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PER NON DIMENTICARE

Fiore (Forza Nuova) rifiutato da Pontedera. La polizia carica gli antifascisti

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La giornata di campagna elettorale, ieri in Toscana, del forzanovista Roberto Fiore è stata assediata da presidi antifascisti che hanno provato a impedire le manifestazioni di Forza Nuova entrando in contatto con la polizia, schierata a difesa dei neofascisti.

In mattinata per Fiore brevi comparsate a Sansepolcro (Ar) e Firenze, al pomeriggio Pontedera e Massa. Ovunque una scenografia analoga: città e piazze militarizzate. Il segretario e militanti del partitino neofascista non possono permettersi uscite pubbliche se non scortati da massicci contingenti di polizia e carabinieri.Nei giorni precedenti schermaglie sui canali istituzionali confermavano la ristretta agibilità politica di Forza Nuova nel territorio toscano. Sia a Pontedera che a Massa i sindaci avevano infatti dimostrato la loro contrarietà alla presenza di Fiore nelle rispettive città. Certo, parole al vento, pronunciate per prudente tutela dell'ordine pubblico, considerata la diffusa ostilità verso le formazioni neofasciste sia nel territorio pisano che in quello massese. Infatti le forze antifasciste dei due centri già avevano provveduto a convocare presidi per manifestare un'opposizione fisica alla presenza di Fiore.

A Pontedera il comitato Valdera Democratica Antirazzista aveva convocato un presidio in piazza Cavour dalle 16 alle 19 contro il comizio di Fiore, previsto inizialmente nella centrale piazza Curtatone e Montanara. Ancora vivo a Pontedera il ricordo della recente incursione xenofoba dei militanti di Forza Nuova al Teatro Era, durante la cerimonia in cui si conferiva la cittadinanza onoraria a 600 bambini figli di migranti nati in Italia.
Già dal primo pomeriggio il centro di Pontedera veniva invaso da circa 200 tra poliziotti e carabinieri che, con 13 camionette, presidiavano il Corso e tutti i suoi incroci, addensandosi poi nei pressi della sede del partito neofascista. Il presidio si è presto spostato da piazza Cavour percorrendo il Corso, venendo a più riprese fermato e imbottigliato dai reparti di celere.

Molti giovanissimi infastiditi, come tanti pontederesi, dall'eccessiva presenza di forze di polizia in città, si sono uniti al presidio. Un territorio come quello della Valdera, desertificato dalla crisi della Piaggio e del suo indotto, dove aumenta a dismisura l'abbandono scolastico giovanile manifesta contraddizioni e tensioni che determinano una conflittualità giovanile diffusa che, spesso, non trovando espressione politica, si trova intrappolata in contesti di disgregazione sociale fatti di immiserimento e autodistruzione. Certo la polizia, a vista, rappresenta, sempre più, per le giovani generazioni cresciute nella crisi, il simbolo del soggetto preposto a frustrare qualsiasi ambizione di riscatto o quantomeno l'ostacolo quotidiano anche della semplice arte dell'arrangiarsi o del sopravvivere.

Nel frattempo il presidio, continuando a spostarsi per il centro città, ha imboccato un via laterale e forte di un centinaio di antifascisti, ha raggiunto una via parallela alla sede di Forza Nuova davanti alla quale si stava tenendo il comizio di Fiore, invitato dagli agenti della digos a non avventurarsi fino a piazza Curtatone e Montanara. Sorpresi dalla manovra i funzionari di polizia, forse troppo impacciati a gestire tanti uomini, hanno ripiegato in fretta e furia spezzando in due tronconi il gruppo degli antifascisti con un cordone di celerini in assetto antisommossa. La posizione scomoda del cordone ha messo in difficoltà i poliziotti che indietreggiando, sotto la pressione degli antifascisti, hanno fatto volare qualche manganellata nervosa.
Il corteo degli antifascisti si è nuovamente spostato e, costeggiando l'Era è tornato sul Corso fino alla sua riapertura alla libera circolazione dei passanti, alle 18 e 30. La sede di Forza Nuova è rimasta blindata da un cordone di carabinieri per il resto della serata.

Stessa musica anche Massa, tappa successiva del tour elettorale di Fiore nella giornata odierna. Qui una provacazione di matrice fascista ha segnato la vigilia del comizio forzanovista. Nella notte è stata forzata la sede locale dell'ANPI e un gonfalone medagliere storico è stato rubato.
In questi giorni inoltre uno strano tira e molla tra sindaco e questore negava poi accordava piazza Garibaldi per il comizio di Fiore. Ma in città già da qualche giorno un presidio antifascista di opposizione alla presenza di Fiore era stato convocato dalla Casa Rossa Occupata in piazza delle Corriere. Questo presidio, chiamato per le 18, animato da un centinaio di antifascisti si è mosso in corteo verso piazza Garibaldi passando per il liceo scientifico. Entrando in contatto con la polizia schierata massicciamente a difesa del comizio, il corteo ha tentato di resistere e avanzare ma, all'altezza di via Pascoli, i celerini hanno risposto caricando.

A Pontedera come a Massa la presenza dei neofascisti è stata arginata da una forte risposta militante. Eppure, come elemento nuovo e interessante, emerge anche un'inedita potenzialità giovanile, quella che ha attraversato il corteo antifascista pontederese. Questa va arricchita e messa a valore nelle lotte stando dentro le contraddizioni dei contesti sociali che, nei territori della provincia, hanno tutte le credenziali per raggiungere nuove e radicali espressioni di rigetto di qualsiasi forma di fascismo e razzismo partendo da percorsi di organizzazione e costruzione di riscatto collettivo.

tratto da www.infoaut.org

14 febbraio 2013

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Foibe: nazisti e Pdl contro l’Anpi e la storica Alessandra Kersevan

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Prima le minacce contro l'Anpi e la storica Alessandra Kersevan, poi l'irruzione degli squadristi del Veneto Fronte Skinhead ad un convegno sulle foibe e il revisionismo storico. L'estrema destra ha paura della storia, e della verità.

 Momenti di tensione, sabato, si sono registrati al convegno sulle foibe organizzato dall’Anpi e intitolato "Fascismo, confine orientale e foibe". Non contenti delle minacce dei giorni precedenti, che avevano già portato gli organizzatori a uno spostamento della sede dell’iniziativa, un gruppo di nazisti del "Veneto Fronte Skinheads"prima si sono presentati all’ingresso dell'ex biblioteca dove l'Anpi teneva una conferenza stampa con la storica Alessandra Kersevan, e poi di nuovo a Villa Wassermann, a Giavera, durante l’incontro pubblico. Gli estremisti di destra hanno fatto irruzione all’interno della sala, minacciato i presenti e realizzato un volantinaggio prima che alcuni carabinieri li obbligassero ad abbandonare il convegno. Nel frattempo la sala – piena, dicono i giornali locali – aveva intonato ‘Bella Ciao’ e slogan antifascisti.

Poco dopo all’iniziativa, in cerca anche loro di visibilità, si sono presentati alcuni esponenti della Giovane Italia, movimento giovanile di estrema destra interno al Pdl. Guidati dal loro presidente provinciale Claudio Borgia hanno tentato anche loro di entrare all’interno di Villa Wassermann per volantinare e megafonare, ma i carabinieri ancora presenti li hanno invitati a desistere.
Già nei giorni scorsi le minacce e le proteste dell’estrema destra nei confronti dell’iniziativa sulle foibe controcorrente rispetto alla vulgata comune, avevano convinto il sindaco di Montebelluna Marzio Favero a revocare la concessione dell'auditorium della biblioteca di Montebelluna tanto da costringere l'Anpi a chiedere e trovare ospitalità a Giavera, dove il sindaco Fausto Gottardo aveva concesso la sala di villa Wassermann. «La nostra intenzione era di fare un sit in dalle 15 davanti alla biblioteca per indirizzare quanti arrivavano al municipio» spiega un po’ sconsolato il presidente dell'Anpi di Montebelluna, Sergio Brunello, «ma non siamo riusciti a trovare nessuno in municipio per avere l'autorizzazione alla manifestazione, la Digos ci ha fatto poi presenti i problemi di ordine pubblico che potevano sorgere per la presenza di Forza Nuova con un suo gazebo, a quel punto abbiamo trovato la disponibilità di villa Wassermann per il convegno e quindi lo spostiamo lì e al posto del sit in faremo una conferenza stampa nella nostra sede».

Luca Fiore

tratto da http://mobile.contropiano.org

11 febbraio 2013

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Atene: viaggio nei Collettivi di Lavoro Solidali

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Non gli piace l’espressione padroni di sé stessi, perché cercano di superare i rapporti convenzionali tra padrone ed impiegato attraverso collettivi orizzontali, senza proprietà né profitto. Non vogliono essere chiamati soci, ma co-lavoratori. “Una cosa è l’autogestione sociale, un’altra l’impresa”, scrivono. Non hanno differenziazioni, ma vengono pagati col medesimo stipendio per lo stesso lavoro.
Di norma non ci sono dividendi. Ciò che rimane dopo il versamento dei salari ritorna nella cassa comune a sostenere altri progetti solidali. Nessun velleitarismo di essere isole di libertà nel mare del capitalismo, ma, semplicemente, l’ambizione di creare reti di cooperazione e resistenza all’economia di mercato. Figli della necessità della sopravvivenza e del sogno di una società senza sfruttamento, i collettivi di lavoro nascono, si organizzano, si sostengono, resistono e crescono contro i memoranda, la povertà e la disoccupazione.
Domenica sera, alla casa sociale “Mesopotamia” a Moschato (zona periferica di Atene, n.d.r.), un movimento di cittadini attivo da più di otto anni su temi ambientali e sociali si è presentato sotto forma di sette compagini, tra collettivi di lavoro e cooperative solidali. Tutti nati sotto il segno della crisi, dal più vecchio Caffé Pagkaki (“la panchina”, n.d.r.) di Koukaki (zona di Atene, n.d.r.), giunto quasi al terzo anno di vita, sino alla più giovane Sesoula (“la cucchiaiata”, n.d.r.), una social grocery inaugurata appena 15 giorni addietro ad Exarchìa.
Questi gruppi si articolano giuridicamente come cooperative sociali o civili, ispirandosi ai principi dell’economia solidale, nel rispetto del produttore, del consumatore e dell’ambiente; parallelamente, non rinunciano a considerarsi come veri e propri esperimenti di ridefinizione dei rapporti di lavoro e di produzione.
Sono riusciti a creare una rete basilare di autosostegno, e mirano ad espanderla. “Quando si guasta il computer lo ripariamo qua di fronte, da Prisa (“presa elettrica”, n.d.r.)”, dice Ilias di Syn Allois, una Cooperativa di economia solidale di Thissio. Le Edizioni dei Colleghi pubblicano libri dei collettivi e coi proventi sostengono le lotte sociali e le stesse cooperative. “Oltre alla sopravvivenza economica e il superamento degli ostacoli burocratici, la grande scommessa da vincere è sui rapporti umani”, dice Lola del caffè sociale Perivolàki (“l’Orto”, n.d.r.) di Kato Petralona (Atene), fondato per lo più da licenziati nel settore dei media. “Se vuoi rimanere nel collettivo, devi rimpicciolire il tuo ego”, aggiunge Eugenia del Pagkaki, nello spiegare il funzionamento delle assemblee e del consenso collettivo sulle decisioni da prendere, del senso dell’unanimità sulle attività da svolgere: “dal caffè da servire, sino a come organizzarsi in occasione degli scioperi generali”.
Leilimlei è un collettivo tutto particolare. E’ multinazionale, oltre ad essere un ristorante e centro multiculturale di Gkyzi (Atene). Aperto circa un anno e mezzo fa da cinque rifugiati politici turchi, vi partecipano tre greci, due kurdi, un turco ed un serbo. “Ho preso l’idea dal Collective Courier, creato da colleghi membri delle associazioni di base dei motociclisti”, dice Qamil. “Non è solo una proposta di sopravvivenza, ma un’azione anche filosofica ed anticapitalista”. Ogni mercoledì c’è la proiezione di un film, gratis, con annessa discussione. Ogni giovedì si svolgono i corsi di lingua turca, e al contempo si organizzano manifestazioni sulla situazione politica turca e kurda.
Le caratteristiche comuni di questi collettivi lavoranti sono i prezzi bassi e la qualità alta di servizi e prodotti. Per ora, purtroppo, solamente Pagkaki riesce a sostenersi efficientemente da un punto di vista economico, coprendo tutti i suoi lavoratori. Gli altri dividono tutto in base a salari orari prestabiliti, coprendo i bisogni di vita di chi ha più bisogno, dando priorità a chi ha necessità impellenti e applicando principi di solidarietà dentro ai collettivi. Le parole difficoltà, esperimento e speranza sono quelle che appaiono con più frequenza sulle labbra dei nostri interlocutori, insieme al sorriso e allo sguardo bello e tipico di chi si riconosce nella condivisione della stessa scommessa per un modo diverso di vivere e lavorare. 
 di Afroditi Tziantzi
Linkografia:
"Le edizioni dei colleghi"  ekdoseisynadelfwn.wordpress.com
Collettivo di lavoro per la tecnnologia "Stin Priza" http://stinpriza.org/
Cooperazione di economia solidale "Syn Allois" synallois.org
Azione di Cittadini Messopotamia -  Mesopotamia.gr
tratto da: http://www.efsyn.gr/?p=19309
traduzione a cura di AteneCalling
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10 febbraio 1898: nasce Bertold Brecht

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"Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati."

Il 10 febbraio del 1898 ad Augusta, in Germania, nacque Bertold Brecht, uno dei più famosi drammaturghi tedeschi del XX secolo. La sua educazione, impartitagli dalla madre luterana, fu rigidamente protestante, ma non fu così invasiva da chiudergli gli occhi di fronte al mondo.

"Di tutte le cose sicure, la più certa è il dubbio."
Brecht dimostrò fin dalla giovinezza uno spiccato senso critico, che gli valse non pochi fastidi. Nel 1916 evito per poco l'espulsione dalla scuola, a causa di un tema in cui sostenne che l'elogio della morte eroica altro non è che uno strumento di propaganda. Iniziò a scrivere le prime poesie e canzoni, e dopo un'adolescenza spesa a rincorrere miti romantici e di patriottismo, si avvicinò al movimento spartachista intorno al 1919.
Negli anni '20 si trasferì a Berlino, scrisse diverse opere teatrali, e approfondì gli studi su Marx ed Engels. Dal 1927 iniziò collaborare con il collettivo di scrittura teatrale filomarxista "Piscator-Bühne". Fu qui che maturò la sua concezione di un teatro che doveva coinvolgere lo spettatore e risvegliarne la coscienza politica. Stravolse e ruppe il "quarto muro" che divide attore da fruitore, pur tenendosi sempre distante dal neorealismo sovietico, che muoveva ad educazione e normalizzazione dell'immaginario collettivo.
"Prima viene lo stomaco, poi viene la morale."
Non fu mai un comunista troppo attivo nella militanza, ma nel suo essere un intellettuale di sponda riuscì a cogliere quelle contraddizioni reali che troppo spesso dimentica chi assurge al ruolo di pensatore e teorico.
Nel '33 dovette fuggire dalla Germania, e lasciò Berlino il giorno dopo il rogo del Reichstag ad opera dei nazisti. Dal 1933 al 1941 si rifugiò in Francia, Danimarca, Svezia e Finlandia, viaggiando molto per rappresentare i suoi testi teatrali. Partecipò a Parigi al Congresso Internazionale degli Scrittori Antifascisti nel '35, e scrisse diverse opere contro il Reich. Nel '41 attraversò la Russia e si imbarcò a Vladivostok per stabilirsi in California.
"Cos'è lo svaligiare una banca rispetto al fondarne una?"

Neanche il soggiorno americano fu troppo tranquillo. Nel 1947 venne chiamato a presentarsi di fronte al Comitato per le Attività Antiamericane per rispondere dell'accusa di comunismo. Fuggì nuovamente in Europa, e si fermò a Zurigo, essendogli vietato l'ingresso in Germania Ovest. Riuscì infine a ristabilirsi a Berlino est dove fondò il teatro Berliner Ensemble. Non ebbe rapporti sempre distesi con il partito comunista della DDR, tanto che diverse rappresentazioni delle sue opere furono vietate.

"Sventurata la terra che ha bisogno d'eroi."

Morì il 14 agosto 1956. Secondo le sue volontà venne sepolto senza cerimonie in un angolo vicino alla strada del cimitero di Chausseestrasse, sotto una lapide di pietra grezza con incise le sole lettere del suo nome.

tratto da http://www.infoaut.org

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Ultimo aggiornamento Domenica 10 Febbraio 2013 15:18

8 febbraio 1929: Gramsci inizia a scrivere i Quaderni dal Carcere

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gramsciE' l'8 febbraio 1929 quando il detenuto numero 7047 del carcere di Turi, in provincia di Bari, riceve finalmente in cella il permesso e l'occorrente per scrivere.

Si tratta di Antonio Gramsci, arrestato l'8 novembre 1926 e poi, dopo numerosi spostamenti in attesa di un processo, dal Regina Coeli ad Ustica e a San Vittore, condannato dal Tribunale Speciale Fascista a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione con le accuse di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile e incitamento all'odio di classe.
Famosa resterà la frase con la quale il pubblico ministero Isgrò termina la propria requisitoria in sede processuale: "Per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare".

Già da quando si trovava a San Vittore Antonio Gramsci aveva mostrato la propria attenzione per la scrittura, per potersi occupare di argomenti che "assorbissero e centralizzassero la sua vita interiore". È così che agli inizi del 1929, egli inizia la stesura dei "Quaderni dal carcere", un insieme di appunti e riflessioni non destinati alla pubblicazione.
La stesura dei trentatre quaderni (non tutti sono però conclusi), proseguirà anche dopo il trasferimento alla clinica di Formia, e si concluderà solo nel 1935, a causa delle gravissime condizioni fisiche in cui verserà.

Numerosissimi son gli argomenti trattati nei Quaderni, dal concetto di egemonia, inteso come strumento nelle mani della classe dominante per mantenere il controllo, all'analisi dell'esperienza risorgimentale considerata come una rivoluzione mancata, dalle considerazioni sulla filosofia Crociana all'importante ruolo rivestito dagli intellettuali, che consiste nella creazione di condizioni che permettano al proletariato di impadronirsi dell'egemonia.

I quaderni verranno numerati, senza tenere conto dell'ordine cronologico in cui vennero scritti, dalla cognata di Antonio  Gramsci Tatiana Schucht, che riuscì a sottrarli alle ispezioni poliziesche e ad affidarli ai dirigenti comunisti che si trovavano a Mosca.

Verranno pubblicati in una prima edizione tra il 1948 e il 1951, mentre nel 1975 Valentino Gerratana ne curerà una seconda edizione critica con un'accurata ricostruzione cronologica.

tratto da http://www.infoaut.org

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