Il grande filosofo e intellettuale Walter Benjamin definiva la storia tardo-moderna come uno <<stato di emergenza>> cronico, restituendoci in questo modo l’immagine di un costante pericolo di caduta dell’umanità entro una spirale di bieca bestialità. Al di là dei colpi ad effetto linguistici, questa definizione ha il grande merito di imporre a tutti noi un atteggiamento di ipervigilanza nei riguardi di quegli atteggiamenti quotidiani che rivelano una latenza di preoccupante istintività.
E’ in questa chiave che occorre riflettere un poco più attentamente sull’inflazionata cantilena - ripetuta anche in città in seguito ai fatti di Via dei Mulini - <<Noi non siamo razzisti, ma…>> oppure <<Questo non è razzismo, ma…>>.
Non perché io non creda alla buona fede di chi si dichiara anti-razzista, ma perché sono convinto che, per dare un contributo in più all’annoso problema del razzismo, sia importante andare al di là delle facili quanto sterili prese di distanza e, in questo modo, arricchire il nostro doveroso atteggiamento di vigilanza.
Eliminare pregiudizialmente il razzismo dal palco dei nostri istinti più animaleschi, facendone conseguentemente un tabù, non contribuisce di certo a toglierne l’effettiva presenza, mentre piuttosto indebolisce seriamente l’attivazione dei nostri anticorpi culturali.
Il razzismo, lontano dall’essere un’invenzione diabolica di despoti sanguinari, fa parte integrante dei nostri istinti, ed è un meccanismo di difesa naturale che spinge l’uomo in maniera irriflessa ad attivare comportamenti auto conservativi laddove si sente minacciata la sfera del conosciuto, del quotidiano e del familiare. La presenza dell’alterità, specie se percepita come alterità totalmente sconosciuta e - quindi - perturbante il nostro ambito del quotidiano, è la molla che fa scattare questo dispositivo istintivo.
In altri termini, l’uomo - come ogni essere animale - è messo in allerta quando gli si presenta innanzi una situazione che esce dalla propria quotidianità, dal proprio concetto dell’usuale e dell’abitudine. Questo allarme è istintivo, irriflesso, spontaneo. Ecco qua che il razzismo rappresenta un suono particolare di quell’allarme generale che, insieme all’omofobia, alla xenofobia, all’intolleranza religiosa e di genere, rappresenta la nostra difesa istintiva e naturale alla rottura e minaccia dell’ambito familiare.
Tuttavia, se fossimo solamente naturalezza, immediatezza e istintività, la presa d’atto dell’esistenza reale e naturale in ognuno di noi di ciò che chiamiamo razzismo non servirebbe ad altro che a gettarci nella disperazione di un futuro irrimediabilmente votato alla violenza.
Fortunatamente, però, l’uomo, oltre ad essere determinato per natura, da istinti, motivi e appetiti, partecipa ad una sfera, quella della razionalità, che ha il potere di frenare la tracotante distruttività del suo lato prettamente animale. Immanuel Kant definì questa doppia destinazione dell’uomo con una famosissima e fortunatissima espressione che volle fosse incisa sul suo monumento funebre: << Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me>>.
Da una parte <<il cielo stellato>>, cioè il lato naturale, istintivo e determinato dagli appetiti, dall’altra <<la legge morale>>, simbolo di quella sfera razionale e libera di cui l’uomo sembra godere in maniera esclusiva rispetto a tutti gli altri esseri animali.
La sfera razionale, morale e - diciamo anche - ideale dell’uomo non è altro che il secondo termine della più classica coppia antinomica della filosofia, quella di Natura e Cultura.
Solo la cultura intesa non come esasperazione intellettualistica ma come capacità tutta umana di mediare gli istinti e prendere la distanza dagli appetiti naturali per valutarli, elaborarli e trasformarli; solo una cultura, così concepita, può indubbiamente neutralizzare un istinto naturale come quello del razzismo, impedendo che diventi violenza reale.
Negare il razzismo, farne un tabù, non permette certamente di intraprendere un serio lavoro culturale ed educativo entro noi stessi volto a rinforzare quegli elementi razionali che ci permettono di mediare gli istinti, se non addirittura - come dovrebbe essere in questo caso - rimuovere i più devastanti.
La cultura in questo senso è un lento lavoro di educazione del nostro carattere, di smussamento dei nostri lati più violenti e di abitudine alla presa di distanza dall’immediatezza.
Nel corso della vicenda umana il razzismo ha da sempre rappresentato uno dei tanti vulcani tiepidi dello <<stato d’emergenza>> cronico di Benjamin, e sottovalutarne oggi la sua reale esistenza, non accettandolo come istinto, sarebbe come costruire un villaggio attorno al cono di questo vulcano. Basterebbe una piccola colata di lava per devastare la comunità.
In questo lavoro tipicamente culturale occorre interpretare quelli che sono - forzando una categoria concettuale di Franco Basaglia - i <<crimini di pace>>, cioè quegli atteggiamenti, quelle logiche e quelle espressioni in cui si rintraccia il rischio di perpetuare in maniera quasi impercettibile i <<crimini di guerra>>, che in questo caso - fuor di metafora - sarebbero le esplosioni parossistiche di violenza istintuale.
In questa prospettiva, dichiarazioni del tipo <<Io non sono razzista, ma…>> oppure casi di tentativi di linciaggio contro individui stranieri che disturbano la quiete devono quanto meno metterci in allarme riguardo all’emersione nella realtà quotidiana di un istinto che fa parte della natura umana, sebbene nessuno degli interessati lo voglia ammettere.
Prendere coscienza di tutto ciò si rivela oggi di fondamentale importanza dal momento che sembrano presentarsi quelle particolari congiunture - crisi mondiale, propaganda politica spregiudicata e manipolazione mediatica produttrice di sottocultura - che storicamente permisero l’unione diabolica tra razzismo e pratica genocida.
Senza ombra di dubbio - per finire - l’aver permesso l’addolcimento e il sopimento della strutturale aggressività umana, contribuendo allo sviluppo di un sempre più coeso modo di vivere con l’alterità, sembra essere stato il ruolo più nobile che la ragione e la razionalità hanno giocato nel corso dell’intera storia dell’umanità.
Lascio, invece, ai cultori del progresso e, nello stesso tempo, crociati dello scontro di civiltà l’elogio di quella razionalità, maschera famelica dell’esasperazione tecnicistica ed economicistica, che ha depredato il nostro ambiente-mondo e i nostri sentimenti.
Inviato a Senza Soste da Aureliano Xeneizes
10 settembre 2010
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