
E’ finito sui Tg nazionali l’episodio che ieri ha visto una folla di persone “assediare” per quasi 6 ore due rumeni (padre e figlio) nel loro appartamento dopo una rissa con una famiglia del palazzo di fronte finita a bastonate e con due feriti (la famiglia Pedini, padre e figlio anch'essi). Una questione di vicinato (pare per motivi di spazzatura) che col passare delle ore si è trasformata in un progressivo arrivo di persone e polizia e carabinieri che sono riusciti a portare via i due rumeni solo alle 23 dopo l’intervento del sindaco, di alcuni consiglieri comunali e del capo dei vigili urbani.
Sui quotidiani locali e sui Tg nazionali l’episodio ha dato subito spunto per descrivere il fatto come una battaglia fra livornesi e rumeni, con annesso tutto il contorno che si crea in questi casi.
I primi a precipitarsi in via dei Mulini sono stati i parenti e gli amici del ragazzo ferito che hanno tentato subito di farsi giustizia da soli. La polizia faceva fatica a tenere la rabbia non riuscendo nemmeno ad arrestare i due rumeni per timore che la folla li potesse assalire. Fin qui la cronaca, che si è protratta con le medesime dinamiche fino alle 23.
Ma per capire bene quali sono state le motivazioni di questa “rivolta” bisogna intanto capire il contesto, visto che al di là della cronaca a noi interessa interpretare il fatto nella sua valenza collettiva e politica.
In strada, durante le sei ore di tensione, c’erano due gruppi distinti di persone: coloro che volevano fare giustizia per l’amico o il parente ferito (e su questo ognuno può dare un giudizio soggettivo di legittimità o meno) e coloro che invece in strada sono scesi per esprimere un disagio nel quartiere, un disagio chiaro rivolto verso gli immigrati. Molti di questo secondo gruppo infatti era lì perché l’altra famiglia coinvolta era rumena.
Alcuni lo hanno ammesso, altri lo hanno dimostrato con commenti e disquisizioni che poi sono diventate sempre più insistenti all’arrivo del sindaco. Il tenore dei commenti e dei luoghi comuni, molti dei quali smentiti dalla legge stessa, variava fra “Non si può più uscire la sera” a “A loro gli date tutto a noi nulla”, “Dovete convincere i proprietari a non affittare le case agli immigrati”, “Ci vuole più polizia ma che controlli loro”, “In carcere ci vanno solo gli italiani”, “A loro gli date le case popolari io invece c’ho il mutuo”, “Questa è gente non civilizzata che mette le lavatrici ai cassonetti”, “Se non ci pensa la polizia ci si fa giustizia da soli”.
Sembrava in un certo senso di rivivere la situazione di via Terrazzini, quando due estati fa scoppiò la rabbia popolare per alcuni episodi risse e accoltellamenti legati allo spaccio commessi da alcuni immigrati.
Sono reazioni di residenti che si ritengono abbandonati dalle istituzioni e che vivono con disagio il cambiamento sociale del quartiere. E’ legittimo che qualunque cittadino pretenda di poter vivere in un quartiere curato, con piazze e verde, con centri di aggregazione e senza aver paura di niente. Tuttavia c’è da fare una grossa riflessione su questo genere di episodi. Intanto c’è da capire quanto sia reale il quartiere descritto dai residenti e quanto invece sia indotto da una situazione di insicurezza generale.
Alcuni residenti con cui abbiamo parlato respingono la definizione di Bronx per il quartiere e affermano che la situazione in quelle strade non ha niente a che vedere con quella che viene dipinta.
Viene il dubbio allora che spesso dietro la richiesta di soluzioni per la “sicurezza” (siano ronde o volanti della polizia) si nasconda un altro genere di insicurezza, quella che quotidianamente cresce per i diritti erosi, per un lavoro che non c’è, per un affitto a prezzi da strozzo o un mutuo cinquantennale per potersi permettere un bene primario come la casa.
Rimane un fatto preoccupante, legato all’uso di una cieca violenza (la rissa, l’utilizzo dei bastoni e il tentato linciaggio) nate da uno screzio per motivi di vicinato. Ma c’è anche un progressivo sfaldamento del tessuto sociale, con una totale incomunicabilità fra una parte di popolazione immigrata che ha atteggiamenti poco conciliabili con la tolleranza da parte di una città (l’uso di armi nelle risse ad esempio è un fatto inaccettabile) e una parte di livornesi che tra menefreghismo e luoghi comuni individuano nell’immigrato la prima causa dei suoi mali sposando nei fatti un leghismo culturale.
E mentre nei quartieri ci si scanna e una larga fetta di politica sciacalla questi episodi e la città continua il proprio declino industriale sostituto con speculazione edilizia, rifiuti e poli energetici che creano sempre meno posti di lavoro e ricchezza collettiva a fronte di lauti profitti per pochi e grande impatto ambientale per tutti.
(red.) 2 settembre 2010