La riforma della cittadinanza dettata dalla Lega approda alla Camera sancendo una spaccatura nel centrodestra. Il testo prevede che i figli degli immigrati che vogliono diventare italiani abbiano compiuto 18 anni e devono aver frequentato la scuola «con profitto». Il Pd: legge pessima.
Domanda. Sulla cittadinanza agli stranieri il
centrodestra (meglio sarebbe dire l'Italia intera, o l'intero
parlamento, tanto si confondono le collocazioni politiche quando si
tratta di spendersi per i diritti degli stranieri) la pensa come
Gianfranco Fini o come Umberto Bossi?
La risposta definitiva, visto
che la questione «è molto spinosa», come svicola Pierferdinando Casini,
la conosceremo solo fra tre mesi (forse). Dopo le elezioni regionali (e
potrebbe non essere una bella risposta). Questo prender tempo la dice
lunga su come il parlamento si sta preparando a discutere la nuova
legge sulla cittadinanza a partire dal testo elaborato da Isabella
Bartolini (Pdl), in buona sostanza sotto dettatura della Lega. I
politici hanno paura di perdere consensi, o, peggio, temono che la Lega
possa dilagare impostando una campagna elettorale razzista.
Ieri
intanto, nell'aula di Montecitorio, sono andate in scena le prime
schermaglie su un testo che di fatto non fa altro che inasprire le
norme vigenti: con il centrodestra che per ora procede in disordine
sparso (tra falchi, colombe e imbarazzati) e il centrosinistra che per
ora boccia senza appello la proposta di legge. In sintesi. I paletti
temporali per chiedere la cittadinanza restano inalterati (servono 10
anni di soggiorno), e soprattutto non affrontano la questione della
generazione di cittadini stranieri che qui è nata e cresciuta (la
generazione Bolotelli, per dirne uno, che non a caso viene insultato in
tutti gli stadi d'Italia al grido non esistono neri italiani). Un
tasto, questo, sul quale più volte ha insisitito il presidente della
Camera Fini, spaccando di fatto il centrodestra: «Il diritto a
diventare cittadini italiani di uno straniero - aveva detto il mese
scorso durante un convegno sui diritti umani - non può essere negato a
priori, oggi occorre un decennio di permanenza e una serie di requisiti
burocratici amministrativi, e questo è un modo vecchio di concedere la
cittadinanza, perché crea dei soggetti passivi». E il testo di
Bartolini discusso ieri è così «vecchio» che introduce l'obbligo per i
richiedenti di sostenere un corso di cultura italiana e di educazione
civica, sempre che abbiano frequentato «con profitto» la scuola
dell'obbligo (è la sciocchezza che rasenta la cattiveria).
Gli
addetti ai lavori, come la Comunità di Sant'Egidio, parlano senza mezzi
termini di «passo indietro», considerato che non ha senso continuare a
trattare come «stranieri» quei 500 mila bambini che sono nati in
Italia. Il tema (o tabù) dello ius soli (sancire il diritto alla
cittadinanza al momento della nascita) non viene nemmeno sfiorato dagli
esponenti del centrodestra. Solo La Russa promette (ipotizza) che farà
sua l'idea di permettere ai bambini di diventare italiani al compimento
del decimo anno di età. E' ottimista anche Fabio Granata (Pdl, ala
finiana) che intanto parla di «scommessa politica aperta» per arrivare
quantomeno a uno ius soli temperato. Peccato però che a dettare il tono
della discussione siano personaggi come Fabrizio Cicchitto (Pdl) e
Roberto Cota (Lega). Il primo, nel suo intervento di ieri, ha tagliato
corto dicendo che la questione non è matura - «è un grave errore
pensare di risolvere il problema dell'integrazione degli immigrati con
la facile concessione della cittadinanza». Cota, invece, è stato ancora
più esplicito: «Il tema della cittadinanza nel programma che gli
elettori hanno premiato non c'è, semmai c'era l'impulso ad un contrasto
maggiore all'immigrazione clandestina». Ecco perché Casini, da buon
centrista qual è, parla di «questione spinosa».
Molto più compatto e
battagliero (ma a tre mesi dalle elezioni) il fronte del
centrosinistra. Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, ha
alzato la voce parlando di legge pessima e sfida i finiani a battere un
colpo per dimostrare che alle parole possono seguire i fatti: «Ora è
finita la fase dei dibattiti accademici, in aula ci devono essere i
voti e che ciascuno si assuma le sue responsabilità». Livia Turco è
delusa. E Di Pietro anche - «bisogna perseguitare chi commette reati a
prescindere da colore della pelle», non sia mai... - ma «l'immigrazione
è una risorsa per tutto il paese».
Fuori dalle schermaglie, e fuori
da Montecitorio, quaranta ragazzini figli di immigrati ieri
manifestavano sotto la pioggia per dire, semplicemente, che al giorno
d'oggi è inconcepibile per loro essere legati a un permesso di
soggiorno.
Luca di Fazio
tratto da Il manifesto del 23 dicembre 2009
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