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PER NON DIMENTICARE

Bologna, 2 agosto 1980. Una strage fascista con la regia dello Stato

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28 anni dopo, la carneficina della stazione di Bologna resta ufficialmente ancora senza colpevoli

bologna_stazione.jpgIl 2 agosto ricorre il 27° anniversario della strage di Bologna. A tanti anni di distanza sono ancora poche le certezze e molte risalgono alle prime ore della strage: 85 morti, oltre 200 feriti e la stazione del capoluogo emiliano semidistrutta.

In compenso le generazioni più giovani faticano a prendere il testimone della memoria. In un sondaggio di due anni fa a cura dall’Associazione familiari delle vittime in occasione dei 25 anni della strage, nelle scuole della città colpita dalla bomba il 21,7 % degli studenti bolognesi attribuiva l'attentato alle Brigate Rosse(!), mentre il 34 % dichiarava di non avere alcuna idea di cosa si stesse parlando. E qui prima di tutto bisogna capire che esistono meccanismi collettivi di selezione della memoria storica che mandano nell'oblio, a volte temporaneo, fatti importanti per le generazioni precedenti. Ma è anche vero che quando di un evento viene trasmessa una percezione confusa è molto facile che le generazioni successive non ne colgano il significato. E la strage di Bologna è un evento del quale i contemporanei hanno costruito una percezione confusa. Nonostante diversi processi, per differenti filoni di indagine, non è effettivamente chiaro chi siano stati gli esecutori e tantomeno i mandanti.
Certamente una cosa è chiara: è stata una strage fascista. Fascista nella modalità (una bomba in un sabato d'agosto prima delle ferie alla stazione) e negli intenti, legati alla strategia permanente della tensione tramite stragismo che ha attraversato questo paese fino ai primi anni '80.
Ma non è chiaro quali fascisti siano stati gli esecutori o i mandanti: se i Nar di Fioravanti, che ha sempre negato e che ha testimonianze a discarico come a suo carico, o se i soli servizi segreti con qualche camerata più legato alle istituzioni rispetto ai Nar. Sul piano dei mandanti, oltre all'opacità del contesto politico in cui è maturato l'attentato, sono stati inquisiti i vari Gelli e Pazienza, logge massoniche e intrecci mafiosi: tutti sono entrati e usciti in diversi processi su Bologna compresi quelli per depistaggio. Va anche detto che nel 2000 alcuni agenti del Sismi furono condannati per depistaggio sulla strage di Bologna. La stessa condanna però non consentiva di capire a favore di chi fosse fatto il depistaggio, quali fossero le responsabilità politiche e quali i mandanti reali.
Non c'è da stupirsi se in questo triste bilancio di mancato accertamento delle responsabilità va anche aggiunto il velo di rimozione che sta calando su Bologna nella memoria collettiva. I fatti cominciano ad essere lontani e i mandanti non sono riconoscibili. Uno degli errori commessi in questi anni è stato sicuramente l'assenza di una vera controinchiesta magari promossa dai parenti delle vittime. E qui la cultura istituzionalista del Pci prima e dei Ds poi ha fatto la parte del leone per frenare ogni emergere di inchieste alternative che rimettessero al centro dell'attenzione la strage di Bologna. Negli anni '70 il libro “La strage di stato”, la prima vera controinchiesta della sinistra extraparlamentare di allora, mise in seria difficoltà le versioni ufficiali su piazza Fontana e contribuì ad orientare l'opinione pubblica verso una domanda di verità e di giustizia. Una robusta tesi da controinchiesta sarebbe stata utile anche su Bologna nel momento in cui la magistratura non poteva certo mettere radicalmente in stato d'accusa le istituzioni di cui facevano parte i servizi segreti che hanno oggettivamente depistato la verità su Bologna.

Resta quindi un interrogativo di fondo su Bologna, sugli esecutori e sui mandanti, che serve per il passato e per il futuro. Per sapere chi e perché abbia mandato al macello 85 passeggeri ad una stazione un sabato d'agosto e per contribuire ad impedire che qualcuno in questo paese, in futuro, sia di nuovo inghiottito dalle viscere della terra come in quel lontano giorno del 1980.

Ivano Scacciarli

tratto da Senza Soste n.18 (agosto 2007)

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Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Gennaio 2010 15:29

Cuba, 26 de julio 1953: l'assalto alla Moncada

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26_julio.jpgMolte volte il nostro modo di pensare, che per comodità definirò ‘occidentale’, non permette di comprendere situazioni che avvengono in altre parti del mondo. Il tipo di cultura che assorbiamo fin da piccoli ci porta a credere che tutti i popoli del mondo debbano fare riferimento ai valori della nostra ‘civiltà’, nello sviluppo delle loro società.
Nel passato gli eserciti e le flotte, spalleggiati dalla religione, erano gli unici mezzi con cui il modello occidentale diffondeva i propri contenuti. A dire il vero vi è stata una prima fase, quella della colonizzazione, dove la rapina delle ricchezze dei popoli sottomessi era più importante dell’esportazione di un altro tipo di modello di vita. Con l’avvento dell’indipendenza delle colonie – conquistata a prezzo di lunghi anni di lotta e di milioni di vittime – l’importanza dell’esportazione di un modello di vita e di pensiero ‘occidentale’ ha assunto un rilievo maggiore perché determinante per la continuità, sotto altri aspetti, dei vantaggi materiali portati dalla colonizzazione. Cambiavano le regole del gioco, ma il fine rimaneva identico: mantenere il risultato finale. La differenza sta nel fatto che una volta era possibile vedere con i propri occhi il nemico che sparava un colpo in fronte, invece oggi vi sono mezzi meno violenti ma più sottili: esistono sistemi per trapassare il cervello, per frullarlo alla perfezione senza che neppure uno se ne accorga.

La premessa non è superflua, soprattutto parlando del perché c’è stato l’assalto alla caserma Moncada.

Cuba, nel 1952, era da cinquant’anni uno stato indipendente e democratico, nel vero senso ‘occidentale’ dei due termini, con diversi partiti che partecipavano a un confronto elettorale e che asserivano di operare per il bene del proprio popolo. Ma qual era il risultato di questa democrazia?

Le condizioni di vita di quei sei milioni di cubani all’epoca erano pari a come se oggi, in Italia, su 57 milioni di italiani, 29 milioni fossero privi di elettricità e di acqua potabile, 20 milioni vivessero in tuguri miserabili, 13 milioni fossero analfabeti, 7 milioni disoccupati, quasi tutti i lavoratori agricoli lavorassero solo quattro mesi l’anno, che ci fossero 90mila insegnanti senza lavoro e il 50 per cento dei bambini non frequentasse la scuola.

A questo quadro devastante va aggiunto che a Cuba, su una delle terre più fertili del mondo, una parte considerevole di adulti sotto i trent’anni era uccisa dalle malattie della fame, come anemia, rachitismo, tubercolosi e che nei primi anni di vita i bambini erano decimati dalla gastroenterite e dalle malattie infettive. Ma tutto avveniva in modo democratico.

In compenso Cuba era un posto dove fiorivano il gioco d’azzardo e la prostituzione, dove i più rinomati gangster e mafiosi degli Stati uniti frequentavano liberamente i suoi casinò, dove i miliardari vivevano in lussuosissime ville e dove le persone con la pelle nera erano costrette ai lavori più umili e non avevano alcuna possibilità di inserimento sociale. Anche tutto questo, naturalmente, era presente in modo democratico.
A Cuba, nel 1952, si sarebbero dovute svolgere le elezioni, ma nella democrazia ‘occidentale’ quando la classe dominante prevede che le cose non si muovano secondo quanto desiderato – e come la storia ci ha spesso insegnato - esiste un’altra opzione: il colpo di stato.

E fu così che il 10 marzo 1952 Fulgencio Batista, con il beneplacito degli Stati uniti, attuò un colpo di stato per impedire lo svolgimento delle elezioni che, probabilmente, sarebbero state vinte da un partito delle forze di opposizione non gradito agli Stati uniti e al grande capitale cubano.

Nell’ala giovanile del Partito Ortodosso militava un giovane avvocato cubano, Fidel Castro, che intendeva condurre contro Batista una lotta più incisiva rispetto a quella impostata dai partiti tradizionali. Dapprima presentò al Tribunale una denuncia in cui chiedeva l’arresto di Batista perché con il colpo di stato aveva violato la Costituzione del 1940. In seguito, non avendo ricevuto risposta dai giudici asserviti al potere, essendo stata esaurita ogni via legale e constatata l’inerzia dei partiti cubani, decise di passare alla lotta armata.

Nel 1953 ricorreva il centenario della nascita di José Martí, l’Apostolo dell’Indipendenza cubana. Ed è nel nome di Martí che Fidel Castro raggruppa 152 uomini per scacciare il tiranno e fare di Cuba una nazione veramente indipendente non schiava degli interessi nordamericani.

Questo gruppo autodenominatosi ‘Giovani del Centenario’ e formato in prevalenza da persone provenienti da La Habana, da Artemisa e da Guanajay, in gran segreto ricevette un addestramento militare nelle campagne attorno a La Habana. L’obiettivo era quello di assaltare due caserme nell’oriente di Cuba, quella di Bayamo e quella di Santiago de Cuba, e dare un segnale forte al popolo cubano: era giunto il momento di lottare, di sollevarsi e di voltare pagina.

All’alba del 26 luglio 1953, partendo dalla fattoria Siboney, a trenta chilometri da Santiago, e approfittando del termine dei festeggiamenti del carnevale e dell’effetto sorpresa, un centinaio di uomini al comando di Fidel Castro - vestiti con le stesse uniformi dei militari batistiani, con poche armi valide e molti fucili da caccia - prende d’assalto la caserma Moncada a Santiago de Cuba, la seconda per importanza nel paese con oltre mille soldati. Raúl Castro, con altri dieci uomini, occupa il Palazzo di Giustizia, la cui terrazza di fronte alla caserma può offrire una copertura di fuoco. Abel Santamaría con la sorella Haydée, Melba Hernández e altre 19 persone occupano l’ospedale per assistere i feriti dello scontro a fuoco. Nello stesso momento, a Bayamo, un gruppo di 28 assalta la caserma locale.

Una serie di contrattempi impedisce al gruppo di Fidel di portare a termine l’azione con successo: i militari, caduto l’effetto sorpresa per il passaggio imprevisto di una pattuglia, reagiscono al fuoco ed essendo in numero nettamente superiore costringono buona parte degli assaltanti alla fuga.

L’esercito perde una ventina di uomini, gli assaltanti ne perdono tre. Fidel e Raúl riescono a fuggire sui monti intorno a Santiago. Ma nelle mani dell’esercito batistiano restano 68 prigionieri, pesantemente torturati e poi uccisi. Tra di loro c’è anche Abel Santamaría.
L’avvenimento provoca una grande emozione in tutta Cuba e contribuisce alla presa di coscienza da parte del popolo cubano: per ottenere un cambiamento era necessario un modo completamente diverso di lotta, rispetto a quello dei partiti, proposto dalla mentalità ‘occidentale’.

La storia è poi nota. Fidel, Raúl e altri compagni fuggiti sui monti vengono arrestati e condannati a quindici anni di prigione. Nel processo-farsa Fidel evidenzia i crimini di Batista e l’ingiustizia del sistema vigente, pronunziando alla fine della sua difesa la famosa frase "Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà". Dopo un paio di anni nel carcere speciale dell’Isola dei Pini (oggi Isola della Gioventù), grazie a grandi manifestazioni popolari che ne chiedono la libertà, Fidel e i suoi compagni sono mandati in esilio in Messico. Da lì riprenderanno immediatamente la lotta contro il tiranno.

Cinque anni, cinque mesi e cinque giorni dopo l’assalto alla Caserma Moncada, l’Ejército Rebelde di Fidel, di Raúl, del Che e di Camilo, libera l’Isola dalla tirannia di Batista e Cuba, per la prima volta nella sua storia, può intraprendere la costruzione di una nuova società completamente diversa dagli schemi ipotizzati dal pensiero ‘occidentale’.
Ed ecco che torna la premessa: se non fosse stato per questo nuovo modo di affrontare la realtà (che ha avuto come origine l’assalto alla caserma Moncada) oggi Cuba, anziché essere un modello per i paesi del cosiddetto Terzo Mondo, si troverebbe nelle stesse condizioni di qualsiasi paese ‘democratico’ dell’area centro-sudamericana. Con le stesse miserie, con le stesse malattie, con gli stessi analfabeti, con gli stessi disoccupati, con le stesse ingiustizie. Proprio come era Cuba cinquant’anni addietro.

Sergio Marinoni

 Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Gennaio 2010 16:17

19 Luglio 1944: Livorno si libera del fascismo

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Ricordiamo il giorno della Liberazione della nostra città con un omaggio alla figura di Oberdan Chiesa, partigiano livornese ucciso dai fascisti a Rosignano Solvay

oberdanchiesa.jpgNato a Livorno l’11 settembre 1911, fucilato a Rosignano Solvay (Livorno) il 29 gennaio 1944, marittimo Membro dell’organizzazione comunista clandestina e per questo ricercato dalla polizia fascista, Oberdan Chiesa espatriò in Corsica. Di lì, allo scoppio della guerra di Spagna, accorse volontario nelle Brigate Internazionali. Ferito in combattimento alla Casa del Campo, l’antifascista italiano, dopo essere stato curato, entrò a far parte della flotta repubblicana. Passato in Francia dopo lo scioglimento delle Brigate Internazionali, Chiesa fu internato con i suoi compagni nel campo di Vernet, dove rimase sino all’occupazione della Francia da parte delle truppe naziste.
Consegnato alla polizia italiana, Chiesa fu confinato a Ventotene. Liberato dopo la caduta di Mussolini, poté tornare a Livorno, dove, subito dopo l’8 settembre 1943, si diede ad organizzare la Resistenza. Era commissario politico della 3a Brigata “Garibaldi”, che sarebbe poi stata a lui intitolata, quando fu arrestato e incarcerato a Pisa. Il 29 gennaio del 1944, per ritorsione dopo un’azione dei partigiani (che, a Rosignano Solvay, avevano ferito a rivoltellate il maresciallo collaborazionista Nannipieri, comandante della locale Stazione dei carabinieri, e un suo sottoposto, che sarebbe deceduto tre mesi dopo), Oberdan Chiesa fu prelevato dal carcere “Don Bosco”.

Portato sulla spiaggia di Lillatro, a Rosignano Solvay, Chiesa, vi fu fucilato per rappresaglia da un plotone misto di CC e di GNR. Al sacerdote che insisteva perché pregasse rispose: “Io rispetto le sue idee, lei rispetti le mie”. Subito dopo la Liberazione di Livorno, gli abitanti del Comune di Rosignano Marittimo, che a Chiesa hanno intitolato una strada, hanno collocato presso il luogo dell’esecuzione un cippo che reca la scritta: “QUI/ IL 29 GENNAIO 1944/ FU TRUCIDATO DAI/ FASCISTI REPUBBLICANI/ OBERDAN CHIESA/ COMBATTENTE EROICO/ IN SPAGNA E IN ITALIA/ PER LA CAUSA DEL PROLETARIATO/ IL POPOLO DI ROSIGNANO/ NEL 1° ANNIVERSARIO/ DEL SUO SACRIFICIO”.

red.

19 luglio 2008

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Gennaio 2010 16:27

14 luglio 1948, i tumulti livornesi dopo l'attentato a Togliatti

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La rivolta cittadina del 14 luglio 1948 nei frammenti di memoria di alcuni testimoni d’eccezione

togliatti.jpgLa radio dette la notizia all’una e all’una e dieci fischiò la sirena del Cantiere. Esco e mi dicono: «Hanno ammazzato Togliatti». Mi preoccupai di andare alla porta e di chiudere il Cantiere per non far uscire nessuno. Intanto la città era tutta in subbuglio, tutto il personale di guardia e i finanzieri ci dettero la rivoltella. Io presi la bicicletta e andai al partito a sentire un po’. La Federazione si era spostata in via Garibaldi e lì i compagni ci dissero che c’era stata la proclamazione di 48 ore di sciopero. La decisione era di portare la gente in piazza della Repubblica e di fare un grande comizio. Tornai in fabbrica riflettendo che con quel tipo di decisione… Una parola d’ordine che chiama la gente ad un comizio evidentemente non costituisce i prodromi di un’azione rivoluzionaria e capii che qualche indicazione era arrivata. Ritornammo in fabbrica e facemmo uscire i lavoratori a scaglioni per evitare assembramenti. (Sergio Manetti, dirigente sindacale)

Ci fu un primo scontro con la polizia all’Attias all’uscita degli operai del Cantiere che erano scesi in città armati di spranghe. (…) Furono sparate parecchie pistolettate da ambo le parti, mi pare, ma la polizia dovette ritirarsi. Il vice questore, mi ricordo, mi mandò a chiamare. C’era anche il sindaco Diaz e in macchina si girò per la città perché c’erano stati almeno tre tentativi di scardinare le armerie. Allora io scesi col sindaco mentre il vicequestore stava in macchina: non era prudente per lui. (…) Mi ricordo che ero andato in piazza della Repubblica, appunto perché c’era il comizio, a preparare… e vedo venire da via De Larderel questo povero diavolo con una gavetta in mano (me lo ricordo sempre, mi pare di vederlo) che attraversava tranquillo la piazza zeppa di gente che urlava, che imprecava, che voleva vendetta. Attraversava via De Larderel e sembrava che volesse andare in via Buontalenti. Invece gli saltarono addosso, perché la protesta era contro la polizia come tale, perché è da lì che emanavano tutte le prepotenze, le discriminazioni, le violenze che la DC perpetrava e si preparava a perpetrare. Vidi questo povero diavolo in divisa circondato da questo popò di nugolo di persone, saranno state 2-300, e mi ricordo che scesi giù dal palco, feci una corsa, m’infilai in mezzo a questo tumulto, per vedere di sottrarlo alla furia di questa gente. Quando sento un urlo, ma un urlo pauroso, e vedo tutto il resto della piazza che va verso via Gazzarrini, perché da via De Larderel veniva un pullman pieno di suore che andavano a Montenero. Gli saltarono addosso a questo pullman, e l’autista, poveraccio, senza rendersi conto di quello che succedeva, si fermò. E la gente cominciò a spaccare i vetri. Sento quegli altri che urlano e corro là, perché là il dramma era ancora peggiore. E sicché mi buttai di fianco all’autista gridando «Vai via, non ti fermare neanche se ti sparano». Lui allora andò verso via Giovannetti. Quando gli corsi dietro in via Giovannetti avevano accoltellato quel povero diavolo. Mentre avveniva la faccenda di questo celerotto, poverino, e quella delle suore, la polizia sbucò dai fossi del Mercato ed entrò in piazza della Repubblica con un’autoblindo-mitragliera, preceduta da due carabinieri in motocicletta e seguita dai camion della Celere armata. La gente non capì più nulla, non vide nemmeno le mitragliatrici, era esasperata, giustamente esasperata, e mi ricordo che saltarono addosso a questi due carabinieri e dettero fuoco alla motocicletta. Uno dei due carabinieri era rimasto sotto la motocicletta che prendeva fuoco, e loro stessi lo tirarono via. La moto fu buttata nei fossi. (Ervé Pacini, vicesegretario Federazione Livornese PCI)

Intanto sull’angolo tra via De Larderel e piazza dei Mille era arrivato Corrado Cancelli, allora assessore comunale, con un camioncino carico di giornali e l’edizione straordinaria della Gazzetta. Ci fu la distribuzione dei giornali e ci fu qualche scaramuccia, si sentì anche qualche sparo. Intanto l’autoblindo veniva avanti, e appena girò dalla parte dei fossi si staccò il compagno Pacini chiedendo di mandarlo da solo a parlare con quelli che guidavano l’autoblindo. Per la verità si staccò anche Nelusco (Giachini) che disse: «Da solo non ti ci mando». Pacini, con le braccia tese verso il carro armato, lo fece fermare e parlamentò. (Eddo Paolini, dirigente della Federazione Livornese PCI)

Venne Barontini e fece un attivo in fabbrica, spiegò che la protesta aveva un inizio e una fine, niente avventurismi. C’era molto massimalismo e Barontini, con quell’enorme prestigio che aveva… Erano stati fatti dei “rattoppi” ai camion, e lui disse: «Questa roba deve sparire tutta». (Sergio Manetti)

Gli operai del Cantiere presero la base di una lancina mobile, la corazzarono e ne fecero un grande aggeggio di guerra. Poi Barontini andò in Cantiere con Manetti e gli altri disse: «Bene, bene, avete fatto un bel lavoro. Quanto tempo ci avete messo, sei ore? Allora in sei ore quello che avete fatto lo risfate». (Nelusco Giachini, responsabile stampa e propaganda Federazione livornese PCI)

Barontini, con quella sua maniera di parlare… «O cosa volevate fare, la Rivoluzione?» Godeva di un prestigio enorme a Livorno, bastava vedere quello che aveva fatto per essere al di sopra di ogni sospetto dal punto di vista del coraggio morale e politico. E quando parlava era legge per tutti. (Ervé Pacini)

Nello scontro all'Attias morì, in circostanze mai chiarite, l'operaio disoccupato Corrado Neri. Il poliziotto ucciso invece, Giorgio Lanzi, a cui oggi è intitolata la caserma di via delle Commedie, era stato partigiano ed era iscritto al Pci.

(Le interviste sono tratte dal libro: Livorno, una rivolta tra mito e memoria, di Andrea Grillo, ed. BFS Pisa)

Nello Gradirà

tratto da Senza Soste n.18 (luglio 2007)

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Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Gennaio 2010 16:14

27 giugno 1980: i misteri di Ustica e il muro di gomma

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ustica.jpgUstica, una strage nel cielo. La pagina più vergognosa dell'aereonautica militare italiana

Roma.
Torre di controllo di Ciampino.
27 giugno 1980.
Ore 20, 59 minuti e 45 secondi.

Sul punto di coordinate 39°43’N e 12°55’E scompare dalla schermo radar un velivolo civile. E’ il Dc9 I-TIGI della società Itavia, in volo da Bologna a Palermo, nominativo radio IH870, con a bordo 81 persone, 78 passeggeri e tre uomini di equipaggio. Il controllore di turno cerca di ristabilire il contatto con il pilota del Dc9. Lo chiama disperatamente una, due, tre volte. A rispondergli solo un silenzio di morte. Scatta l’allarme, ma non scattano i soccorsi che arrive- ranno sul punto di inabissamento dell’aereo, a metà tra le isole di Ponza ed Ustica, soltanto la mattina dopo. Un ritardo sospetto. Così come misteriosa è la causa della scomparsa del Dc9. La cosa più facile? Attribuire il disastro ad un difetto strutturale dell’aereo, un cedimento. La tesi del cedimento strutturale del Dc9 dell’Itavia resterà per quasi due anni la spiegazione ufficiale della tragedia, tanto che la società proprietaria dell’aereo diventerà il primo capo espiatorio e sarà costretta a scio- gliersi. Ma in ambienti giornalistici la tesi semplicistica della sciagura comincia quasi subito a fare acqua. Che qualcosa in questa storia non quadri dovrebbe capirlo anche il magistrato romano al quale l’inchiesta è affidata. Per consegnare al pubblico ministero Santacroce i nastri di Roma Ciampino, sui quali era impressa tutta la sequenza del volo del Dc9, fino alla scomparsa dagli schermi radar, l’aeronautica militare impiega ben 26 giorni. Addirittura 99 per consegnarli i nastri di Marsala. Senza contare il materiale che gli verrà tenuto nasco- sto. Insomma il fatto che l’arma azzurra giochi sporco di fronte alla morte di 81 persone e che, specie all’inizio, il governo italiano sia più di ostacolo che di aiuto all’inchiesta giudiziaria è la prima vera risposta ad una domanda che ancora oggi in molti si pongono: chi ha abbattuto il Dc9 di Ustica?
 

 

Cronologia

ROMA - La notte del 27 giugno 1980 l'aereo dell'Itavia in volo tra Bologna e Palermo con a bordo 81 persone, scompare dai tracciati dei radar di Fiumicino. Dopo alcune ore si ha la certezza che è caduto in mare a nord di Ustica. Non ci sono superstiti.

 

Ecco le principali tappe della vicenda in 27 anni di indagini e misteri che hanno preceduto la sentenza di assoluzione del generale Lamberto Bartolucci, ex capo di stato maggiore dell'Aeronautica, e del suo vice generale Franco Ferri.

 

27 giugno 1980 Ore 20.59'.45". Il Dc9 I-Tigi Itavia in volo da Bologna a Palermo partito con due ore di ritardo, si inabissa a nord di Ustica. Ottantuno le vittime fra passeggeri ed equipaggio: tra loro 13 bambini, due dei quali non avevavo ancora compiuto due mesi.
Il gruppo neofascista dei Nar rivendica la strage: per i giudici si tratterà di un vero e proprio depistaggio operato dal cosiddetto Super Sismi.

 

Luglio 1980 Il ministro socialista della Difesa Lelio Lagorio riferisce in Senato sul disastro, escludendo il coinvolgimento di aerei militari. Le autorità aeronautiche sostengono l'ipotesi del "cedimento strutturale" del velivolo. Il generale Romolo Mangani, comandante del Centro operativo regionale di Martina Franca, responsabile del controllo radar dei cieli del sud verrà accusato di "alto tradimento per aver depistato le indagini".

 

Luglio 1980 Sui monti della Sila viene trovato un Mig 23 libico, forse caduto la notte del 27 giugno, la stessa della tragedia del Dc9. Il maresciallo Mario Alberto Dettori, radarista della base di Poggio Ballone (Grosseto), confessa alla moglie: "Quella notte è successo un casino, per poco non scoppia la guerra". Dettori morirà suicida nel marzo dell'87 ossessionato da una frase che, dice, non lo abbandona mai: "Il silenzio è d'oro e uccide".

Dicembre 1980 L'Itavia, l'azienda del Dc9 esploso, dirama un comunicato stampa che indica come unica ipotesi valida a spiegare la caduta dell'aereo quella di un missile.
 

Marzo 1982 La prima commissione d'inchiesta parlamentare (presidente Carlo Luzzati) sostiene che senza l'esame del relitto non è possibile chiarire se il Dc9 cadde per esplosione interna (bomba) o esterna (missile).

Agosto 1986 Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiede al presidente del Consiglio Bettino Craxi di disporre il recupero del relitto.

Marzo 1989 Dopo cinque anni di lavoro sul relitto, i periti della commissione Blasi concludono che il Dc9 è stato abbattuto da un missile.
 
Maggio 1990 A sorpresa, due componenti della commissione voluta da Bucarelli fanno marcia indietro riproponendo l'ipotesi della bomba.

Marzo 1993 Alexj Pavlov, ex colonnello del Kgb, rivela la sua verità: il Dc9 fu abbattuto da missili americani, i sovietici videro tutto dalla base militare segreta che nascondevano vicino a Tripoli: "Fummo costretti a non rivelare quanto sapevamo per non scoprire il nostro punto di osservazione. Quella notte furono fatte allontanare tutte le unità sovietiche della zona perché sapevamo che ci sarebbe stata un'esercitazione a fuoco delle forze americane".

Dicembre 1993 Andrea Crociani, imprenditore toscano, viene interrogato dal giudice Rosario Priore, titolare dell'inchiesta. Crociani rivela le confessioni a lui fatte da Mario Naldini, il tenente colonnello che prestava servizio all'aeroporto di Grosseto e che la sera del 27 giugno si alzò in volo con il suo caccia Tf140 per un'esercitazione Nato. "Mario mi disse: Quella notte c'erano tre aerei. Uno autorizzato, due no. Li avevamo intercettati quando ci dissero di rientrare. All'aeroporto di Grosseto, dopo l'atterraggio, ci informarono della tragedia del Dc9". Naldini era il capo squadriglia delle Frecce Tricolori, morto a Ramstein nell'agosto dell'88 durante la disastrosa esibizione che causò la morte di 51 persone. Dieci giorni dopo doveva essere ascoltato da Priore per i fatti di Ustica.

26 novembre 2003 La tragedia di Ustica non fu certamente provocata dal cedimento strutturale del Dc9 dell'Itavia, ma probabilmente da un missile esploso dall'esterno dell'aereo. Il tribunale di Roma, a 23 anni dalla tragedia, dichiara responsabili i ministeri dei Trasporti, della Difesa e dell'Interno, e li condanna in solido a risarcire all'Itavia i danni, quantificati in circa 108 milioni di euro (210 miliardi delle vecchie lire).
 
30 aprile 2004 La terza sezione della Corte d'Assise di Roma assolve da tutte le accuse contestate i generali dell'Aeronautica Lamberto Bartolucci, Franco Ferri, Zeno Tascio e Corrado Melillo individuando responsabilità nelle condotte dei generali Bartolucci e Ferri in merito alle informazioni che i due militari fornirono, in maniera errata, alle autorità politiche.

15 dicembre 2005 Bartolucci e Ferri sono assolti in appello.

10 gennaio 2007 La prima sezione penale della Corte di Cassazione si pronuncia definitivamente sul processo confermando la sentenza di assoluzione pronunciata in appello e cancellando quindi la possibilità ai famigliari delle vittime di chiedere un risarcimento.

www.repubblica.it

(10 gennaio 2007)

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Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Gennaio 2010 15:29

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