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Sulla Porta a Mare esplode la bomba Taormina

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portoweb.jpgE' il solito Taormina di sempre. Malgrado faccia parte del “partito dell’amore” non disdegna di sparare su tutti. Non si salva nessuno, comune, autorità portuale, azimut, ministeri, tribunale, cooperative rosse e se la prende anche con chi passava per caso da Piazza Mazzini. Il rischio è che il fumo di tutti questi fuochi artificiali sparati da Taormina finisca per nascondere i brandelli di verità che ci stanno sotto. Non conosciamo cosa è emerso dal lavoro di indagine fatto dell’avvocato, ma il suo teorema, e cioè che vi fosse una associazione a delinquere pronta a guadagnare sulle ceneri del cantiere, mi convince poco. Fin troppo semplicistica, troppo lineare, troppo causa ed effetto, senza parlare della solita tecnica che privilegia, in mancanza di faticose analisi, di dare in pasto all’opinione pubblica un dubbio su cui sfamarsi per giorni.

Non che non vi siano legittimi dubbi su chi, alla fine, ha finito per guadagnarci dalla morte del Cantiere, non che non vi siano legittimi dubbi sulla facilità con cui i ministeri hanno allargato la borsa consentendo ad un privato di pescare a piene mani su finanziamenti pubblici, non che non vi siano legittimi dubbi sul comportamento disinvolto di un movimento cooperativo che non aiutò le cooperative del Cantiere a salvare un progetto, per alcuni scomodo, per me bellissimo, come quello di chi diventa proprietario del proprio lavoro. Ma da qui a parlare di complotto, a mio avviso ce ne vuole un bel po’. Basta ritornare per un attimo a quegli anni, e non sono passati secoli, per capire quali fossero i conflitti in atto. Da una parte c’era una visione della crescita della città e del suo sviluppo basata sul turismo e sul terziario più o meno avanzato. Dall’altra una città che non poteva crescere guardando al turismo avendo a nord l’Eni con la raffineria e a sud la Solvay. Quindi uno scontro tra concezioni di sviluppo tra chi vedeva la fine delle tute blu e chi invece auspicava nuovi insediamenti industriali.

In mezzo a queste “nobili battaglie di pensiero” che si giocavano tutte all’interno del partito di maggioranza, dato che le minoranze non hanno mai contato niente in questa città, c’era chi si muoveva alla caccia di interesse personali, o di nicchia. Mi riferisco ad un sistema bancario talmente anacronistico e autolesionista da consentire alla gallina dalle uova d’oro, com’era il cantiere costretto a ricorrere al credito per finanziare le navi in costruzione (e quindi interessi da pagare alle banche) di morire. C’era poi il partito dei costruttori edili campeggiato dai soliti noti che guardava alle aree come un anziano guarda una bella ragazza in costume. C’era chi guardava al porto turistico ed alla possibilità di trasformare le aree retro cantiere (quelle dell’Astra e limitrofe per intenderci) come nuove aree edificabili. C’era la Spil, la società del comune, pronta a prendere in eredità sia la costruzione del nuovo porto turistico che le aree ormai in fase di dismissione operativa dello scalo Umbria e di quelle che si affacciano in Piazza Mazzini. Come non ricordare che il progetto iniziale del Cantiere, voluto dai lavoratori, prevedeva infatti lo spostamento a mare delle attività, cosa che gli operai stessi fecero riattivando lo scalo Morosini (indebitandosi anche, ma per restituire alla città parte delle aree, quelle stesse su cui ora viene realizzata la porta a mare). Come non ricordare che più volte i cantieristi chiesero al comune di dotare quelle aree di idonei strumenti urbanistici per recuperare i soldi investiti per lo sviluppo a mare delle attività (non si trattava di urbanistica contrattata ma di un accordo previsto dallo stesso progetto iniziale del cantiere).

A quei tempi, lo ricorderete, c’erano due galli nel pollaio livornese; da una parte il sindaco Lamberti e dall’altra il presidente dell’autorità portuale Marcucci. Tutti e due in fase di uscita dalle loro responsabilità e tutti e due pronti per una candidatura forte. Marcucci era chiaramente l’uomo del cantiere e i cantieristi erano le truppe dell’Autorità portuale. Bisogna anche ricordare, per amore della verità, che non vi erano grandi slanci amorosi tra i lavoratori del cantiere e quelli del porto così come i portuali non amavano alla follia Marcucci. La chiusura del cantiere avrebbe significato anche dare un colpo a Marcucci ed alla sua visione politica di sviluppo. Lo avrebbe indebolito anche come avversario per ipotetiche cariche politico-amministrative. Tra i due duellanti c’era poi l’attuale sindaco, Cosimi, allora segretario della federazione del partito di maggioranza assoluta. Perché non proviamo a rileggere i fatti di pochi anni fa con questa lente? Perché, una volta scomparso il cantiere sono scomparsi (da incarichi pubblici) sia Lamberti che Marcucci? Quali logiche spinsero la Lega delle cooperative a lasciar morire il cantiere? Vi furono ingerenze locali sulle decisioni della Lega delle cooperative? Non fu una partita politica intramezzata da interessi di bottega a decretare la morte del cantiere? Perché tanto silenzio su quegli avvenimenti?

Certo non possiamo chiedere all’avvocato Taormina di svolgere una funzione non sua, ma alle forze politiche di questa città che si dichiara di sinistra, forse, una riflessione seria su quegli avvenimenti è il caso di chiederla prima che la memoria sia del tutto affievolita. Questi avvenimenti non riguardano la storia, ma sono cronaca, perché è da questi avvenimenti che nasce la Livorno di oggi, inginocchiata dal punto di vista politico, timorosa di far sentire la sua voce, più dedita ad assecondare egoismi individuali che pronta a guardare al sociale.

Per senza Soste, Gino il barcaiolo

30 dicembre 2009

 

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