Motta, “Del tempo che passa la felicità”: la necessità di non omologarsi

deltempochepassaFare videoclip nel 2017 può essere un gioco da ragazzi. In epoca di assoluta democratizzazione dei media e di più semplice accessibilità alla fascia professional della qualità chiunque può prendere in mano una fotocamera reflex e girare qualcosa.

Il problema, in questa potenziale ipertrofia audiovisiva, è l’omologazione qualitativa dei prodotti, in gran parte assimilabili rispetto all’uso di linguaggi e stili. Il problema, quindi, non è fare qualcosa ma farlo in modo differente.  Ecco perché, quando esce sul web qualcosa che si distanzia dalla consuetudine, è giusto e doveroso sottolinearlo.

In tal senso è uscito in questi giorni il nuovo videoclip di Francesco Motta “ Del tempo che passa la felicità” (traccia di apertura di un disco già splendido, La fine dei vent’anni), girato a Livorno da Francesco Lettieri. Un piccolo capolavoro narrativo di semplicità ed efficacia  in cui il connubio tra immagini-suoni-parole trova una sintesi e un’armonia quasi perfette.

Sarebbe semplice, per chi scrive, affezionarsi e valutare il video solo in base al contesto ambientale e alle scelte delle location, una Livorno divisa tra innovazione e tradizione, tra popolarità e cartolina, cemento e mare,  buio e luce, sole e tempesta. Una Livorno che nella rappresentazione fotografica restituisce sempre un’aura ben più coinvolgente di quella che si respira nella semplice quotidianità. Una città che già era stata protagonista di un altro video splendido uscito nei mesi precedenti, “L’anima non conta” degli Zen Circus (piccolo manifesto di potenza e decadenza). Una Livorno che in questo caso fa da sfondo a un passaggio generazionale da padre a figlio in cui i due protagonisti, Francesco e Giovanni Motta (Mio padre era comunista) percorrono pezzi della loro vita e delle loro relazioni.

La particolarità sta tutta nella scelta registica di rinunciare a movimenti di macchina e tutto quell’arsenale di artifici estetici che le nuove tecnologie ci mettono a disposizione.  La realtà scorre, non si rallenta e non si accelera . Il tempo passa attraverso i due volti. I due soggetti si alternano negli stessi quadri scenici quasi a simboleggiare, nonostante il passaggio generazionale, l’eternità  di certi attimi e di certi contesti: il porto, l’acquario, la banchina, il container,il gabbione, la terrazza, lo scivolo, il bar, i bagni. La fissità dell’inquadratura è anche la fissità di una città che ha nel mare e nel vento gli unici elementi in grado di muoversi e scalfire il tempo.  Una narrazione essenziale e a tratti ripetitiva in totale simbiosi con il mood della traccia musicale. Un percorso che trova il suo punto di arrivo nel catartico finale in cui padre e figlio siedono su una panchina davanti al mare e a una notte in tempesta.

In epoca di droni, slow-motion, iper estetismo e di retorica un tanto al chilo, questo video ci restituisce la radice più pura della rappresentazione, l’essenza e l’urgenza di non abbandonarsi  al gusto comune recuperando, invece, il senso reale delle cose (siano esse parole, immagini o suoni). Perché alla fine, come dice lo stesso Francesco, sarebbe bello finire così, lasciare tutto e godersi l’inganno ogni volta, la magia della noia, e la realtà che scorre nei volti di padre e figlio è tutto quello di cui abbiamo bisogno.

per SenzaSoste.it

Jacques Bonhomme


 

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