Alla metà degli anni '70 un noto settimanale in lingua inglese uscì con una copertina con un titolo che, per quel periodo, fece epoca: Italy in agony.
I servizi contenuti nel settimanale parlavano di quelle che, con occhio da capitalismo anglosassone, parevano essere le patologie del nostro paese. Una forte stagnazione economica, una diffusa e radicale conflittualità politica e sociale, la crisi di legittimazione delle istituzioni.
La classe dirigente democristiana la prese, è il caso di dirlo, con filosofia. Anzi, con filologia. Fiorirono infatti le traduzioni letterali del termine agony: non solo agonia ma anche, si disse, angoscia o tormento. E tra angoscia e agonia la differenza è quella che passa tra uno stato esistenziale e uno terminale.
Possiamo riproprorre questa drammatica indeterminatezza nella traduzione di agony per comprendere l'Italia di oggi. Agonia o angoscia oppure tormento?
I suicidi a causa della crisi mostrano, più che la mera crisi economica, la disgregazione del senso di un ordine comportamentale sul quale si è retta fino ad oggi l'Italia della piccola e media industria. La mail ogni 4 secondi ricevuta dal sito governo.it per segnalare gli "sprechi", in un processo web di legittimazione dei tagli, indica un uso della partecipazione via Internet che si alimenta di un impossibile, e mal riposto, desiderio di equità. Le fucilate ad equitalia, le persone che si barricano nell'agenzia delle entrate con il fucile a pompa, segnalano una disperazione diffusa che puà finire per somigliare ad una microfisica della guerra civile.
Ma insomma, l'Italia è in agonia o in pieno tormento?
Di sicuro è in agony e, qualsiasi sia il processo che la sta attraversando, non durerà poco. E più la società sarà semplice spettatrice dei propri drammi, peggio finirà.
(red) 4 maggio 2012
| < Prec. | Succ. > |
|---|














