Nell’ottobre del 1984 tre pretori “spensero” le reti Fininvest, ma Craxi rimise tutto a posto
Il 16 ottobre di 25 anni fa tre pretori (da Milano, Roma e Pescara) disposero il sequestro del sistema che permetteva alle reti Fininvest di trasmettere in contemporanea a livello nazionale. Dal 1981 infatti, Berlusconi iniziò ad utilizzare la propria rete di emittenti locali come se fosse un'unica emittente nazionale: registrava con un giorno d'anticipo il palinsesto e le pubblicità, dopodiché partivano da Segrate venti cassette registrate che i venti capizona mettevano in onda in simultanea. Un aggiramento della legge che diventò presto una miniera d’oro, infatti se nel 1980 il fatturato Fininvest ruotava per il 60 % intorno al settore edilizio, 4 anni dopo la situazione era ribaltata: l’85% del fatturato arriva dalle tv.
Un fatturato miliardario in contrasto anche con le sentenze della Corte costituzionale che aveva più volte bocciato l'ipotesi che un soggetto privato potesse acquisire il controllo di una televisione nazionale perché, visti gli spazi limitati a disposizione, si sarebbe trattato di una lesione al diritto di libertà di manifestazione del proprio pensiero garantito dall'art. 21 della Costituzione. Sempre in difesa di questo principio la Corte nel 1976 aveva ammesso anche un sistema plurale di molteplici reti distribuite sul territorio a livello esclusivamente locale a fianco della concessionaria pubblica. Berlusconi reagì e denunciò l’”oscuramento” deciso dai pretori. Fece la vittima e organizzò la serrata scommettendo sul populismo. Fece leva sugli orfani dei Puffi e delle telenovele, dei quiz e dei film. A rimettere tutto a posto ci pensò dopo quattro giorni, il 20 ottobre 1984, il governo di Bettino Craxi che intervenne emanando un decreto legge in grado di rimettere in attività il gruppo. Ma il 28 novembre il Parlamento, invece di convertirlo in legge, lo rifiutò giudicandolo incostituzionale. Craxi varò quindi il 6 dicembre 1984 un nuovo decreto (detto Berlusconi-Agnes), ponendolo al Parlamento tramite la questione di fiducia e ottenendone l'approvazione. Nell’archivio di Craxi fu trovata anche una lettera: “Caro Bettino grazie di cuore per quello che hai fatto…Spero di avere il modo di contraccambiarti....Ancora grazie, dal profondo del cuore. Con amicizia, tuo Silvio”.
Nel 1990 fu la Legge Mammì (dal nome del ministro delle Poste e Telecomunicazioni Oscar Mammì, repubblicano, che amava ripetere “la politica è morta, viva la pubblicità”) a stabilizzare le situazione stabilendo che non si poteva essere proprietari di più di tre canali. Una legge che si limitava a fotografare l’esistente e sancire il duopolio Rai-Fininvest senza un vero tetto pubblicitario e spot senza limiti (cinque ministri del Governo Andreotti si dimisero per protesta) e che fu ritenuta incostituzionale dalla Corte Costituzionale che richiamò la necessità di porre limiti più stretti nella concentrazione di possedimenti in campo mediatico. Sentenza che non ha ancora prodotto i suoi frutti visto che dal 2006 Rete4 avrebbe dovuto migrare sul satellite mentre le frequenze sarebbero dovute passare al vincitore legittimo della gara d'appalto: Francesco Di Stefano, proprietario di Europa 7. Con la legge Gasparri del luglio 2006 invece Rete4 ha potuto continuare a trasmettere in chiaro, legge tra l’altro bocciata dall'Unione Europea, che ha chiesto all'Italia di cambiare le regole sulla tv, altrimenti scatterebbe una multa di 350.000 euro al giorno (130 milioni l’anno) con validità retroattiva.
Questa è la storia dell’impero televisivo berlusconiano, nato nel segno dell’illegalità e della protezione politica da parte di chi, Craxi, puntava a rompere il monopolio democristiano sulla cultura televisiva regalando uno strumento strategico ad un imprenditore privato. Questa vicenda infatti, oltre che un legame mai visto fra un governo e un singolo imprenditore, mostra un’impreparazione totale da parte dei partiti e del Parlamento rispetto alla grandissima portata strategica dell’operazione Fininvest dal punto di vista politico e culturale. Lo stesso Partito Comunista non comprese che in quei giorni si stava giocando una partita fondamentale che proiettava l’Italia verso la società delle telecomunicazioni in cui la televisione avrebbe assunto il ruolo di unico partito di massa e avrebbe modificato l’agire sociale e la cultura di intere generazioni. L’Italia ha tutt’ora davanti a sè un futuro in mano agli interessi di un network televisivo e di un imprenditore che fa del proprio ruolo pubblico uno strumento di consolidamento delle proprie aziende e una riproposizione di ciò che Licio Gelli e la sua P2 avevano capito prima di tutti: “Dissolvere la Rai in nome della libertà d’antenna” diceva il Venerabile. Da quei primi anni ottanta si va avanti con situazioni illegali, monopoli selvaggi e ritardi.
La guerra delle tv è un capitolo della storia italiana mai chiuso, neppure, colpevolmente, dai governi di centrosinistra.
Franco Marino
tratto da Senza Soste n.42 (ottobre 2009)
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