Ero indifferente a tutti gli equipaggi, portatore di grano fiammingo e cotone inglese
(Rimbaud, Le bateaux ivre)
Ci sono dati che fanno sobbalzare dalla sedia e dati che ipnotizzano chi li legge. Appartengono alla seconda categoria, quella del disorientamento permanente, i dati sul debito pubblico italiano. Che, come hanno rilevato le statistiche, è tornato ai livelli del 1992. Visto che la memoria storica della politica oggi è particolarmente corta ci prendiamo la responsabilità di ricordare cosa successe nel periodo '92-'93 a seguito di questo volume di debito pubblico.
A partire dal maggio di quell'anno infatti abbiamo visto in sequenza temporale: l'abolizione della rivalutazione automatica dei salari rispetto al costo della vita (scala mobile), lo smantellamento dei servizi pubblici, la creazione di un dispositivo di legge che diminuiva automaticamente il salario rispetto all'inflazione, l'abolizione del sistema pensionistico inteso come garanzia automatica di protezione del lavoratore a fine rapporto.
L'avvio della politica di smantellamento dell'intervento dello stato nell'economia e la cessione di importanti settori ai privati. Quando non bastavano le misure strutturali si usavano quelle eccezionali: il governo Amato nel 1992 fece un prelievo coatto dai conti correnti dei cittadini.
Le misure sul salario rivelavano una doppia strategia: contenere i costi delle imprese mantenendo il gettito fiscale necessario allo stato, scaricando la crisi sui lavoratori, e favorire le esportazioni con il basso costo del lavoro. Operazione che si rese possibile grazie alla comtemporanea svalutazione della lira e che favorì una ripresa delle esportazioni. Di qui, ad esempio, si posero le condizioni per il boom del nordest già maturo alla fine degli anni '80.
A differenza del 1992 non ci sono attualmente le condizioni per questa manovra che punta a salvare il sistema-paese premendo sull'accellerazione delle esportazioni. La moneta oggi è unica e non è prevista alcuna forte svalutazione. Infatti l'euro è una moneta ritagliata sulle esigenze della Germania: valuta forte e boom delle esportazioni dovute alla superiorità tecnologica di quel sistema paese. Un meccanismo che garantisce un ritorno di ricchezza in Germania ma crea problemi in Italia o meglio alla forza lavoro italiana che verrà così costretta a ridurre il proprio "costo" per sostenere le esportazioni. Ma qui c'è un altro dato inquietante, che accompagna quello del debito pubblico, e riguarda proprio le esportazioni. Al momento sono calate del 20 per cento rispetto all'anno precedente. Questo significa che se il sistema economico italiano per rilanciarsi punta sulle esportazioni, strategia dichiarata dal centrodestra come dal centrosinistra, il tentativo di recupero di competivività sui mercati internazionali può avere effetti decisamente drammatici su redditi e salari. Perchè risalire la china del -20 per cento, a fronte di un Pil in calo del 5 (il peggior dato in quaranta anni), non può che avere effetti shock su redditi e salari specie in assenza di investimenti.
La lettura di questi dati, che riveste i caratteri della pura cronaca, ci porta a comprendere come il sistema Italia si trovi in condizioni peggiori del 1992. Perchè è tornato a trovarsi in una condizione strutturalmente difficile dopo essersi indebolito lungo quasi un ventennio in termini risorse, di forza lavoro, di tecnologie. Puntando su una politica, largamente comune ai due schieramenti, di tagli alla spesa pubblica, di contenimento del salario, di protezione della rendita privata che ha sortito il solo effetto statistico di allargare la distanza tra profitti e redditi. Questa gigantesca dismissione dei beni pubblici, questo azzeramento della programmazione economica istituzionale, a favore degli spiriti animali del privato ha sortito un paese sicuramente più animale ma proprio per questo incapace di reagire alle mutazioni del proprio ambiente.
La similitudine più forte con il 1992, e proprio per questo più significativa, sta nella stagione di saccheggio delle risorse pubbliche da parte del ceto politico sotto forma di "intermediazione" dovuta per la creazione di grandi appalti.
Le cronache di queste settimane ci riferiscono di quella che è l'occupazione principale del ceto politico: rispondere alle sollecitazioni delle imprese del settore nella creazione di cantieri facendosi pagare per questo genere di operazioni.
Le grandi opere hanno il pregio di valorizzare il nesso banche-immobiliare, quello che dalla fine dei partiti di massa è il referente principale di tutto il ceto politico, e rappresentano la risposta alla crisi delle èlite dirigenti italiane. Una risposta tutta speculativa, legata ai profitti nell'immediato, al saccheggio del territorio e delle risorse pubbliche senza alcuna visione sistemica.
Ecco quindi la situazione di questo paese: una crisi che mostra caratteri più gravi di quella del '92 con minori risorse per affrontarla e un ceto politico che, come allora, tira la volata al saccheggio dei beni pubblici di tipo economico ed ambientale. Ci sono tutte le condizioni perchè succeda qualcosa di esplosivo e, prima o poi, in qualche modo accadrà. Del resto il capitalismo italiano è in crisi dal lato della produzione come da quello della rendita. Una situazione che non può permanere a lungo. Che può essere risolta dall'interno o dall'esterno di questo paese.
La crisi del 1992 produsse Berlusconi presidente del consiglio. Dalle scosse telluriche di questa crisi può arrivare una inversione di tendenza storica come un disastro da far sembrare come desiderabili gli anni più bui del '900.
per Senza Soste, nique la police
17 febbraio 2010
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