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Sergio Mattarella e un paese che si spegne nel silenzio

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renzi dcL’elezione di Sergio Mattarella a dodicesimo Presidente della Repubblica italiana si è svolta ancora secondo riti cerimoniali piuttosto consolidati. Prima di tutto si tratta di una figura tutta interna ad una carriera nelle istituzioni della prima repubblica. Come, nella seconda repubblica, era già accaduto per Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Oltretutto siamo di fronte ad un presidente di chiara matrice democristiana, già ministro dei governi Goria, De Mita e Andreotti. Come dire, a quelle altezze il berlusconismo, figuriamoci la Lega o il Movimento 5 Stelle per non parlare della sinistra post-muro, altro non sono che fenomeni che si agitano confusamente sulla lontana superficie. Fenomeni che hanno certamente cambiato i partiti in cartelli elettorali, o i quadri politici in figure incerte tra il management di voti e il procacciamento di affari, ma che non hanno, almeno fino ad oggi, modificato sostanza e codici di riproduzione del ceto politico e amministrativo fatto di grand commis di stato. Del resto se l’infrastruttura di ministeri importanti è ancora in mano a dirigenti della prima repubblica, o comunque con evidente taglio formativo di quel periodo, non c’è affatto da stupirsi di vedere un presidente Dc.

Un presidente democristiano, in grado quindi di adattarsi ai mutamenti - passando da elemento regolatore della pesante burocrazia dell’economia mista nazionale dell’epoca del fordismo a liquidatore dei beni pubblici italiani sotto la spinta delle reti di governance continentale neoliberista - ma anche di mantenere l’essenza mandarina delle relazioni di potere, con quella inconfondibile venatura di capacità di gestione del potere dell’Italia dell’epoca della delle corporazioni, professionali e religiose, che la cultura cattolica conosce. Senza trascurare i dovuti ossequi alla tronfia retorica risorgimentale, e a quella più sobria della genesi repubblicana. Tutti periodi storici al quale il ceto politico di cui Mattarella è espressione deve tutto, specie il profilo dello stato in cui sono proliferate questo genere di carriere, senza in cambio dare assolutamente niente al paese. Ovvero al soggetto che, in fondo, sarebbe la ragione per la quale le carriere dei Mattarella esistono. Non solo: la carriera di Mattarella si sviluppa proprio in modo coestensivo rispetto al declino italiano. Se c’è un nucleo di scelte, tra gli anni ’80 e ’90, che hanno portato questo paese al disastro, Sergio Mattarella, da democristiano e da ministro della Repubblica, le ha condivise tutte. Se si è messo in primo piano la sopravvivenza di un ceto politico - che stava mutando pelle da regolatore dell’economia mista fordista a liquidatore dei beni pubblici sotto la spinta della governance continentale - rispetto al governo delle trasformazioni del paese, Mattarella è sicuramente tra i responsabili di questo comportamento. Con un tentativo, chiaro, all’inizio degli anni ’90. Quello di costruire una legge elettorale che, nonostante il declino della Democrazia Cristiana, assicurasse agli eredi della Dc una Golden Share in materia di seggi alla Camera e al Senato. Fatto che non avvenne a causa dell’implosione della Dc ma, come si vede, agli accidenti della storia i mandarini della politica sanno porre rimedio. Getta un’ombra sinistra sul neo-presidente il fatto che sia stato ministro della Difesa durante la guerra del Kosovo quando, per la prima volta, l’Italia partecipò ad una massiccia operazione di bombardamenti di un paese vicino (generando dalle due alle tremila vittime civili totalmente rimosse dall’opinione pubblica nazionale, tanto che la sinistra di allora riuscì, senza imbarazzo, in pochissimi anni ad andare al governo col centrosinistra responsabile di quei massacri, votando pure il rifinanziamento della guerra afgana avendo alla testa l’ “ultrapacifista” Menapace). Sembrebbe solo un’ombra, quindi un dettaglio, se non fosse che nella vicinissima Libia è in corso una guerra civile senza quartiere con una delle fazioni in campo direttamente affiliata a Isis. Insomma, in caso di necessità, il decisionismo militare di Mattarella sarebbe già stato testato per lo sforzo bellico. E comunque, se non ci fosse bisogno di intervenire nell’ex colonia, l’industria militare e tutto il reticolo diplomatico-politico delle “missioni di pace”, o più semplicemente “degli impegni internazionali”, con un presidente del genere possono dormire sonni tranquilli.

Stessa situazione a quattro guanciali per Bce, Ue e Fmi, i componenti delle Troika rigettata in quanto tale dalla Grecia, non sarà certo Mattarella a mettere in discussione l’assetto continentale. Sarà vero, nel caso di un acuirsi della crisi europea, casomai il contrario. A pochi giorni dal voto greco, in risposta a quanto avvenuto ad Atene, l’Italia renziana e liberista ha dato quindi la sua risposta alla delegittimazione ellenica della Troika eleggendo un presidente di provata compatibilità con un ordoliberismo sottile quanto feroce e senza senso. Per quanto riguarda Renzi non certo hanno torto le cronache quando parlano di un presidente del consiglio che è il punto di riferimento di tre maggioranze: una di governo, una per le riforme istituzionali (quel patto del Nazareno che oggi però sembra una ridotta in cui si è asserragliato il partito Mediaset, con tanto di Confalonieri per trattative pubbliche), e una “del presidente”, utile per una vasta diplomazia istituzionale e all’interno di un centrosinistra a geometrie variabili. Certo l’opposizione, a suo tempo, alla legge che favoriva le tv di Berlusconi da parte di Mattarella, l’anticraxismo tipico di un demitiano (che resurrezione di categorie morte...) non sono piaciute a Berlusconi, questione di cordate non di ideologia, e hanno provocato le dimissioni dell’ex ministro Sacconi. La guerra interna a Forza Italia non ha certo favorito Berlusconi ma, c’è da giurarci, se resteranno in piedi interessi veri da tutelare (anche in materia tv) Mattarella saprà mediare. L’importante è mantenere vita e sviluppo del ceto istituzionale anche, come negli 20 anni, “emancipandosi”, per non dire separandosi, dal declino del paese. Ecco il risultato della rottamazione renziana: bravi bischeri, ci venga scusato il toscanismo, in chi ha creduto nel gelataio di Rignano attuale presidente del consiglio.

Pierluigi Castagnetti, uno che sembra un vampiro dei b movie, parlando di Mattarella ha usato, con toni cherubini, l’etichettatura di “moroteo”. La vicinanza al martirio altrui come sintomo di futura, e presente santità: pura beatificazione della candidatura in termini cattolico-democristiani. Vicinanza al martirio del resto garantita, e simbolicamente rafforzata, da una carriera cominciata dall’uccisione del fratello. Il padre politico ucciso dalle Br, il fratello di sangue ucciso dalla mafia: autentico, pieno martirologio democristiano c’è solo da stupirsi l’abbiano fatto presidente solo adesso. Tutto come se fosse persino impossibile anche sussurrare la verità: Mattarella è espressione di defunte correnti politiche di ladri e di assassini di un partito che ha lasciato l’Italia solo dopo avergli assicurato un ritardo, economico e culturale, con il mondo che non ha più colmato. Un partito i cui reduci si apprestano a banchettare sulle spoglie del paese in nome dell’Europa. Mentre i giornali setacciano i guai giudiziari del fratello. Con questa stampa provinciale e pettegola, con una opinione pubblica che da tempo immemore si eccita solo quando la magistratura arriva a sentenza su furti di galline e danneggiamento di pollai, il settennato di Sergio Mattarella si avvia in democristiano torpore. Mentre un paese affonda, tra un tweet e l’altro che parla di ripresa. In piena deflazione continentale ci vuole il coraggio di Renzi. Ma per chi ha vinto la partita del Quirinale c’è il premio di poter creare una realtà parallela a reti unificate. Se esistesse Zeus il fulmine sull’Italia non potrebbe essere più meritato.

Redazione, 31 gennaio 2015

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