Dovevano essere 24 ore di
sciopero e invece tutto si riduce ad una assemblea ed alla garanzia
dell’ennesimo tavolo di contrattazione-concertazione. Come se il comitato
portuale e la commissione consultiva, dove siedono gli stessi soggetti chiamati
in causa dalla Cgil, non bastassero. Ecco che dal cilindro di chi non sa più
cosa fare per scongiurare lo sciopero esce un altro tavolo. Lo chiameranno
Osservatorio, ma le istituzioni sono le stesse degli altri due, Comuni, Provincia,
Regione, Camera di commercio, Associazioni imprenditoriali, Cgil, Cisl e Uil,
ferrovie, Capitaneria di Porto, Dogana etc. etc. Così, in un batter d’occhio,
si è passati dal rumore di spade a
quello delle pialle. L’impressione è che si preferisca dare lavoro ai
falegnami, per costruire tutti questi tavoli, piuttosto che affondare la lama
nel cuore dei problemi.
Eppure per una volta che la Cgil aveva abbandonato le logiche di bottega (di Via San Giovanni) e del calcolo politico per richiamare le istituzioni alle loro responsabilità, le imprese al rispetto delle norme contrattuali e della sicurezza nei luoghi di lavoro, per una volta che aveva scelto la difesa del diritto e non la sua monetizzazione, fa marcia indietro e tutto torna come prima, forse peggio di prima. Il fatto è che la gente non mangia con gli annunci roboanti di avvio di gare (vasca di colmata) o di imminente Piano regolatore portuale, o di priorità del collegamento ferroviario. La gente, i portuali, i lavoratori, misurano le persone per la loro capacità di fare.
Il segretario della Cgil porto ha tenuto a precisare subito che lo sciopero proclamato non era contro Piccini, ed è vero. Non si può attribuire a Piccini la responsabilità della crisi mondiale, del calo dei traffici, del ricorso alla cassa integrazione, ma che qualcosa in questo porto non funziona da un bel po’ di tempo e che non si riesce a vedere una svolta decisa nel governo dell’Autorità Portuale è un fatto. Che vi siano ritardi nel definire parti importanti del piano operativo triennale (che ricordiamo è scaduto da tempo) come la stessa privatizzazione della porto di Livorno 2000 è un fatto. Che vi siano ritardi nella stessa definizione del Piano regolatore, che vi siano ritardi nella predisposizione dei progetti per la realizzazione di nuovi fasci di binari, che vi siano ritardi nella resecazione della banchina Bengasi, che vi siano ritardi nella definizione di un nuovo patto del lavoro con al centro la società Agelp non più partecipata dalla sola compagnia portuale ma da tutte le imprese portuali è un fatto. Che compagnie di navigazione abbandonano Livorno per Carrara è un fatto. Che vi siano concessioni demaniali non utilizzate al meglio è un fatto. Che vi sia in porto un clima conflittuale e concorrenziale tra imprese, non governato e non diretto dalle istituzioni è cosa nota. Per non parlare dei bacini, dell’ex Seal, del governo degli attracchi. Insomma, inutile fare la lista della spesa, che c’è qualcosa che non funziona in porto lo dice anche la Cgil, ovviamente escludendo Piccini che invece candida per la riconferma.
Per Senza Soste, M.S.
12 gennaio 2010
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