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PER NON DIMENTICARE

Magliette a strisce, teddy boys e black bloc. Dall’epica popolare al moral panic

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Noi vi riusciremo, signori, siatene sicuri (Lenin, Che fare?, 1902)

Genova_scontri_19601) Chi ha in mente le strofe di questa canzone?
“Il 30 giugno è un giorno che passera alla storia/
perché la Resistenza coperta fu di gloria/
E poi poi poi ci chiamavano teddy boys”

Si tratta di un pezzo, che ha contribuito a comporre l’epica popolare sulla rivolta di Genova del 1960, intolato E poi ci chiamavano Teddy Boys raccolto nell’antologia di Canti popolari socialisti e comunisti curato da Leoncarlo Settimelli e Laura Falavolti per le edizioni Savelli nel lontanissimo 1976.  Il testo della canzone lo si può trovare su
http://www.ildeposito.org/archivio/canti/canto.php?id=959

L’aria di questo pezzo era ricavata da una canzone del fronte della prima guerra mondiale, dedicata sarcasticamente al generale Cadorna, in modo da saldare di fatto l’immaginario popolare delle generazioni del Carso e dell’Isonzo, dove fu operato il massacro concentrico più devastante di proletari e contadini italiani di tutto il ‘900, con quelle dei giovani che si affacciavano alla politica nell’Italia del secondo dopoguerra. E’ interessante però fare un’analisi dei contenuti dell’epica popolare presente in questa canzone. E soprattutto del conflitto che è ricomposto in queste strofe. Per comprendere di cosa stiamo parlando bisogna capire che la figura del giovane come Teddy Boy rappresenta una rottura antropologica nel tessuto popolare e proletario italiano degli anni ’50. Si tratta infatti del primo movimento giovanile di massa importato dall’Inghilterra, che da allora detterà fino a oggi anche in Italia stili e modi di comportamento giovanili diversissimi tra loro, sostanzialmente alieno a qualsiasi tradizione culturale e popolare italiana. Oltretutto i Teddy Boys ascoltavano principalmente musica americana, l’ondata dei gruppi inglesi sarà patrimonio di successivi movimenti giovanili, aumentando così la distanza dalla sinistra di fatto culturalmente antiamericana almeno fino al ’68. Le generazioni di giovani popolari e proletari degli anni ’50, periodo durissimo per le forze comuniste  e il sindacato, sono così viste con un certo sospetto dalla sinistra italiana proprio per questa marcata alterità culturale e il rischio di una conclamata spoliticizzazione. La rivolta del luglio ’60, con l’insurrezione dei giovani con le magliette a strisce (un capo di abbigliamento tipicamente giovanile dell’epoca) marca però il protagonismo politico di questi nuovi soggetti  entro i canoni della cultura dell’antifascismo militante. Quel “e poi ci chiamavano teddy boys” assume così una intonazione canzonatoria verso tutti quei soggetti, compresa la sinistra ufficiale, che avevano indicato i giovani del periodo come frivoli e spoliticizzati senza comprenderne il potenziale di rivolta. Oltretutto la rivolta di Genova del ‘60, vista dal lato del protagonismo dei Teddy Boys italiani, si pone in un segno politico marcatamente opposto rispetto all’originale modello comportamentale britannico. Anche i Teddy Boys inglesi infatti avranno la loro rivolta ma si tratterà di quella contro gli immigrati neri a Notting Hill del 1958 (episodio citato da Julian Temple in Absolute Beginners). Genova 1960 riporta quindi le masse proletarie e giovanili entro l’epica popolare antifascista, il Teddy Boy è ora la prosecuzione del partigiano in area metropolitana.
Che quest’innesto di cultura giovanile nella sinistra tenga nell’epica popolare dell’epoca ce lo conferma il film di Pasolini Uccellacci Uccellini che, guarda caso, comincia con una scena da Teddy Boy, i giovani che ballano davanti ad un Juke-Box, e finisce ai funerali di Togliatti. Anche stavolta il giovane spoliticizzato, americanizzato finisce per essere una delle figure che partecipa alla composizione  dell’epica proletaria e popolare. Essere giovane, rivoltarsi in piazza ed essere compiutamente accettato nell’epica popolare a sinistra, che è un canone fondamentale del riconoscimento collettivo dell’epoca, torna ad essere naturale dopo i sospetti scriscianti degli anni ’50.

2)

Le cose si complicano terribilmente con il ’68, l’epica popolare non sembra tenere più tutte le figure sociali che affollano la scena. Anche perché, nonostante che il ’68 e gli anni ’70 rappresentino l’ultima grande stagione di produzione di canzoni e memorie di pura epica popolare, altri linguaggi, altre codificazioni simboliche irrompono sulla scena. In parallelo a straordinarie mutazioni della composizione sociale.
Se ne accorge lo stesso Pasolini che, con le famose frasi su Valle Giulia, quelle “dalla parte della polizia” che vengono continuamente reiterate anche ai nostri giorni, compie un’operazione rivelatrice delle inquietudini che si riversano sulla struttura narrativa dell’etica popolare del periodo. Infatti Pasolini, dopo gli scontri tra studenti e forze dell’ordine a Valle Giulia, promuove un altro genere di epica popolare, riprodotto poi dai media, che mette positivamente in primo piano la polizia ed espelle i giovani da un ruolo positivo nella narrazione. Un paradosso, visto il protagonismo creativo dei giovani nel ’68, compiuto per salvare  proprio la struttura narrativa dell’epica popolare: gli unici elementi di popolo presenti a Valle Giulia sono per Pasolini i poliziotti mentre gli studenti sono visti come appartenenti ad una condizione aliena al popolo se non direttamente borghese. Eppure salvare l’epica popolare, vista con gli occhi degli anni ’60 e ’70, è un’operazione importante. Perché l’epica connette, tiene assieme enormi strati sociali. Non ha un ruolo di intrattenimento, come pensa il materialismo ingenuo, piuttosto con il dispiegarsi dei suoi canoni narrativi si opera una diretta e decisiva connessione sociale. Nelle culture popolari è la parola dell’epica che tiene assieme i comportamenti di interi sociali ed è proprio questa tenuta ,a  causa di una concentrazioni impressionante di mutazioni, che ha difficoltà a seguire l’accelerazione dei cambiamenti nel tessuto sociale italiano.
Pasolini salva così i canoni narrativi di quest’epica recuperando un ruolo narrativo positivo alla polizia. I giovani del ‘68 probabilmente per il loro insopportabile carico di alterità rispetto ai canoni classici dell’epica popolare, che li fa frettolosamente collocare come appartenenti tout court alla classe borghese, si trovano fuori da un ruolo positivo entro questi schemi narrativi.
Si radicalizza così una frattura tra giovani ed epica popolare, quella di massa che si intrecciava nei linguaggi e nei comportamenti della sinistra istituzionale, della quale si intravedevano i sintomi prima della rivolta di Genova del 1960. Con delle significative novità: i giovani non sono più spoliticizzati, Teddy Boys, ma politicizzati e quindi rappresentati come agenti della borghesia che combattono una lotta contro il popolo a parti solo formalmente rovesciate. La visione della polizia da parte di Pasolini è sociologicamente romantica quanto lo è il tentativo di salvare, togliendo un ruolo positivo ai giovani, l’epica popolare. I poliziotti dell’epoca di Pasolini hanno già poco del popolo: si tratta degli ultimi ma della società dei consumi che cercano la strada più breve, in una società a piena occupazione, per pagarsi le rate del mutuo della macchina nuova, dell’acquisto del frigorifero. Per entrare insomma non nel popolo ma nella società dei consumi individualizzata. Ma l’operazione di Pasolini funzionerà però ben oltre il contesto che l’ha prodotta. Infatti, nel corso dei decenni, e anche nelle settimane scorse, i poliziotti nella retorica della sinistra istituzionale sono sempre il popolo. Mentre ai giovani tocca il ruolo narrativo e politico degli alieni. Anche se, basta dare un’occhiata al loro profilo sociologico, sono proprio i poliziotti ad essere alieni a qualsiasi legame sociale strutturato. Basta leggere il libro, ampiamente simpatizzante per le forze dell’ordine, Acab di Carlo Bonini per capire che i disagi e le patologie del poliziotto sono amplificate proprio dalla assenza sistematica di legame organico con qualsiasi contesto sociale. Se c’è un alieno insomma, indossa la divisa blu. Ma la potenza oggettivante degli schemi narrativi mediali e istituzionali ci dice altro.
Il remake Pasolini e le forze di polizia sarà però regolarmente reiterato, e con successo di audience, da tutti i media degli ultimi decenni. L’epica popolare della sinistra istituzionale scopre così con Pasolini un nuovo vettore, televisivo dei suoi significati ben più potente della storia orale e tramandata. Un vettore nel quale la storia orale della sinistra verrà in qualche modo tramandata ma anche utilizzata, scomposta, frammentata e montata entro un format narrativo completamente nuovo. Si guardi alla breve serie televisiva de La meglio gioventù: contiene un linguaggio generalista incapace di far intuire la profondità dello scenario del ’68, secondo i canoni intimistici del cinema italiano sopravvissuto al collasso strutturale del primi anni ’80. Si pensi, ad esempio, alla fiction, tanto per parlare di un linguaggio popolare, di Nonno Libero dove la figura del sindacalista esiste solo per dare una sfumatura al format ma non per capire quanto essere stati sindacalisti sia servito ad essere nonni e, tantomeno, a dare un profilo di storia collettiva a un personaggio. Le leggi dell’audience sono qualcosa di diverso dalle necessità di tenuta della cultura della sinistra istituzionale. Tanto che, senza problemi, le frasi di Pasolini in tv sono state riportate anche da esponenti del centrodestra. L’audience segue leggi di efficacia non di comprensione e sviluppo delle tradizioni culturali.
Ma la stessa Valle Giulia costituisce un sedimento storico importante nella cultura dei gruppi e della nuova sinistra in Italia. Perché costituisce un mito entro una linguaggio costruito con i canoni, qui pienamente restaurati, della canzone dell’epica popolare (in cui il cantautore riadatta la funzione epica del cantastorie). Quel “non siam scappati più” di Paolo Pietrangeli dedicato ai manifestanti di Valle Giulia riporta, oltretutto con strofe gentili, l’epica della resistenza degli studenti alla polizia, della capacità dei giovani di sfidare e sconfiggere la durezza della repressione. E’ una stagione, prevalentemente interna ai gruppi e alla nuova sinistra, di riscoperta, catalogazione, reinterpretazione del canto popolare e di forte sviluppo della storia orale. Mentre la sinistra storica si trovava, giocoforza con partiti composti da milioni di elettori, ad adattare in qualche modo l’epica popolare ai linguaggi mediali (e Pasolini ripreso dai media è l’esempio più importante dell’adattamento di un’ epica) quella alternativa scriveva storie nuove entro canoni tradizionali. Con la fine degli anni ’70, e la crisi dell’epica popolare come strumento di acculturazione e comunicazione collettiva, tutto questo patrimonio della sinistra non istituzionale esce di scena ed entra negli archivi. Pasolini no, adattato e montato per le generazioni successive di piattaforme mediali. Perché,  con un lento percorso di penetrazione nella società italiana, è a partire dalla fine degli anni ’70, che i linguaggi egemoni nella società vengono costruiti dalla televisione. L’epica popolare allora non poteva che sopravvivere che entro un formato mediale. Pasolini sopravvisse. Ben oltre anche l’altro importante filone dei linguaggi dei gruppi e della nuova sinistra: quelli alternativi, innovativi costruiti attraverso l’evoluzione delle forme di stampa e delle tecnologie della comunicazione.
Da Valle Giulia si apre quindi un conflitto mai chiuso, e mai piu’ ricomposto come invece a Genova ’60, nella cultura della sinistra italiana. Due epiche popolari differenti, entrambe all’interno della cultura di sinistra, forniscono immaginario e categorie di lettura sui giovani opposte rispetto allo stesso evento: gli scontri di Valle Giulia del primo marzo 1968. E nel ‘77 questo conflitto, sempre originato dal problema della codificazione dei comportamenti giovanili, precipiterà proprio all’interno della sinistra. Ma questa è un’altra storia.

3)

La costruzione dell’epica popolare passa così dalla narrazione collettiva alla televisione con il tornante tra gli anni ’70 e ’80. Non siamo certo vicini all’epoca di internet, che ha permesso di far uscire l’epica popolare dagli archivi e di immetterla nei linguaggi della comunicazione istantanea, e quindi i tratti epici, quelli che si imprimono nell’immaginario di una popolazione, passano solo se mediati dai format televisivi. Questa mutazione di paradigma di comunicazione contribuisce strutturalmente alla ridefinizione del patrimonio cognitivo e comportamentale della popolazione italiana. Non perchè la intrattiene in modo diverso rispetto al passato ma perché contribuisce a determinare nuove leggi generali di connessione sociale tramite la simbolica e i messaggi che fa circolare.
In questo contesto fatto di processi di connessione sociale, profondamente mutato rispetto ai decenni precedenti, cambiano anche le modalità di rappresentazione del mondo giovanile. In un modo, nonostante i diversi lustri di spoliticizzazione giovanile di massa a partire dall’inizio degli anni ’80, che finirà per condizionare la politica a sinistra e la sua stessa capacità di concettualizzare non solo i giovani ma proprio la società. E’ infatti da quel periodo che i giovani cominciano ad essere rappresentati con canoni che, scherzo dei processi storici, sono stati costruiti a suo tempo dalla stampa britannica proprio per regolare l’allarme sociale attorno ai giovani a partire dal periodo dei Teddy Boys. Stiamo parlando del moral panic che è una strategia prima giornalistica, poi più generalmente mediale, di rappresentazione dei giovani che emerge proprio a partire dagli anni 50. Viene localizzata in Inghilterra, come i Teddy Boys, si diffonde sul pianeta e quindi anche in Italia. E in contemporanea con la generale scomparsa dei giovani delle classi popolari, e quindi della loro rappresentazione, dalla scena politica
Possiamo quindi affermare che la narrazione sui giovani per oltre un trentennio nella cultura generalista italiana è mediata dal moral panic. Ma cosa è il moral panic? Quali modalità di connessione sociale promuove a differenza dell’epica popolare?
Il testo capitale per comprendere questo fenomeno non è stato mai tradotto in Italia, potenza della miseria dell’editoria nazionale, è quello di Stanley Cohen, Folks Devils and Moral Panic. Si tratta, secondo Cohen, di quel fenomeno di codifica dei comportamenti giovanili, promosso originariamente dalla stampa locale britannica e successivamente dai grandi media generalisti, diffuso in termini di panico  presso la popolazione dei lettori. Che, in un periodo di grande diffusione della stampa popolare britannica, coincideva sostanzialmente con il territorio. I comportamenti giovanili, a partire dall’epoca dei Teddy Boys per arrivare alle successive, vengono quindi rappresentati alla popolazione con degli stili narrativi del terrore atti a suscitare panico e paura nei lettori. Aumentando così la tiratura delle copie (funzione commerciale) e attivando i dispositivi di controllo amministrativo, di scienza di polizia del territorio (funzione politica). Perché la paura richiede e legittima l’intervento dei dispositivi di controllo.
Questi stili narrativi costruiscono moral panic riadattando anche tattiche comunicative della vecchia propaganda militare, cercando di capire quale sia il folksdevil della popolazione a cui stanno parlando. E qui si capisce molto del salto di paradigma comunicativo, e del rapporto, tra epica popolare e moral panic. Il folksdevil era infatti la figura capace di suscitare terrore, e necessità della richiesta collettiva di un capro espiatorio, nel linguaggio e nell’epica popolare. La comunicazione mediale altro non fa che sostituirsi all’epica popolare, o a sussumerla,  nella costruzione di quei folksdevil capaci di creare panico morale nei lettori e quindi richiesta di intervento disciplinare e di controllo sul territorio.
E, a partire dalla stampa locale britannica degli anni ’50, il folksdevil assume caratteri giovanili. E’ uno degli effetti delle mutazioni antropologiche nelle società occidentali del dopoguerra. Teddy Boys, poi rockers e mods, poi con il tempo punk, hooligans e oggi le youth gangs. Non importa qui tanto costruire criteri di informazione sui fenomeni ma piuttosto stereotipi del panico: il folksdevil, quando è in grado di provocare panico è così una figura produttiva sia per il mercato editoriale, e poi per l’audience pubblicitaria televisiva, che per la legittimazione dei dispositivi di controllo del territorio.
In Italia il folksdevil, e la relativa produzione di moral panic, almeno per un ventennio a partire dagli anni ’80 è ricavato dalla stampa e dalla tv su figure sostanzialmente spoliticizzate. Tossici, ultras, giovani automobilisti del sabato sera, definiscono il folksdevil prima delle ondate migratorie degli anni ’90. Quando anche per il folksdevil de giovane bianco risulta difficile farsi spazio sui dispositivi di costruzione del moral panic, e di oggettivazione mediale del panico, a causa della nuova serie di personaggi rappresentati come provenienti dallo spazio alieno. Albanesi, zingari, marocchini, romeni: per i giovani risulta difficile persino farsi spazio nella concorrenza tra folksdevil spoliticizzati.
Nonostante si applichi sulla spoliticizzazione il moral panic non solo ha effetti politici ma mostra soprattutto una concezione e una politica della connessione sociale. L’epica popolare, come dicevamo, non era precisamente intrattenimento. Questo può pensarlo il materialista ingenuo, per il quale lo spettacolo è sovrastruttura, che non comprende le leggi della costruzione del legame sociale. L’epica popolare era infatti uno strumento di connessione di valori, comportamenti, pratiche e rapporti sociali, che tendeva ad estendersi, in modo spontaneo e reticolare, sulla superficie della società tramite la circolazione della parola narrata. Il moral panic è una tattica mediale, prima giornalistica poi televisiva, che rielabora l’immaginario popolare per estendersi a sua volta, nella produzione di profitto e in rapporto con il potere di controllo, sulla superficie sociale. Con la differenza che la produzione di significati, e quindi il potere della connessione sociale non è prodotto spontaneo e reticolare ma frutto della verticalizzazione della costruzione dei contenuti formalizzata nelle redazioni. Che detengono le strategie del potere di connessione quindi un potere politico. E prima che intervenisse Internet a cambiare la morfologia stessa del potere di connessione sociale il potere del moral panic mediale era particolarmente saldo.
A partire da Genova 2001 il folksdevil assume inediti, per l’Italia, caratteri politici di massa. Il black bloc come folksdevil funziona, oltre la sua stagione per così dire naturale, perché è efficace per produrre panico. Anche se oggi non esistono i black bloc ciò che accadrà  in piazza da Genova 2001 in poi sarà rappresentato con questo genere di folksdevil. Non è la realtà, ovviamente, che interessa ai media ma l’efficacia comunicativa dell’effetto panico creato dalle figure messe in scena. Basti ricordare che, unica figura di folksdevil politicizzata del dopo anni ‘70, l’autonomo è stato messo in onda dai media in replica almeno fino agli anni ’90 ben oltre quindi la stagione che l’aveva prodotto. Il black bloc crea quindi effetto panico quando il teddy boy creava epica e legame popolare.
Le figure giovanili nel panorama mediale e comunicativo italiano durante gli anni zero assumono quindi inediti carattere di folksdevil di rivolta di massa. Non c’è solo Genova 2001, che produrrà il folksdevil blocco nero, ma anche le grandi rivolte spettacolarizzate degli stadi: Avellino 2003, Raciti, Sandri. La figura del giovane, dopo l’immissione di folksdevil dall’esterno (l’ìmmigrato, irregolare e privo del permesso di soggiorno) acquista di nuovo una consistenza specifica in termini di panico morale.  In questo modo non alza solo l’audience ma legittima la costruzione di nuovi dispositivi di controllo e favorisce la produzione giuridica sugli stadi, sulla linea Amato-Maroni, che oggi viene auspicata anche per la politica.
Il moral panic incontra così la stagione dei movimenti che si costituiscono con la concezione del primato dell’opinione pubblica. Che i movimenti da almeno due decenni si siano strutturati come forma di pressione dell’opinione pubblica, a differenza delle forme antagonistiche del passato, è un dato ormai consolidato [http://www.senzasoste.it/speciali/hessel-non-abita-in-italia-la-crisi-permanente-della-forma-movimento-basata-sul-primato-dell-opinione-pubblica] .
Quello che è meno consolidato, e poco comprensibile ai movimenti, è cosa significa operare su uno spazio di connessione sociale dove predomina il moral panic come strumento strutturale di crescita dell’audience per scopi di raccolta pubblicitaria e di regolazione politica dei comportamenti. Infatti i movimenti, nel tentativo di agganciare i filoni più importanti di opinione pubblica, costruiscono figure positive, lanciate anche dagli stessi media, che finiscono per essere regolarmente messe all’angolo, sul piano della regolazione mediale, quando i dispositivi di comunicazione mettono in campo i folksdevil e costruiscono moral panic. In questo modo,  quando lo spazio della connessione sociale è egemonizzato dalla forma attuale dell’opinione pubblica, i movimenti sono sempre subordinati al comportamento dei media: o perché hanno bisogno di essere lanciati dal mainstream o perché contro di loro si scagliano i folksdevil. E, quando accade qualcosa di serio, invece di disporsi per decostruire il potere di connessione sociale dei media generalisti il grosso dei movimenti si scatena contro le figure di piazza che più somigliano al folksdevil. Se c’è un fenomeno che spiega la dimensione minore, nonostante i numeri,  e perdente di certi movimenti è proprio questo. L’incapacità di disporsi per strutturarsi, ed è un lavoro politico complesso, per decostruire il potere egemonico di connessione dei grandi media generalisti. Che non è “informazione”, come l’epica non era solo intrattenimento, ma potere vero e proprio di connessione sociale, di mantenimento e sviluppo di gerarchie, controllo, frammentazione della società. Questa incapacità ha portato invece alcuni movimenti ad una vera e propria caccia al giovane che somiglia al folkdevil proprio perché accusato di neutralizzare l’unica forza di pressione a loro disposizione: quella dell’immagine “positiva” presso l’opinione pubblica.
Allo stesso tempo chi usa consapevolemente nelle piazze il potere di rappresentazione del folksdevil, costruendo pratiche che lo evocano, non è in grado di rompere il dispositivo che gli rende visibilità solo nelle forme  di rappresentazione del panico.
Il punto però, a differenza dell’epoca in cui la sinistra dei gruppi costruiva una propria epica popolare assieme a nuovi linguaggi, è che il governo dell’opinione pubblica, e del potere di connessione sociale, non è in mano ai movimenti e, salvo alcune vittorie tattiche, nemmeno a internet. E’ in mano ad un dispositivo generalista, costituitosi all’incrocio della politica e del mercato, che in questo scenario ha un vantaggio strategico su ogni movimento.
Non c’è quindi da stupirsi se in mezzo secolo la visione ufficiale a sinistra dei giovani e dei giovanissimi che si rivoltano è passata dalle magliette a strisce, con annessa e concezione epica e romantica, a quella de “quindicenni in testosterone”, vera e propria animalizzazione di una generazione simmetrica a quella operata dai folksdevil nelle operazioni di panico morale. L’egemonia mediale ufficiale non è quindi tanto un’operazione di marketing ma interviene sui processi di oggettivazione dei comportamenti. E con successo.
Non siamo quindi di fronte tanto a cambiamenti  nella storia del costume e nemmeno delle mutazioni di una sovrastruttura ideologica ma proprio a un nuovo paradigma nelle modalità dei processi di reificazione dei soggetti sociali. Questi linguaggi, dell’epica popolare come del moral panic non sono semplici narrazioni. Sono parte integrante della struttura cognitiva di una società in base alla quale si elaborano linguaggi, persino categorie astratte, scelte esistenziali e politiche e, fondamentale, costruzioni dell’oggetto e rappresentazioni del soggetto come reale. Entro un scenario di decenni dove il linguaggio egemone nella popular culture è sostanzialmente cambiato. Si è passati da una egemonia dell’epica popolare, nella sfera della politica, ad una del moral panic. I risultati si vedono: i quindicenni da epici passano ad essere fonte di terrore da contenere. Anche a sinistra perché ciò che rende l’oggetto VERO è passato, a sinistra, in diversi decenni da essere mediato dall’epica popolare alla mediazione dell’egemonia delle strategie di moral panic.


CONCLUSIONE
L’analisi politica per essere efficace deve essere in grado di capire e di prevedere le dinamiche sul campo. E qui non c’è solo il problema che vuole una forma della narrazione piuttosto che un’altra spostare di molto queste dinamiche a causa del suo potere di connessione sociale. Ma anche quello della comprensione e dell’individuazione dei comportamenti di massa. Se la reificazione delle dinamiche sociali passa attraverso la mediazione cognitiva del folksdevil ,diviene assolutamente impossibile rappresentare la complessità sociale in atto. E, di conseguenza, inutile ogni tentativo di trasformare sezioni strategiche di complessità sociale in potere di trasformazione reale. Dove la rappresentazione è schematica , addirittura mediata da categorie cognitive prodotte dall’avversario, la politica è crudamente inefficace.
Tra il 14 dicembre 2010 e il 15 ottobre 2011 in Italia, come per alcuni fenomeni degli anni zero,  abbiamo visto cosa succede quando si esercita una certa pressione delle periferie, sociali e urbanistiche ,sul centro dei compoartamenti codificati come politici. Spesso, da un punto di vista sociologico si pensa ormai che la reazione alla crisi sia esclusiva preoccupazione della middle class impoverita e preoccupata dagli effetti della globalizzazione economica e finanziaria. Middle class impoverita che ha i propri codici di comportamento e di pressione politica nel modello, ormai classico, di pressione sulla sfera dell’opinione pubblica. Modello messo in evidente crisi dalla pressione delle periferie, dal loro tentativo di trovare uno sbocco di visibilità nella sfera politica. I problemi generati da queste dinamiche sono molteplici e sono tutti politici. Dopo il 15 ottobre, da posizioni politiche anche diverse tra loro, è partito l’epiteto di “sociologo d’accatto” verso chi, in diversi modi, cerca di comprendere quali dinamiche sociali effettivamente stiano emergendo in questo paese. Il timore verso la sociologia è presto spiegato: si ha paura che l’analisi di un fenomeno sia un processo di giustificazione. Bisogna ricordare prima di tutto che, da oltre un secolo, le radici stesse delle correnti correnti sociologiche principali si danno nella separazione dall’analisi delle dinamiche sociali dai giudizi di valore. Ma c’è anche l’altro problema: non ci si rende conto che i giudizi ritenuti oggettivi, nei confronti delle fasce giovanili che escono dalle periferie (urbanistiche e sociali) sono, come abbiamo visto, mediati da apparati cognitivi ideologici che indirizzano verso un solo risultato: la sovrapposizione tra giovane e folksdevil. C’è quindi da comprendere che, nella mutazione della rappresentazione dei giovani dall’epica popolare al fenomeno del moral panic non emerge solo un problema banalmente comunicativo. Ma uno legato alla costruzione di un intero paradigma del politicoe nelle dinamiche di connessione sociale.

per Senza Soste, dalla banlieue di Livorno, il sociologo d’accatto nique la police

27 ottobre 2011

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26 ottobre 1974: scontri a Roma per la morte di Adelchi Agrada

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scontro_roma_1974A Roma il 26 ottobre 1974, in risposta all'assassinio del giovane operaio Adelchi Agrada del ''Fronte Popolare Comunista Rivoluzionario Calabrese'' di Lamezia Terme il 20 dello stesso mese, vengono indette numerose assemblee antifascite sia nelle scuole che a livello cittadino.
Quella giornata di mobilitazione antifascista è carica di tensione e di rabbia, per la vicinanza all'omicidio squadrista di qualche giorno prima, e a causa delle dure risposte della polizia alle mobilitazioni antifasciste.

Durante la mattinata diversi sono i cortei e i momenti di scontro nei confronti dell'MSI e della polizia.

Il corteo antivascista uscito dalle assemblee nelle scuole si dirige a ponte Garibaldi e poi in Piazza San Giovanni. Qui il corteo viene attaccato da un gruppo di fascisti che feriscono Roberto Di Matteo ad una mano (il giovane viene poi arrestato in ospedale).a questo punto la polizia carica il corteo ed il fronteggiamento con le forze dell'ordine diventa inevitabile. Migliaia giovani e studenti lanciano pietre e rispondono alle cariche anche con il lancio di bottiglie Molotov. Il bilancio è di diversi ragazzi fermati, numerosi mezzi della polizia danneggiati e alcuni agenti feriti e intossicati dai loro stessi gas lacrimogeni.

Nelle stesse ore in diversi licei ed istituti avviene uno scontro tra gli studenti dei collettivi e l'MSI.
Verso le 18 gli antifascisti si concentrano nuovamente per una manifestazione, vietata nel frattempo dalla Questura, e provano a forzare il blocco in Piazza Navona. Il risultato sono diverse ore di scontri in cui , con maggiore intensità rispetto al mattino, i manifestanti resistono alle cariche. Sono decine le bottiglie Molotov lanciate e la sassaiola rivolta alla polizia è davvero intensa.
Alla fine della giornata sono quattro gli antifascisti fermati e tutti sotto i 18 anni.

tratto da www.infoaut.org

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La “formattazione” dei conflitti. La sfida più difficile dei movimenti critici

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scontri_parigiL'anomalia del dibattito mediatico e politico contemporaneo dimostra che quanto più su di un argomento si fa questione tanto più se ne tagliano fuori gli elementi essenziali, decisivi a permettere l'evoluzione del pensiero attorno ad esso. In realtà, un'anomalia quando si fa diffusa nel tempo e nello spazio può a buon diritto entrare nel campo della fisiologia, cioè del normale funzionamento di un corpo, di un approccio o di un linguaggio.

Per quanto sia irritante e frustrante annotare un tale funzionamento, fattosi fisiologico, sembra sia di una certa significativa importanza rintracciarne i significati e, dietro di essi, le esigenze che lo animano.

La superficialità, la banalità e la sterilità con cui il dibattito mediatico e politico (basterebbe forse la sola parola “politico”) riguardo alla manifestazione del 15 di Ottobre si è protratto in questi giorni non  è così interessante per averci fornito l'ennesima prova dell'incompetenza e della cattiva coscienza della classe politica e giornalistica italiana, ma per consegnarci ora l'opportunità di tematizzare uno dei nodi gordiani a cui le democrazie post-moderne sono tenute a dare una risposta se vogliono avanzare ancora la presunzione di definirsi tali.

Questa impasse, a cui le nostre democrazie hanno da sempre disatteso le aspettative popolari, si gioca attorno alla sfera tematica del conflitto. Ben lungi dal restituire una realtà effettiva ai conflitti del mondo post-moderno, consegnandone una dignità, ovvero dandone un significato che permetta un gioco dialettico di sintesi e quindi di elaborazione vivificata delle forze in gioco, le democrazie contemporanee hanno inseguito il mito positivista della rimozione degli antagonismi. Consegnare una ragione d'essere alle forze in gioco nel conflitto non significa accettarne in toto i presupposti, le metodologie e le rivendicazioni ma aprire una lunga stagione di dibattito e dialettica che faccia sentire integrata ciascuna delle parti inclusa nel processo.  Nell'incapacità e nella refrattarietà degli Stati di farsi carico del conflitto la risultante è la marginalizzazione di una delle voci di questo contraddittorio, una marginalizzazione che costringe tale voce ad elaborare metodologie autoreferenziali di lotta, che non giovano né a se stessa né, tanto meno, alla creazione di percorsi genuinamente democratici di convivenza civile.

Un po' come avviene a livello psichico individuale, oggi non ci si fa carico del conflitto ma lo si elimina, lo si fugge, lo si seda, con dei farmaci che non guariscono il soggetto e il tessuto sociale ma allontanano l'emergenza alla prossima crisi psichica, alla prossima rivolta. Se a livello individuale questo processo è permesso dalle grandi scoperte della chimica e della biologia, in campo sociale e politico ciò si rende possibile grazie alla plasmabilità e alla duttilità dei vari linguaggi – soprattutto non verbali – dei media.

L'indegno spettacolo mediatico e politico, a cui abbiamo assistito in questa settimana, risponde appieno a questa esigenza di rimozione. In verità più che di rimozione, in questo caso, sarebbe più corretto parlare di sublimazione, non fosse altro per il fatto che le energie non si sono declinate verso una negazione del conflitto ma verso - come direbbe il filosofo argentino Benasayag in Elogio del conflitto - una sua “formattazione”. Nel processo di formattazione si fa una parodia del conflitto stesso, riducendolo ad uno scontro tra due parti stilizzate: una, razionalmente ammissibile, candida e interna al sistema, l'altra, irrazionale, irrelata ad alcunché di effettivo, demoniaca. In questo caso lo scontro, si fa teatrale, lo si allontana verso un passato mitico, balbettando le cosmogoniche lotte tra Bene e Male. L'antagonismo viene a questo punto disinnescato con un monologo collettivo di perbenismo che sancisce la marginalizzazione della parte oscura e malefica.

E' bene fare attenzione che, laddove il conflitto è accettato, ovvero allorquando non passa dal processo di formattazione, significa che lo si ritiene incapace di scardinare lo status quo. In questo caso il conflitto lo si lascia libero, e  lo si piega a dimostrazione del nostro vivere in democrazia.

Così teatralizzato, stilizzato, semplificato, l'antagonismo viene a perdere quelle molteplicità fattoriali che potrebbero dare linfa ad un percorso di convivenza civile significativo e democratico, ma soprattutto non si risolvono le criticità di un tessuto sociale irrimediabilmente compromesso.

In questo caso la ragione di Stato, ovvero la conservazione di un sistema economico iniquo e onnivoro, decide fatalmente di consegnare parte della propria gioventù alla clandestinità della violenza distruttrice e – ahimè – a tragiche derive nichilistiche.

Stretti tra due Nulla, ovvero immersi in quella terra di nessunoche si dipana tra la sterile banalità perbenista del monologo collettivo ed una violenza che si fa fine a se stessa, i movimenti critici di massa sono chiamati a restituire nobiltà al conflitto, incanalando le forme di lotta - anche violente ed esasperate, se necessario - lungo il solco di una strategia sociale e politica ben riconoscibile e, quindi, più difficilmente strumentalizzabile.

Su questa sfida credo si giochi il futuro di questi movimenti, sull'esito di questa difficoltà strutturale di ogni forma di protesta la nuova metamorfosi neo-liberista potrà rivelarsi trionfale oppure terribilmente complicata.

Inviato a Senza Soste da Aureliano Xeneizes

25 ottobre 2011

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I fascisti di Casa Pound si appropriano ancora dell'immagine del Che Guevara

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22 ottobre 1972: i treni per Reggio Calabria

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treni_per_reggio_calabria_22_ottobreTra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta diversi movimenti di rivendicazione sociali esplosero nel sud Italia e immediato fu il tentativo di annegarli nel sangue.
A Reggio Calabria, tra il luglio ed il settembre del 1970 si susseguirono numerose proteste contro il trasferimento del capoluogo regionale a Catanzaro. Vennero occupati la stazione, l'areoporto, le Poste e vi fu un grande sciopero generale.

Le organizzazioni di estrema destra risposero a questa ondata di protesta sociale da un lato con una serie di attentati dinamitardi, come quello del 22 luglio 1970 che fece deragliare il treno "Freccia del Sud" a Gioia Tauro (6 perosne morirono nell'attentato) e quello del 4 febbraio 1970, quando venne lanciato una bomba contro un corteo antifascista a Catanzaro; dall'altro tentando di scatenare disordini in città.
Alla strategia del terrore si affiancava il tentativo, sempre da aprte delle forze neo-fasciste, di cavalcare l'ondata di rivolta e di accreditarsi come rappresentanti degli interessi della popolazione in lotta.

Per rispondere a questi attacchi i sindacati metalmeccanici decisero di organizzare una grande manifestazione di solidarietà a fianco dei lavoratori calabresi. Fu tra le prime volte che gli operai del nord e del centro scesero a manifestare al Sud.
La manifestazione fu indetta per il 22 ottobre. I neofascisti tentarono di impedire l'arrivo dei manifestanti con una serie di attentati, 8 in totale, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972.
Il tentativo però fallì, infatti più di 50'000 manifestanti riuscirono a raggiungere Reggio Calabria con i treni e i treni speciali, cui si aggiunse anche una nave con 1000 operai noleggiata dagli operai dell'Ansaldo di Genova.
Il viaggio e la giornata sono descriti da una canzone di Giovanna Marini.

I treni per Reggio Calabria
Andavano col treno giù nel meridione
per fare una grande manifestazione
il ventidue d'ottobre del settantadue

in curva il treno che pareva un balcone
quei balconi con la coperta per la processione
il treno era coperto di bandiere rosse
slogans, cartelli e scritte a mano

da Roma Ostiense mille e duecento operai
vecchi, giovani e donne
con i bastoni e le bandierearrotolati
portati tutti a mazzo sulle spalle

Il treno parte e pare un incrociatore
tutti cantano bandiera rossa
dopo venti minuti che siamo in cammino
si ferma e non vuole più partire

si parla di una bomba sulla ferrovia
il treno torna alla stazione
tutti corrono coi megafoni in mano
richiamano "andiamo via Cassino

compagni da qui a Reggio è tutto un campo minato,
chi vuole si rimetta in cammino"
dopo un'ora quel treno che pareva un balcone
ha ripreso la sua processione

anche a Cassino la linea è saltata
siamo tutti attaccati al finestrino
Roma ostiense Cisterna Roma termini Cassino
adesso siamo a Roma tiburtino

Il treno di Bologna è saltato a Priverno
è una notte una notte d'inferno
i feriti tutti sono ripartiti
caricati sopra un altro treno

funzionari responsabili sindacalisti
sdraiati sulle reti dei bagagli
per scrutare meglio la massicciata
si sono tutti addormentati

dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente
l'importante adesso è di essere partiti
ma i giovani hanno gli occhi spalancati

vanno in giro tutti eccitati
mentre i vecchi sono stremati
dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente

famiglie intere a tre generazioni
son venute tutte insieme da Torino
vanno dai parenti fanno una dimostrazione
dal treno non è sceso nessuno

la vecchia e la figlia alle rifiniture
il marito alla verniciatura
la figlia della figlia alle tappezzerie
stanno in viaggio ormai da più di venti ore

aspettano seduti sereni e contenti
sopra le bombe non gliene importa niente
aspettano che è tutta una vita
che stanno ad aspettare

per un certificato mattinate intere
anni e anni per due soldi di pensione
erano venti treni più forti del tritolo
guardare quelle facce bastava solo

con la notte le stelle e con la luna
i binari stanno luccicanti
mai guardati con tanta attenzione
e camminato sulle traversine

mai individuata una regione
dai sassi della massicciata
dalle chine di erba sulla vallata
dai buchi che fanno entrare il mare

piano piano a passo d'uomo
pareva che il treno si facesse portare
tirato per le briglie come un cavallo
tirato dal suo padrone

a Napoli la galleria illuminata
bassa e sfasciata con la fermata
il treno che pareva un balcone
qualcuno vuol salire attenzione

non fate salire nessuno
può essere una provocazione
si sporgono coi megafoni in mano
e un piede sullo scalino

e gridano gridano quello che hanno in mente
solo comizi la gente sente
ora passa la notte e con la luce
la ferrovia è tutta popolata

contadini e pastori che l'hanno sorvegliata
col gregge sparpagliato
la Calabria ci passa sotto i piedi ci passa
dal tetto di una casa una signora grassa

fa le corna e alza una mano
e un gruppo di bambini
ci guardano passare
e fanno il saluto romano

Ormai siamo a Reggio e la stazione
è tutta nera di gente
domani chiuso tutto in segno di lutto
ha detto Ciccio Franco "a sbarre"

e alla mattina c'era la paura
e il corteo non riusciva a partire
ma gli operai di Reggio sono andati in testa
e il corteo si è mosso improvvisamente

è partito a punta come un grosso serpente
con la testa corazzata
i cartelli schierati lateralmente
l'avevano tutto fasciato

volavano sassi e provocazioni
ma nessuno s'è neppure voltato
gli operai dell'Emilia-Romagna
guardavano con occhi stupiti

i metalmeccanici di Torino e Milano
puntavano in avanti tenendosi per mano
le voci rompevano il silenzio
e nelle pause si sentiva il mare

il silenzio di qulli fermi
che stavano a guardare
e ogni tanto dalle vie laerali
si vedevano sassi volare

e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
il nord è arrivato nel meridione

e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
gli operai hanno dato una dimostrazione

tratto da www.infoaut.org

22 ottobre 2011

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