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Rendere normale ciò che normale non è. Le domeniche lavorative secondo Il Tirreno

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chiuso-per-tristezzaIl Tirreno di oggi presenta una pagina sull'argomento del lavoro domenicale e festivo. Lo fa con una impostazione nettamente sbilanciata, mettendo in risalto i favorevoli e dipingendo come vagabondi i contrari.
Ma cosa NON dice il quotidiano di viale Alfieri sulla questione? Vediamo.

Gli operai Olimpias
La scintilla della campagna del Tirreno stavolta è stata quella degli operai dell'azienda tessile pratese Olimpias, che hanno rifiutato il lavoro domenicale chiesto dall'azienda per poter garantire un picco di lavoro. Tra le righe si cerca di insinuare l'idea che la scelta degli operai sia stata sbagliata ed egoista. Come? In due modi.
Innanzitutto sottolineando che ciò ha fatto saltare 15 assunzioni a termine. Non possiamo sapere se è vero, e non possiamo conoscere i dettagli precisi di quella trattattiva, ma è evidente che l'azienda ha posto in essere il classico ricatto occupazionale: nuovi posti di lavoro in cambio di maggior flessibilità, cercando di sdoganare il lavoro domenicale. Lo stile Marchionne. Anzi, peggio. Perché in questo caso si parlava di contratti a termine, quindi non di posti di lavoro stabili.
Viene drammaticamente omesso che tra le funzioni sociali delle imprese c'è quella di garantire un ritorno al territorio che utilizzano in termini di ricadute occupazionali, e per tali si intendono ricadute stabili, non precarie. Altrimenti fare impresa diventa troppo semplice: sfrutto il territorio impiantandoci la mia industria, e in cambio contribuisco tramite il principio del lavoratore usa e getta alla diffusione della precarietà lavorativa, vero e proprio cancro della società in cui viviamo. In altre parole: quei 15 contratti a termine erano pari pari quelli che servivano all'azienda per onorare la richiesta di maggior produzione che aveva per appena un trimestre (perché non dimentichiamoci che senza gli operai non si produce...), quindi non è che regalava qualcosa a qualcuno. Semplicemente, ne aveva bisogno per il suo profitto. Così come aveva bisogno del lavoro domenicale. C'è da meravigliarsi se gli operai di fronte a questa prospettiva hanno detto no?

Gli "eroi" delle domeniche
La seconda leva con cui Il Tirreno colpevolizza gli operai è quella del paragone con altri lavoratori che la domenica prestano volentieri la propria opera.
E quindi leggiamo del poliziotto 49enne da 1700-1800 euro al mese (i precari oggi guadagnano la metà quando va bene...) che ritiene normale lavorare la domenica, del vigile del fuoco 51enne che è spaventato (testuale!) dal rifiuto degli operai pratesi, del medico che dice di non pensare al fatto che è domenica, fino ad arrivare ai ristoratori che si lamentano del fatto che gli italiani non vogliono più lavorare la domenica e gli tocca prendere gli stranieri...
Anche qui la disonestà (o la leggerezza) intellettuale sta su due piani.
Il primo è quello della cosiddetta logica del ribasso. In sostanza il concetto che vuole essere fatto passare è: se c'è già chi lavora la domenica, perché voi non dovete lavorare? E' lo stesso ragionamento che porta a dire a una persona che guadagna 1000 euro che non si deve lamentare perché c'è chi ne guadagna 800, a chi ne guadagna 800 che deve stare calmo perché c'è chi è precario, a chi è precario che si deve ritenere fortunato perché almeno un lavoro saltuario ce l'ha mentre c'è chi è proprio disoccupato, a chi è disoccupato che la gente in Africa muore di fame e così via...
Il secondo è quello dell'equiparazione fra attività lavorative che non possono essere assolutamente paragonate fra loro. Medici, poliziotti, vigili del fuoco sono infatti servizi pubblici essenziali, e il loro lavoro nelle domeniche e nei festivi ovviamente ha un senso. Ma possono essere questi lavori paragonati ad una fabbrica tessile come quella di Prato? Può essere la spesa in un supermercato considerato un Servizio Pubblico Essenziale? Perché se l'unità di misura dell'essenzialità è totalmente arbitraria allora potremmo dire che la domenica devono stare aperte ad esempio anche le poste e tutti gli uffici pubblici, devono lavorare elettricisti e idraulici, così come devono tenersi regolarmente le sedute del Parlamento e dei consigli comunali. Ciò significherebbe rendere a tutti gli effetti la domenica un giorno normale. Ma siccome normale non è, appare sacrosanto che i lavoratori delle diverse realtà valutino caso per caso se lo scambio che gli viene proposto è soddisfacente dai punti di vista salariale e occupazionale.
Perché sia chiaro, qui non stiamo dicendo che il lavoro domenicale è sbagliato a prescindere, ma solo che lo scambio deve essere equo. E dove non è equo diventa normale che i lavoratori scioperino o rifiutino accordi a perdere.
Ciò che non è assolutamente normale invece è che gli operai che dicono no vengano messi sul banco degli imputati.

Dividere i lavoratori
Un altro aspetto che emerge dalla lettura della paginata del Tirreno sulla questione del lavoro domenicale è quello di far apparire divisi i lavoratori sull'argomento. E' il caso dell'Ipercoop di Livorno, citato prima come esempio di come il dissenso sia esploso con uno sciopero lo scorso 26 febbraio (anche se in quel caso oggetto del contendere era una serie di argomenti che non si riduceva al solo lavoro domenicale e festivo), salvo poi precisare che però "al loro interno si sono separati" e che "non tutti la pensano così" e dando voce a una dipendente che "in quanto figlia di militari" ritiene che come lavorano loro devono lavorare tutti...
La realtà è che uno sciopero che chiude un ipermercato ha come presupposto indispensabile una compattezza granitica del corpo dei lavoratori, e quindi parlare di loro divisione interna fa un po' ridere...

In fin dei conti comunque i giornalisti del Tirreno (così come quelli di altri giornali) un po' li capiamo, visto che loro sono costretti a lavorare domeniche e festivi per far uscire i quotidiani. Ci immaginiamo e auspichiamo una loro bella battaglia sindacale per chiedere che queste giornate vengano pagate meglio, o che in cambio ci sia una riduzione della precarietà che anche nel mondo del giornalismo imperversa. Sarebbe un bel segnale. E probabilmente la volta successiva sarebbero anche un po' più sensibili alle ragioni di chi si batte per i propri diritti.

per Senza Soste, Franco Lucenti

17 marzo 2011

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