Con un editoriale Gabriele Polo, direttore editoriale del Manifesto, apre l’ennesima sottoscrizione chiedendo ai lettori di salvare ancora una volta il giornale. Il giornale sta per chiudere, ci dice, per due ragioni. La prima consiste nelle modifiche ai finanziamenti pubblici, la seconda nell’inarrestabile emorragia di copie. A questo proposito Polo si limita a riportare, con molta vaghezza, alcune responsabilità, tra le quali una certa “pigrizia” editoriale. Tace sul fatto che questa flessione di vendite si è aggravata con il suo mandato da direttore. Peraltro negli ultimi anni il giornale ha conosciuto una vera depressione, ha perso firme storiche che hanno preferito andare via piuttosto che assistere al proprio suicidio professionale, ritrovandosi ad essere un foglio senza identità, una copia dell’edizione precedente di Repubblica con qualche tocco di uno stanco sentirsi di sinistra. Pochi i reportage, confusa la linea politica, inesistente la linea editoriale. Si è simpatizzato per la Bonino, non si è approfondito il malessere operaio espresso all’indirizzo della Fiom. Con l’arrivo di Norma Rangeri sono state cavalcate infine chine giustizialiste estremamente semplicistiche e sicuramente poco in accordo con la testatina “quotidiano comunista”, che pure si è scelto di mantenere. Il giornale ha perso la sua anima. E’diventato, in breve, irriconoscibile.
Per tutti questi motivi l’ennesimo ricorso ai soldi dei lettori appare ingiustificabile, senza contare che, per “pigrizia”, non si fa nemmeno lo sforzo di chiarire le responsabilità, dare i contorni di un progetto, indicare la linea editoriale che si vuole sposare e il tipo di informazione che si intende dare. E, soprattutto, non si dice nemmeno come sono stati spesi i tanti soldi raccolti nelle precedenti campagne. Abbiamo letto lettere di operai che mandavano denaro rinunciando alle proprie ferie pur di salvare il manifesto e la sua capacità di creare identità. Il giornale, intanto, non lesinava sulle spese per inviare agli imperdibili festival cinematografici non meno di tre redattori (al prezzo di un giornalista pagato in nero per un anno).
Dunque o cambia tutto o è meglio che si chiude. Se i lettori devono salvare ancora una volta il giornale allora è ad essi che bisogna rendere conto. Se i lettori sono i veri editori del Manifesto allora è a loro che deve essere data la possibilità di scegliere il proprio direttore come nella prassi organizzativa di qualsiasi giornale. Ed il direttore è tenuto ad esporre il proprio programma editoriale.
Poniamo, pertanto, da lettori una clausola a quest'ultima sottoscrizione: vogliamo Daniele Sepe direttore. E’ un nome che proponiamo perché continua a stare dalla parte del torto, perché ha saputo trasformare la bacheca di un social network in un luogo di dibattiti vari (sul tramonto delle ideologie, su Pomigliano, sull’attualità di ripensare alla lotta di classe, sulla questione meridionale, sull’impossibilità di rispondere alla camorra con la ricetta “ordine e giustizia”) proprio come vogliamo che faccia di nuovo il Manifesto, quotidiano comunista.
Se sottoscriviamo è per salvare un giornale che ora già non c’è più.
Eleonora Lampis, Salvatore Speranza, Giovanna Ferrara, Amleto de Silva, Oreste Scalzone, Blu Lepore, don Vitaliano Della Sala, Francesco Caruso, Giorgio Giuliano, Cristina Cicogna, Ketty Campi, Carmine Goglia, Massimo Quarello, Marisa Sulmoni, Cristina Pedretti, Barbara De Angelis, Pasquale Vetta, Andrea Volpini, Matteo Carlomagno, Edoardo La Scala, Caterina Conti, Mirko Ciorciari, Centro Sociale Depistaggio, Lidia Santoro, Emanuele Esposito, Celestino Grifa, Antonio Armenante, Giorgia Russo, Franco Piperno
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