Lonzi Metalli: mi fai accendere?

L’incredibile caso della ditta di Via del Limone, sette incendi in undici anni. Riproponiamo un nostro articolo pubblicato nell'ottobre del 2012

Venerdi 28 dicembre 2001, intorno alle 5 del mattino, una guardia giurata vede una colonna di fumo alzarsi dalla Lonzi Metalli, in Via dei Condotti Vecchi (1), e chiama i pompieri, che riescono a spengere l’incendio solo nel primo pomeriggio. I carabinieri non trovano conferme all’ipotesi di un rogo doloso, e -scrive la stampa- “per loro il caso è già chiuso”. A bruciare sembra che sia stata una catasta lunga circa 100 metri di legno, carta e cartoni, per cui L’ARPAT esclude qualsiasi pericolo di tossicità della nube: niente plastica, niente diossina (2).

La battaglia degli abitanti della zona in difesa dell’ambiente e della loro salute era iniziata già da molti anni (la prima richiesta di delocalizzazione della Lonzi e di altre industrie vicine da parte della Circoscrizione 1 risale al 1986), e proprio nel 2001 avevano commissionato alcune analisi su campioni dei terreni circostanti: era emersa una concentrazione di cadmio cinque volte superiore ai limiti di legge. Ma il peggio doveva ancora arrivare…

Mercoledi 5 marzo 2003 scoppia un secondo incendio alla Lonzi, ma di questo episodio non si trova traccia nella stampa locale. Alla fine del mese l’ARPAT effettua le sue analisi e comunica i risultati. La concentrazione di cadmio è di 500 volte inferiore a quella trovata due anni prima nelle analisi indipendenti, mentre il mercurio è a 0,97 mg/kg, il doppio del limite consentito per i terreni agricoli. Ma l’ARPAT scrive  che la zona “sembra essere classificata come industriale e quindi il limite sarebbe rispettato” (3).

Giovedi 15 luglio 2004, intorno alle 3 e mezzo del mattino, i rifiuti della Lonzi prendono fuoco un’altra volta. Si tratta di 250 metri cubi di materiali (secondo la ditta i soliti legno, carta e cartoni). Per domare le fiamme i pompieri devono far arrivare dei rinforzi da Pisa: ci riescono solo nel pomeriggio. “C’è il rischio di nubi tossiche? Si attendono le indagini dell’ARPAT” si legge sulla stampa. Dei risultati però non verrà data notizia nelle cronache dei giorni successivi. Anche stavolta si parla di rogo doloso, ma non si arriverà ad alcuna conclusione.

Per quattro anni non si verificano episodi del genere, ma domenica 9 marzo 2008, alle due di notte, ecco il quarto incendio. La ditta ora ha un sorvegliante 24 ore su 24, ed è lui che dà l’allarme. Stavolta ci vuole solo un’ora per spengere il fuoco e alle quattro i pompieri sono già rientrati in caserma.

Sabato 20 giugno 2009: il Livorno batte il Brescia per 3-0 e torna in serie A. Intorno alle tre di notte, mentre c’è ancora gente per strada che festeggia, la Lonzi si incendia di nuovo nonostante la forte pioggia. Come causa sia parla di un fulmine, ma poi l’ipotesi verrà scartata. Fatto sta che prendono fuoco almeno 5000 tonnellate di rifiuti, una quantità di molto superiore a quella di cui è autorizzato lo stoccaggio. Il forte vento di tramontana alimenta le fiamme e spinge la nube verso la città, che viene “invasa dal fumo e dalla puzza di bruciato”. I vigili del fuoco avranno ragione dell’incendio solo il mercoledì successivo, dopo 86 ore. Stavolta non ci sono dubbi: tra i materiali bruciati c’è soprattutto la plastica, sicuramente si è sprigionata la diossina.

Il Tirreno parla di un “colossale inceneritore fuori da ogni controllo” e pubblica un diluvio di interventi di livornesi che protestano e denunciano malori, qualcuno rileva la strana coincidenza con la partita, ma per il responsabile della Protezione Civile del Comune: “pur non essendo ancora in possesso dei risultati delle analisi, possiamo escludere pericoli per la popolazione” perché l’acqua utilizzata per spengere l’incendio “ha diluito le particelle volatili”. Un esperto consiglia: «Non mangerei la verdura coltivata lì» ma il sindaco (è lui l’autorità competente) non vieta il consumo o la vendita di frutta e ortaggi coltivati in zona. “Stiamo facendo il massimo per la delocalizzazione” rassicura da parte sua l’assessore provinciale all’ambiente Nista. Il 14 luglio vengono pubblicate le conclusioni dell’ARPAT: la rete di monitoraggio non ha rilevato niente di anomalo e la diossina sarebbe rimasta nei limiti di legge.

Dopo questo episodio l’ARPAT effettua però alcuni sopralluoghi alla Lonzi: a seguito di uno di questi la Provincia “diffida l’Azienda ad adottare tutte le necessarie e più efficaci misure (…) per evitare gli effetti ambientali riscontrati dall’ARPAT“ (5 ottobre 2009).

La Lonzi comunicherà di essersi messa in regola, ma da altri sopralluoghi dell’ARPAT effettuati il 21 dicembre 2009 e il 22 marzo 2010 dell’ARPAT emergerà che le prescrizioni non sono state rispettate e che lo stoccaggio è superiore a quello autorizzato.

Alle 7,30 del 5 aprile 2010, Pasquetta, scatta l’allarme: alla Lonzi una catasta di legna alta circa sei metri ha preso fuoco. Stavolta per i pompieri è un gioco da ragazzi, e risolvono in poche ore. Il dolo è escluso, si parla di autocombustione.

Il 9 aprile 2010 la Provincia diffida nuovamente la Lonzi, e il 14 maggio impone all’azienda una sospensione dell’attività di 20 giorni. Il 19 maggio 2010 Valerio Campioni, PD, ex presidente di Legambiente e dipendente della Lonzi, si dimette dalla presidenza della commissione ambiente della Provincia. Due giorni dopo la Provincia abroga l’atto di sospensione e il 24 maggio Campioni ritira le dimissioni (4).

Giovedì 12 luglio 2012, alle cinque e mezzo del mattino, Livorno si sveglia “sotto una nuvola grigia, una cappa maleodorante che ha invaso la città da nord a sud”. È un incendio doloso alla Lonzi Metalli: prendono fuoco venti tonnellate di ecoballe, contenenti soprattutto plastica. Le fiamme vengono domate alle 16. Di nuovo l’incubo diossina: in attesa delle analisi il Comune si limita a consigliare di non usare i vegetali coltivati in zona come foraggi e di lavare bene le verdure.

Il 27 luglio i risultati dell’ARPAT evidenziano la presenza nei campioni di furani e diossine superiori ai limiti di legge: a seguito di questo, quindici giorni dopo l’incendio, il sindaco ordina la distruzione dei prodotti dei campi.

Ci chiediamo: com’è possibile che un’azienda priva di un’efficace sicurezza antincendio (non esiste neanche un vero e proprio sistema di videosorveglianza) venga autorizzata a lavorare? Possibile che polizia e magistratura non abbiano mai individuato nessuna responsabilità, né dei dirigenti dell’azienda né (se i roghi sono dolosi) a danno dell’azienda?

I politici per tener buoni i residenti promettono da vent’anni la delocalizzazione, da un po’ si parla di un nuovo “distretto delle nocività” a Vallin Buio, ma non si risolvono i  problemi spostando di un chilometro i in linea d’aria un’impresa che una volta all’anno sprigiona nubi tossiche sull’intera città. Inoltre anche nei pressi di Vallin Buio vi sono abitazioni. A quanto ci è dato di sapere, infatti, gli abitanti hanno già presentato una petizione con circa 300 firme  contro l’ipotesi del nuovo distretto delle nocività nella loro zona.

La soluzione non è il gioco dei bussolotti ma un nuovo modello di città dove ambiente, lavoro e salute non siano in contraddizione. Dai comitati in questi anni oltre ai doverosi NO sono uscite molte proposte concrete che le amministrazioni locali hanno sistematicamente ignorato, in nome del profitto di pochi. Ora deve prevalere l’interesse di tutti.

Tratto da Senza Soste edizione cartacea n.89 (ottobre 2012)

NOTE

  • Oggi Via del Limone
  • Le notizie sugli incendi sono tratte dalle cronache locali del Tirreno
  • ARPAT, relazione del 5/9/2003, prot. U/9300/DC22
  • La Nazione, 25 agosto 2011. La circostanza è venuta alla luce quando Valerio Campioni ha comunicato di essere anche consulente della ditta Bellabarba, quella della discarica del Limoncino
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