalle istituzioni, ma che non tarderà ad arrivare alla ribalta della cronaca locale, sotto la consueta etichetta “degrado e sicurezza”.
Successivamente, il Comune utilizza i locali di via della Bassata per ospitare temporaneamente famiglie Rom alla diaspora, in attesa di rimpatrio forzato o per altre ragioni. E’ l’annus horribilis della demonizzazione e della persecuzione dei nomadi che vivono in Italia. Tanta povera gente, tra cui moltissime donne e bambini, finisce stritolata tra le spietate maglie della propaganda mediatica alimentata da forze politiche spregiudicate, avide di facili consensi elettorali. Ruspe, retate, rastrellamenti, ragazzini messi in fila all’alba per prendere le impronte digitali. L’Italia scivola nel baratro dei suoi anni più bui.
Due bambini di 15 e 14 anni vengono sorpresi per un furtarello di cellulari. Si scopre che al momento sono alloggiati in via della Bassata. Il consigliere Tamburini non perde l’occasione, e si prodiga per cavalcare il malcontento di qualche cittadino che, frastornato dagli allarmi televisivi, confonde marciapiedi rotti e cupe minacce straniere. “Mandate via gli zingari da via della Bassata”, è l’unica cosa che il triste personaggio vuole e riesce a dire.
Il Comune, tra aprile e giugno, rimpatria o comunque allontana quella dozzina, tra rom e rumeni, che sostavano nella struttura.
Nel 2009 il Comune continua a utilizzare saltuariamente i locali di via della Bassata per dare temporanea ospitalità ad alcuni nuclei familiari Rom, ma sempre per brevi periodi.
Intanto, nel dicembre del 2009, sulla base delle allarmanti previsioni del meteo, ben 50 persone trovano riparo dal gelo per una settimanetta negli spogliatoi del campo di calcio di via di Popogna usato per Italia Wave, a Villa Serena o al Pascoli.
Siamo dunque arrivati al 2010. L’Unione Inquilini interviene durante una conferenza stampa, denunciando l’esistenza di numerosi edifici pubblici sfitti che potrebbero essere utilizzati per affrontare l’emergenza abitativa dilagante. Nella lista ci sono anche i locali di via della Bassata.
In questo momento, la struttura di accoglienza abbandonata è in corso di ristrutturazione. Fortunatamente, ad occhio e croce, i lavori sembrano già in fase avanzata. Sul cartello del cantiere si legge che la destinazione finale non cambierà, e che l’ingegnere responsabile fa capo alla Onlus Michelucci.
I lavori dovevano essere conclusi a gennaio di quest’anno. Ma si sa, quando mai vengono rispettati i tempi?
Intanto anche quest’inverno freddo e miseria mieteranno le proprie vittime. E anche quando il centro di accoglienza temporanea sarà riaperto, non sarà certo un punto di appoggio fatto apposta per i girovaghi per vocazione. Sarà solo, e solo per qualcuno, un breve sollievo nella tragedia della lotta quotidia per il diritto a una casa, a un reddito, a una vita dignitosa.
Come è stato detto all’inizio di questo articolo, la domanda era semplice, e lo è quindi anche la risposta. Livorno ha bisogno di un serio e innovativo piano di edilizia pubblica sostenuto da forti investimenti finalizzati a soluzioni definitive e dignitose. Perché abitare non deve mai essere una questione d’emergenza.
Per Senza Soste, Leonardo Frassano
3 febbraio 2010
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