Il "salto di qualità" verso la massima esternalizzazione dei serviziOra la palla è passata a uno dei fondatori di Repubblica, Sergio Frau, che dopo essere diventato famoso per aver scoperto che le colonne d’Ercole non erano in realtà nello stretto di Gibilterra, affronta adesso l’azienda a viso scoperto. Intanto pare che abbia già contestato la legittimità della Cig ed è pronto a sostenere qualunque battaglia per dimostrare un fatto semplice quanto inoppugnabile: che i prepensionamenti sono sempre volontari, soprattutto nel caso di Repubblica, laddove l’accordo Cdr-azienda specifica con chiarezza impressionante che la Cig verrà usata “esclusivamente ai fini dei pensionamenti e dei prepensionamenti”. Come a dire che, se uno non vuole andare in prepensionamento, non va neanche in cassa integrazione.
Autorevoli avvocati hanno già avvalorato questa tesi, ma non bisogna aver superato un esame da magistrato per valutare prima di tutto da un punto di vista lessicale l’esatto significato di quella frase.
Eppure finora l’azienda è riuscita a mandare via quasi tutti quelli che hanno già compiuto i fatidici 58 anni. Ci è riuscita grazie a un sapiente gioco di carota e bastone, laddove quest’ultimo gioca sempre la parte più importante. Infatti la carota, cioè i soldi, sembra siano pochini (salvo forse qualche caso che tocca colleghi famosi e che non viene naturalmente pubblicizzato).
Il bastone, invece, ovvero la minaccia di un allontanamento forzato – benché questa strada appaia giuridicamente quantomeno ardua – è servita a convincere quasi tutti. C’è da dire che la carota assume l’aspetto anche di un contratto di collaborazione che permette al fuoriuscito di continuare a sentirsi in qualche modo parte del giornale anche se ufficialmente non c’è più.
La contestata vicenda dei prepensionamenti “forzati” porta però ad altre interessanti conclusioni sulla nuova forma di organizzazione del lavoro che si sta creando a Repubblica, e che potrebbe presto applicarsi ad altre testate. Un nucleo di colleghi relativamente giovani e poco costosi, preferibilmente quarantenni, sta prendendo in mano le redini della macchina. Mentre gli ex, grazie ai contratti di collaborazione, in molti casi possono svolgere un ruolo importante di copertura qualificata delle notizie, soprattutto laddove ci vuole una certa esperienza, conoscenza dei settori e frequentazione delle persone.
In altre parole, Repubblica sta creando un “apparato giornalistico esterno”, poco pagato perché “protetto” da un minimo pensionistico ma anche molto efficiente e preparato, e facilmente utilizzabile perché si è formato in azienda.
Una tale organizzazione del lavoro, evidentemente appoggiata (se si crede in un capacità di pensiero autonomo della Fnsi) oppure subita (se si crede invece che la Federazione letteralmente non sappia quello che sta facendo a se stessa) dal sindacato, porterà nei prossimi anni a una ulteriore riduzione della forza lavoro in azienda (quella che versa i contributi all’Inpgi) e a un accrescimento della forza lavoro sottopagata esterna (che non versa più contributi all’Inpgi ma anzi ne prende i soldi sotto forma di pensione).
Inoltre questa forza lavoro è molto qualificata, relativamente giovane, e dunque andrà ancora una volta a discapito delle nuove leve. Per quanto riguarda i riflessi sui bilanci dell’Inpgi, non c’è bisogno di fare facili previsioni: basta attendere qualche anno per vederli.
Questo, per Repubblica, non è che un ulteriore step verso una maggiore esternalizzazione del lavoro in redazione, una tendenza già presente da anni. Tuttavia questa volta siamo in presenza di un vero e proprio “salto di qualità”. Repubblica è ancora una volta all’avanguardia mondiale. Forse a molti “compagni” di una volta questo tipo di “avanguardia” non piace. Ma scusate, dove sono i “compagni” di una volta?
tratto da Il Veritiero
12 giugno 2010
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