La società non esiste. Ci sono gli individui, uomini e donne, e le famiglie
Margaret Thatcher
In un famoso esperimento sul comportamento degli animali una gabbietta con due topolini veniva sottoposta a scariche elettriche a intervalli regolari. Dopo un po’ si osservava che i due topolini si accapigliavano e si mordevano a vicenda. Conclusione: due animali costretti a convivere in una situazione di forte stress alla fine scaricano l’aggressività l’uno sull’altro.
I due topolini erano entrambi bianchi, ma se uno dei due fosse stato di un altro colore avremmo avuto una rappresentazione visiva perfetta delle tensioni “inter-etniche” che si manifestano nelle nostre città.
Il punto è: in che cosa consiste, nella realtà, quello stress che nell’esperimento era costituito dalle scariche elettriche?
La ricerca delle cause scatenanti dei vari tafferugli lascia il tempo che trova: andare a vedere chi ha tirato per primo la cicca dal terrazzo è perfettamente inutile. Serve solo a cercare nei comportamenti una motivazione razionale che non c’è, allontanandoci da una spiegazione adeguata.
Eppure sul problema dell’insicurezza sono state scritte tonnellate di libri ed è sorprendente che nessuno a sinistra se ne sia servito per orientare la propria attività politica concreta. Così continuiamo, tutte le volte che accade un fatto come quello di Via dei Mulini, a rimanere spiazzati.
Sicuramente siamo di fronte a un peggioramento delle condizioni materiali di vita delle persone, soprattutto nei quartieri popolari. I dati economici sono disastrosi e dimostrano chiaramente che le famiglie monoreddito con figli si stanno spostando rapidamente verso la soglia della povertà.
Oltre alla diminuzione del salario reale va considerato un progressivo smantellamento dei servizi che costringe le famiglie a spese supplementari (i libri per la scuola dei figli, l’asilo nido, il dentista, la badante o la casa di riposo per gli anziani ecc.) e l’azzeramento dell’edilizia popolare.
Un altro fattore importante di insicurezza è la precarizzazione dei contratti di lavoro. Le statistiche mostrano che a Livorno c’è un record dei contratti “flessibili”.
Tutto questo rende impossibile mantenere immutati i livelli di consumo, costringendo a rinunciare a spese che sembravano ormai rispondere a bisogni fondamentali e contribuivano a formare la soggettività stessa delle persone.
Diventano decisive le pensioni dei genitori o dei nonni, e in molti casi si comincia a consumare il risparmio delle generazioni precedenti, vissute in un periodo più favorevole, quando era ancora possibile arrivare a fine mese e mettere da parte qualcosa.
In questo quadro la possibilità di un “evento catastrofico”, costituito da una grossa spesa imprevista, rappresenta una continua spada di Damocle e un formidabile moltiplicatore di ansia.
La famiglia rappresenta la rete di protezione sociale fondamentale, forse l’unica, sia dal punto di vista materiale che di quello affettivo, ma deve sopportare una serie di tensioni a cui spesso non è in grado di far fronte generando al suo interno meccanismi di autodistruzione.
I livelli di violenza familiare, soprattutto sulle donne, sono aumentati a dismisura e gli episodi di questo tipo superano di gran lunga per numero e gravità quelli dei tafferugli “inter-etnici”.
Un altro aspetto che assume la questione dell’insicurezza è l’isolamento causato dalla mancanza di reti di socializzazione, soprattutto in città come la nostra che in passato vedevano la presenza di realtà politiche, sindacali e associative che presidiavano il territorio in maniera capillare (PCI, CGIL ecc.). Oggi in certi quartieri, devastati da politiche commerciali ed immobiliari feroci, c’è solo il deserto.
Abbiamo assistito alla disgregazione del rione popolare di una volta, dove gli abitanti erano tutti o quasi tutti di estrazione operaia e che quindi molto più facilmente si riconoscevano come simili ed erano disponibili a relazioni solidaristiche.
Tutti questi fattori hanno portato a una perdita di identità collettiva, e questa identità viene ricercata tramite un processo di esclusione dell’altro, di costruzione sociale del nemico, per cui il capro espiatorio ideale è chi viene da un altro Paese. Fioriscono così le leggende metropolitane sulle case popolari agli immigrati, sui quartieri diventati Bronx dove non si può uscire di casa e via delirando.
Naturalmente su questo una stampa becera va a nozze, e ancor più gli amministratori locali che trovano nell’ossessione della sicurezza l’unica possibilità di dimostrarsi in grado di dare risposte concrete visto che una politica economica blindata (per esempio il famoso patto di stabilità dell’UE) gli rende quasi impossibile dare risposte in termini di welfare.
E fioriscono i divieti più assurdi, che creano una quotidianità ancora più impazzita e idrofoba.
Pensavamo che la nostra città fosse al riparo da certi processi di cambiamento. Fino agli anni ’80 ci eravamo illusi che il sistema delle partecipazioni statali garantisse all’infinito piena occupazione. Ma anche dopo siamo stati vittime di una singolare schizofrenia: si parlava di neoliberismo ma non abbiamo mai pensato che certe categorie fossero applicabili anche da noi, come se fossimo su un altro pianeta.
Eppure dovevamo saperlo -da marxisti- che l’economia determina tutta la realtà sociale. E che l’identità culturale e sociale di Livorno sarebbe stata stravolta con la fine della grande fabbrica e la crisi senza ritorno che è cominciata da lì.
Così oggi la sinistra locale si trova sprovvista di strumenti adeguati per intervenire in una realtà totalmente diversa da quella che immaginava.
Ci sono due tentazioni contrastanti ma ugualmente pericolose: la prima è quella di negare l’evidenza e magari andare a vedere chi ha buttato la spazzatura di sotto per poter dire: non è razzismo, è solo una lite di condominio; la seconda è quella di mollare gli ormeggi e dire: aiuto, Livorno ormai è una città razzista. È finita anche qui. Chiudiamo bottega.
La risposta giusta è invece quella di provare a dotarsi di strumenti adeguati a quello che stiamo vivendo: innanzitutto bisogna “sporcarsi le mani” e stare nei quartieri, vivere le contraddizioni senza snobismi e dimostrare veramente che è ancora possibile intendere la politica come forma di “volontariato”, di partecipazione e di trasformazione della realtà.
È necessario ricostruire una nuova socialità non mercificata (come ad esempio la banca del tempo) e una nuova sfera pubblica dicendo chiaramente che è qui la vera risposta all’insicurezza, nelle reti di solidarietà e di protezione sociale e nel protagonismo collettivo.
Bisogna fare proposte concrete per un sistema di servizi che risponda alle esigenze della nuova composizione sociale e arrivare a una redistribuzione effettiva del reddito verso il basso. C’è chi parla ad esempio di reddito di cittadinanza.
Così com’è urgente creare o rafforzare sindacati di base, organizzazioni dei consumatori (gruppi di acquisto solidale) e media territoriali in grado di rispondere al “pensiero unico” neoliberista.
Ed è solo all’interno di questa nuova socialità che è possibile ritrovare non certo identità perdute ma una nuova identità collettiva per superare l’isolamento e la paura.
Per Senza Soste, Nello Gradirà
3 settembre 2010
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