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Centrodestra in confusione mentale, centrosinistra in confusione politica

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prodiberlusconiUn qualsiasi osservatore esterno al contesto italiano, o più semplicemente alla politica, che guardi Bossi e Berlusconi sullo schermo difficilmente rimarcherà qualcosa di diverso dal fatto che questi due personaggi esprimono, prima di tutto, una potente confusione mentale. Un signore colpito in passato da una grave ischemia e con il braccio al collo, queste sono le condizioni fisiche del ministro per le riforme, che si agita dal palco di una nazione immaginaria (la Padania) facendo gesti banali e sgarbati. Questo è Umberto Bossi oggi e il fatto stesso che conquisti come qualcosa di serio le prime pagine dei giornali, e le prime notizie delle tv, mette in discussione le modalità di costruzione della comunicazione politica ufficiale di questo paese. L’effetto annuncio di un improbabile referendum sulla secessione è infatti possibile perché esiste un sistema italiano della comunicazione politica che, nel suo assieme, non funziona per accumulo di informazioni ma di produzione di simulacri.

La parabola personale di Silvio Berlusconi, e non solo perché definitivamente inseparabile dal gossip più feroce, non ha poi più nulla di direttamente politico. Produce, questo sì, effetti politici sul paese ma è solo una vicenda di un tycoon della comunicazione che ha acquistato, proprio in senso letterale, una maggioranza politica. Della quale, nonostante sia suonata l’ora, non si è deciso a notificare la cessione a terzi o la gestione reale per interposta persona. Il viale del tramonto delle due esperienze politiche populiste, nate alla fine della prima repubblica, è quello di due cartelli elettorali il cui vertice carismatico è materialmente proprietario (in Berlusconi in maniera più esplicita che in Bossi) del gruppo dirigente e di quello parlamentare. In questo modo il partito televisivo-carismatico mostra tutte le crepe del tempo e subisce i colpi della storia. Non ha modalità interne di ricambio del gruppo dirigente, non può così che ripetere slogan di due decenni fa ad un pubblico che è cambiato, e al proprio interno vive di complotti invece che di dibattito alla luce del sole (come per la contraddizione tra maroniani e bossiani nella Lega  e qualche fronda nel Pdl). La confusione mentale, evidente e spettacolare, dei suoi interfaccia televisivi è quindi sia espressione che deterioramento di una vita interna di partiti pietrificati in assetti di potere che hanno oggi difficoltà a riprodursi.

Lo scenario internazionale che si è creato quest’anno, dalla crisi dell’euro alla questione libica, ha poi completamente spiazzato questi partiti che non hanno né idee né strumenti per muoversi in politica estera. Così in meno di un anno l’Italia è stata commissariata per ben due volte, sull’euro e sulla Libia, da soggetti deboli, la cui strategia era tutt’altro che chiara, ma sufficientemente forti da mettere le briglie a un governo che alterna la crisi di nervi alla paralisi interna. Dal punto di vista sociale, e quindi elettorale, i partiti di Bossi e di Berlusconi sembrano qualcosa che va in televisione trasmettendo dalla macchina del tempo, da qualche parte degli anni ’90. L’effetto straniamento e quello incomprensibilità sono assicurati, lo si è visto con la tornata delle amministrative e quella referendaria di quest’anno. Di fatto si tratta di ombre della comunicazione politica tenuti in piedi dal funzionamento dei media ufficiali, problema del quale ci si ostina a non volerne capire la centralità nella politica di oggi. Se l’agenda setting della politica istituzionale non fosse tenuta in vita, oltre ogni ragionevole necessità di rappresentazione, dai telegiornali del mainstream nessuno si accorgerebbe nemmeno dell’esistenza di questi due partiti.

Guardando i sondaggi la situazione si farebbe ottima per il centrosinistra. Uscito severamente sconfitto dalle elezioni del 2008 che, a loro volta, certificarono una crisi strutturale di quella formula politica. Non è propriamente così oppure, se si preferisce, è così solo perché prima o poi a questo governo di centrodestra ne succederà un altro, magari di segno opposto. Ma anche il centrosinistra, eventualmente al governo dopo la caduta di Berlusconi, rischia di rimanere al potere in un lasso di tempo piuttosto breve dissolvendosi dopo diverse convulsioni. Come avvenuto durante la seconda esperienza Prodi (tacendo della prima). Lasciando perdere le formule elettorali, che spiegano poco i contenuti politici, la malattia del centrosinistra sta nella sua stessa esistenza. Quella che pretende di coniugare politiche “moderate” assieme all’attenzione, con misure mirate, verso l’elettorato di sinistra. La formula politica, come visto in Europa, è sbagliata fin dalla prima riga. Perché le politiche “moderate” sono tutte economiche, dalle quali non può poi discendere una politica sociale progressista. Oltretutto in questo paese le riforme a costo zero, sui diritti civili alla Zapatero ad esempio, non si possono fare perché il centrosinistra subisce il peso del Vaticano su questi temi. Il centrosinistra che si sta ricomponendo in questo periodo è quindi condizionato, per adesso, dall’ipotesi che la stagione Prodi sia fallita perché “troppo di sinistra”. L’accanimento terapeutico del PD per un’alleanza con l’Udc, che punta invece a fare la golden share di qualsiasi genere di governo futuro, sta infatti in quest’ipotesi di correzione ulteriormente centrista dello schieramento di cui fa parte la sinistra. Una correzione che prevede, nel drammatico scenario internazionale che si è creato, di aderire a tutte le best practice suggerite ai paesi succubi: privatizzazioni, tagli feroci alla spesa sociale, degradazione dell’economia intesa proprio come un fenomeno capace di produrre ricchezza e stabilità all’insieme sociale.

Il PD, che non ha politica internazionale oggi come non l’aveva il PDS negli anni ’90, una volta al governo non farà che questo. Come accadde nel 2006 quando, con alleati che venivano dalla stagione della contestazione altermondialista, i Ds si misero ad applicare i dettati del Fmi non appena insediati a palazzo Chigi. La confusione politica del centrosinistra, che ha una leadership vecchia o fatta di nuove facce con ricette retrive (Renzi), si rivela così nell’immediato, nella sua incapacità di far dimettere una maggioranza che sta al potere oltre ogni ragionevole evidenza. Ma il problema del centrosinistra è di quelli squisitamente politici: non concependo una alternativa a un liberismo che ha fatto il suo tempo tenta di aggregare forze (come l’Udc, che pure guarda altrove) in grado di garantire questo genere devastante di politica economica. E se, in qualche modo, il PD riuscirà ad andare al governo con questa concezione lo attende una stagione pari a quella attraversata oggi da Berlusconi. Perché persino il proprio elettorato, basta fare un giro per le feste democratiche, chiede altro in un situazione drammatica e, in questo contesto, potrebbe persino dissolversi l’equivoco di massa che vede il PD come un partito in grado di tutelare diritti civili e di cittadinanza.

Si comprende quindi che in uno scenario di confusione mentale del centrodestra, e di confusione politica del centrosinistra, i movimenti che si agiteranno devono avere la capacità di capire come ci si muove senza alcuna reale sponda politica ufficiale. Lo scenario del post 2001, i movimenti che cercano nel centrosinistra nazionale una sponda senza invece accellerarne la crisi, è quindi oggi completamente bruciato. Dai territori e dai movimenti devono quindi venir fuori, in uno scenario economico e sociale particolarmente oscuro, idee, pratiche, conflitti e innovazioni che sorpassino due schieramenti politici che recitano rosari fermi ai profondi anni ’90.

per Senza Soste, nique la police

19 settembre 2011

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