I migliori dischi del 2018: uno scontro generazionale ed è giusto che sia così

Nel 2018 tutti ci siamo preoccupati di dare giudizi sui fenomeni musicali, prevalentemente adolescenziali, nel momento in cui sono diventati fenomeno di costume, sociologici e di ordine pubblico.
Sfera Ebbasta (poco da dire, il 2018 è lui) è stato prima odiato da tutti i buoni perché ha usurpato la conciliante autorappresentazione della sinistra democratica portando un po’ di “bling bling” sul triste, retorico e conservatore palco del “Primo Maggio” a Roma. Poi è stato odiato da tutti i cattivi perché, circa cinquanta milioni di visualizzazioni in ritardo, porta i figli sulla cattiva strada perché tratta male le donne e non rispetta le uscite di sicurezza. A quel punto i buoni hanno cominciato ad amarlo perché, si sa, non è un problema quello che dice ma è un problema il perché lo dice. 
E’ uno scontro generazionale ed è giusto che sia così. E’ giusto che i padri odino la musica dei figli ed è giusto che i figli trattino come sfigati i vecchi che cercano di farsi piacere la Dark Polo Gang. Noi ci mettiamo di lato e cerchiamo di capire dove nasce Sfera Ebbasta e fino a dove può arrivare senza farci incazzare davvero.

Qui sotto ci sono i miei dischi preferiti del 2018 (ce ne sono anche altri) e non credo che siano necessariamente migliori di Sfera Ebbasta (lo sono). Sono solo altre esperienze e altri vissuti.

Marie Davidson – Working Class Woman

Dall’esterno, da chi non frequenta o da chi frequenta solo come fruitore passivo e disinteressato, la musica da club è un generico aspetto, fisico, di alcune serate tossiche e alcoliche. I dischi di Marie Davidson sono riflessioni intime, dall’interno, su un mondo instabile, inevitabilmente notturno che porta a vivere una quotidianità distorta. Working Class Woman è un disco politico già dal titolo: un viaggio parallelo tra l’ossessione per il lavoro (non importa se è il lavoro di ufficio From Monday to Friday” o il club “Friday to Sunday”) e tutte le alienazioni del mondo contemporaneo. Tutto è raccontato con ironia e distanza: questo è un lavoro egoista e non compiacente. Non cerca empatia e, nonostante l’assoluta bellezza, mette a disagio. E’ la migliore esperienza musicale che abbiamo potuto fare quest’ anno.

Carl Brave x Franco 126 – Polaroid 2.0 // Carl Brave – Notti Brave

Tendo ad essere iperbolico e definitivo nei giudizi, anche senza approfondite riflessioni. Ascolto tutto in modo entusiastico e superficiale, mi innamoro di tutto ed è sempre amore definitivo. Ho perso Carl Brave x Franco126 nel 2017 ma mi sono rifatto, con gli interessi, nel 2018. Polaroid (2.0 solo per poterlo inserire qui) è il disco più importante degli ultimi anni. E’ neorealismo: il racconto delle città alla fine degli anni 10 per come sono e per come sono vissute da chi viene da quello strato sociale che sta al confine tra la piccola borghesia e la piccola borghesia impoverita. Non ci sono riferimenti culturali “alti” ma ci sono birre, pizze, bar, serie tv, droghe, sampietrini e molti amori corrisposti per poco. E’ un disco urbano: nei miei ambienti siamo abituati ai cantautori che raccontano molto la provincia e poco la città, cerchiamo sempre uno sguardo disincantato su un orizzonte in cui siamo costretti e dal quale vogliamo fuggire, ed è uno sguardo che si costruisce coi film, coi libri, con l’arte, coi fumetti d’autore e con il vino. Qui non si vuole scappare: la città è la metropoli eterna che offre tutto. L’orizzonte è quello e non occorre altro.
Polaroid e Notti Brave sono dischi che contengono canzoni di amore e malinconia, come i dischi della tradizione musicale italiana ma, ovviamente, non è l’amore dell’iperuranio rosa della riviera ligure. E’ il bignami di tutte le storie d’amore (fallite) di chi sbaglia sempre. E’ il disco dell’estate di chi l’estate la passa sui gradini di qualche palazzo.

Francesca Michielin – 2640

Nel 2018 non ci vergogniamo più di confessare piaceri proibiti provenienti dal mondo musicale mainstream. Ed è consuetudine passare, senza soluzione di continuità dai festival nazionali, ai talent show, dai festival indipendenti alle ospitate nei salotti più o meno buoni della tv. La Michielin riesce a essere, contemporaneamente, parte di tutti questi mondi. 2640 è un bellissimo disco pop di respiro internazionale e questa, in italia, è abbastanza insolito. Guarda all’ambiente indie che diventa mainstream (basta leggere i crediti del disco) ma, a differenza del nuovo pop italiano che conta, ha alle spalle la potenza delle adolescenti (anche delle bambine, per completezza) e della TV. Questo si traduce, semplicemente, in produzioni perfette e nel fatto che Francesca Michielin ha una voce bella, riconoscibile, ed è sempre intonata.

In realtà il pubblico della musica indipendente continua a guardarla con diffidenza, almeno nel mondo fuori dal web: uscire dai talent show resta comunque un fardello, in certi ambienti. Ed è solo una questione di immagine: i testi di 2640 sono perfettamente in linea coi testi de I Cani o di Calcutta. Ma il prodotto finito è più curato, patinato, pulito e spendibile anche (e soprattutto) per la zia e la nipotina.
Però, al netto di ogni speculazione da radical chic, 2640 è un bellissimo disco pop. Può bastare.

Snail Mail – Lush

Lindsay Jordan è nata nel 1999. Sembra quasi impossibile che a 18 anni una ragazza di Baltimora riesca a fare un disco degli anni ’90. Se chi oggi viaggia intorno ai quaranta riesce a superare il pregiudizio generazionale potrà trovare un disco che parla la lingua che l’ha fatto o fatta crescere: quella musica emozionale al confine tra rock, country e pop, tra Liz Phair e Jeff Buckley.

Ovviamente è un disco emo scritto da un’adolescente: un flusso di autocoscienza con molte domande semplici, poche risposte ma molta autenticità. Non è un aspetto negativo ma bisogna essere preparati ad un tuffo indietro di una ventina di anni (se va bene). Nel momento in cui si è disposti ad accettarlo c’è solo da godere di un gioiellino vero.

Soap & Skin – From Gas to Solid / you are my friend

Non riesco molto a parlare di dischi intimi come questo che sono semplicemente belli. E’ molto più facile provare a spiegare dischi che cercano di raccontare la realtà che dischi che parlano “solamente” di chi li scrive, che riflettono un periodo della vita dell’autrice e non sono fatti per piacere necessariamente a chi ascolta. Sono dischi, come questo, che escono per necessità, per urgenza. Spesso si pensa che questa urgenza sia sempre al limite: raccontare l’amore, l’odio o la rabbia. Ma si può anche raccontare un momento di luce dopo anni (e dischi) gotici e pieni di oscurità. Ed è bello riuscire a sentirlo, anche senza esserne al centro.
From Gas to Soild è solo un disco bellissimo che riconcilia con tutto. E’ tutto quello che dovrebbe fare la musica.

Nervosa – Downfall Of Mankind

Negli ultimi anni ho ascoltato sempre meno musica metal. Non tanto perché il metal dovrebbe essere un fenomeno di ribellione adolescenziale (è una cosa positiva e questa ribellione può essere protratta fino al superamento dell’adolescenza) quanto per il fatto che l’heavy metal (e il suo pubblico) è diventato conservatore, tradizionalista e fondamentalmente noioso. Le band, le band storiche, si sono adeguate e hanno inseguito la tradizione: anche gruppi estremi e intimamente contro come i Carcass, i primi che mi vengono in mente, sono diventati rassicuranti.
Il metal ha senso solo quando è contro, quando spaventa i vicini e quando viene suonato come se si dovesse morire sul palco, per quel palco. Le Nervosa sono un trio brasiliano che suona canzoni strappate ai Kreator e lo fa come se non esistesse futuro. Downfall of Mankind è un disco suonato tutto a 1000 all’ora dove non c’è tempo per respirare. Non è un capolavoro, non è particolarmente originale ma è profondamente autentico.
Ho letto un po’ di recensioni e tutte (almeno tutte quelle che ho letto) raccontano il disco, le influenze, parlano dei brani, trovano i difetti di scrittura e non dicono la cosa più importante: che Downfall of Mankind è uno dei dischi più politici del 2018, per quello che le Nervosa scrivono e dicono, per come lo dicono, per la provenienza e per il genere.

Rosalìa – El mal querer

Prima o poi arriverà anche in Italia. Nel frattempo per tutto il resto del mondo hipster la “next big thing” è una ragazzina catalana che canta flamenco.
La potenza di Rosalìa è la riscoperta di una certa musica tradizionale filtrata dalla musica urban contemporanea. Non conosco niente del flamenco e della sua storia ma lo immagino vecchio e identitario come può essere qui la musica neomelodica. Rosalìa supera ogni tipo di confine, anche immaginario, e porta un concept tradizionale nel mondo dei rapper occidentali e sul palco di MTV.
Un’operazione che renderebbe Soros molto orgoglioso: il superamento immaginario di tutte le barriere ideali tra generi e generazioni.

AA/VV – Worldwide Organization of Metalheads Against Nazis II

Il metal, soprattutto quello estremo, è spesso considerato in certi ambiente come musica “di destra”. E’ probabile che dipenda dal fatto che le band più riconoscibili o iconiche hanno sempre portato con se simbologie estreme. In realtà il metal è e deve essere contro, è la spinta ribelle contro lo status quo, lo scontro generazionale, la rottura delle regole. Dopo può prendere qualsiasi strada ma fa semplicemente ridere sentire parlare di superiorità bianca o di tradizione suonando musica che il maschio bianco medio odia e disprezza: chi lo fa sta semplicemente suonando la musica sbagliata. Questa compilation, WOMAN, contiene una quarantina di pezzi di band death, black metal, crust e altro che rivendicano il loro essere esplicitamente anti-fasciste, anti-sessiste e anti-capitaliste.

Non ho ascoltato tutta la compilation ma l’ho comprata su bandcamp. Non mi interessa della qualità del disco, presumo che oscilli tra il discreto e l’appena sufficiente, ma sono semplicemente contento che esista un disco del genere ed esistano persone che hanno consapevolezza di suonare la musica rivoluzionaria per nascita e definizione nell’unico modo corretto. L’ho comprata anche perché tutti gli incassi andranno a Medici Senza Frontiere per completare la sostituzione etnica dell’europa.

Da supportare, anche se non vi piace.

Per Senza Soste, Luis Vega

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