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PER NON DIMENTICARE

I “Forchettoni Neri” della Capitale

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Spese di rappresentanza stellari della sorella del sindaco Alemanno. Il Comune di Roma contribuisce all'estensione della “immobiliare Casapound” assegnandogli due palazzine nel parco della Marcigliana. Sono solo gli ultimi episodi. Da domani torniamo a pubblicare a puntate l'inchiesta sui “Forchettoni Neri”, la fascistopoli della capitale. Allacciate le cinture!

alemanno_giovaneSarebbero poco meno di un milione e mezzo di euro di spese per la comunicazione istituzionale e di rappresentanza dell’Agenzia del Territorio di Roma che vengono spesi in rinfreschi, pranzi, convegni e mostre. Al centro dell'inchiesta de Il Fatto quotidiano e della polemica è il  direttore dell'Agenzia stessa ,cioè Gabriella Alemanno, sorella dell'attuale sindaco di Roma. Il suo reddito da lavoro è di 300 mila euro lodi all’anno, ma il direttore dell’Agenzia che dovrebbe occuparsi di catasto e conservatoria, Gabriella Alemanno, ha speso migliaia di euro in pranzi e cene di rappresentanza pagati con la sua carta di credito aziendale, in pratica a spese del contribuente. La sorella del sindaco di Roma Gianni Alemanno, nominata a capo dell’Agenzia dal Governo Berlusconi nel 2008, dopo essere passata prima al Secit e ai Monopoli (sempre su nomina dei Governi Berlusconi) è riuscita a pagare con i soldi pubblici persino una cena a Cortina a suo fratello a margine di un evento sponsorizzato dall’Agenzia diretta dalla sorella e dall’Acea, l'azienda municipalizzata ancora parzialmente controllata dal Comune di Roma. Nell’agosto del 2010 l’Agenzia del Territorio ha pagato 42 mila euro comprensive di Iva per sponsorizzare la manifestazione Cortinaincontra. Ma non solo: l’Agenzia il 22 agosto del 2011 ha pagato altri 780 euro per ospitare a cena al Villa Oretta di Cortina ben undici persone. Oltre ai dirigenti di Ance, Confedilizia e Scenari Immobiliari, c’era anche «il sindaco di Roma Gianni Alemanno più ospite direttore Agenzia».
Il Fatto Quotidiano ha recuperato la contabilità delle note spese del direttore Gabriella Alemanno e le fatture autorizzate dall’area comunicazione. Si scopre che le spese per rappresentanza e comunicazione istituzionale (voce quest’ultima assente in passato dai bilanci) sono schizzate da 80 mila euro a un milione nel 2010 per sfiorare il milione e mezzo secondo le previsioni per il 2011.  Ci sono 22 mila e 800 euro pagati alla Adn Kronos per «supporto informativo multimediale» e  20 mila euro per i servizi della Mp group, ma a colpore sono le fatture importanti della società Comunicare Organizzando per esempio per la mostre dei 150 anni dell’Unità d’Italia (48 mila euro che però dovrebbero essere stati coperti dagli sponsor) e soprattutto le fatture delle gioiellerie. Sfugge perché l’Agenzia compri 30 uova di struzzo decorate per 3 mila e 240 euro dalla gioielleria Peroso. «Sono state donate a rappresentanti di Stati esteri per esigenze di rappresentanza», ha spiegato Mario Occhi, responsabile comunicazione dell’Agenzia, anche se al Fatto risulta che un uovo sia finito a un comandante regionale della Finanza.
L’Agenzia ha comprato anche 12 bicchieri in vetro soffiato dalla signora Maria Bonaldo di Mestre, che si dice conosca Gabriella Alemanno. Prezzo 1296 euro e destinazione ignota. «Saranno stati donati anche questi ad autorità estere», ha detto sempre Mario Occhi.
Il 23 maggio il boom di spese “di rappresentanza” viene portato alla luce da due magistrati della Corte dei Conti. In particolare sono colpiti dalla sequela di pranzi a spese delle casse pubbliche. I funzionari della magistratura contabile seguono la Alemanno nel locale dello chef La Mantia e non la mollano fino al conto. Purtroppo però hanno mangiato con i soldi dei contribuenti: 230,50 euro. Il 4 luglio il direttore si sposta a Bari e pranza alla Pignata con cinque persone, il conto da 365 euro per «rappresentanti autorità locali».
“Quando si muove il direttore Gabriella Alemanno sembra un capo di Stato” riporta il Fatto quotidiano. Per esempio il 14 agosto del 2011 è a Cagliari e pranza con il Prefetto, due avvocati dello Stato e dirigenti delle agenzie del territorio e del demanio. La spesa per 13 pasti a base di pesce dal Corsaro Deidda è di 890 euro. Il 10 maggio del 2011 la Alemanno è volata in Veneto e mangia all’osteria da Fiore a Venezia . Il conto è di 810 euro. Oltre al presidente dell'ordine dei notai e al direttore dell’agenzia del Veneto, erano presenti tutti i controllori. C’era il responsabile audit dell’agenzia, il comandante regionale della Guardia di Finanza Walter Cretella Lombardo e il procuratore regionale della Corte dei Conti. Al momento del conto però nessuno ha messo mano al portafoglio.


Ma i Forchettoni Neri non si limitano alle spese di rappresentanza che sembrano avere un ruolo di primaria importanza nella “cura dell'immagine”, nelle relazioni sociali e nello “status symbol”. E' infatti di questi giorni l'ultima regalìa all'immobiliare Casa Pound. All'associazione neofascista è stato infatti assegnata una palazzina all'interno del Parco della Marcigliana (zona Montesacro). Lo denuncia oggi Maria Grazia Gerina sulle pagine dell'Unità. La giornalista da tempo sta monitorando con diversi articoli l'attività di una delle organizzazioni neofasciste più attive e più “coccolate” dalla Giunta Alemanno e dagli ambienti sdoganatori della sinistra. E' il risultato dello scambio” tra Comune, IV Municipio e Casa Pound dopo che i fascisti erano stati sgomberati dall'occupazione di una scuola in via Val d'Ala (sempre a Montesacro) alcuni mesi. L'occupazione di Casa Pound era nelle vicinanze della casa e dell'abitazione di Valerio Verbano, ucciso dai fascisti nel 1980. Gli anitafascisti romani si erano mobilitati rapidamente contro questa che veniva ritenuta una vera e propria provocazione. Il Comune per evitare problemi, scontri e tensioni provvide allo sgombero ma con una cicciosa contropartita.

Da domani Contropiano ripubblichera tutte e cinque le puntate de “I Forchettoni Neri”, una accurata inchiesta di "Caio Gregorio" (il guardiano del Pretorio in una famosa pubblicità degli anni sessanta) sulla fascistopoli nella capitale governata dal sindaco Alemanno. Allacciate le cinture!!

tratto da www.contropiano.org

12 gennaio 2012

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10 anni di Guantanamo

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L'11 gennaio 2012 ricorre un anniversario decisamente scomodo: i dieci anni del campo di detenzione di Guantanamo.

guantanamo_torturaCreato dall'Amministrazione Bush per i prigionieri della guerra in Afghanistan (e poi in Iraq), in un decennio Guantanamo ha ospitato 779 persone "sospette" di avere contatti con gruppi terroristici. Molti di questi individui sono stati imprigionati, interrogati e detenuti per anni in totale isolamento. Il tutto senza nemmeno la possibilità di vedere un avvocato.

A tutt'oggi, i prigionieri sono 171. Ognuno di loro costa al contribuente 800.000 dollari l'anno, una cifra 30 volte maggiore di quella spesa per un normale prigioniero sul suolo statunitense.

Le associazioni per i diritti umani sostengono che il solo detenere questi uomini a tempo indeterminato e senza un regolare processo costituisca una forma di tortura. Inoltre, i detenuti lamentano torture fisiche, umiliazioni sessuali, persecuzioni religiose e somministrazioni forzate di droghe. Gli ispettori della Croce Rossa hanno denunciato "forme di tortura" quali la privazione del sonno, la detenzione per lunghi periodi in celle di massima sicurezza a temperature minime e percosse fisiche di vario tipo.

In delle note dell'FBI rese pubbliche nel dicembre del 2004 degli agenti descrivono di aver assistito a una serie di maltrattamenti. "In un paio di occasioni," si legge in uno dei memorandum, "sono entrato in delle celle per interrogare i detenuti e li ho trovati sul pavimento incatenati mani e piedi in posizione fetale, senza acqua ne cibo. Il piu delle volte si erano urinati o defecati addosso, ed erano stati lasciati in quelle condizioni per 18-24 ore o ancora più a lungo."

Come conseguenza di questi metodi, decine di detenuti hanno finito per suicidarsi. Secondo Amnesty International i suicidi "sono i tragici risultati di anni di detenzione arbitraria e a tempo indeterminato." Dopo che le Nazioni Unite hanno chiesto senza successo la chiusura del campo di detenzione di Guantanamo, un giudice dell'Alta Corte di Giustizia inglese ha osservato come "l'idea americana di ciò che costituisce tortura... non sembra coincidere con quella della maggior parte delle nazioni civili."

Nel 2007 Henry King Jr., ex pubblico ministero al processo di Norimberga (1945-1946), ha dichiarato alla Reuters che il Tribunale militare di Guantanamo creato ad hoc dal Congresso statunitense nel 2006 "viola i principi di Norimberga" ed è anche "contro lo spirito delle Convenzioni di Ginevra del 1949" sul trattamento dei prigionieri di guerra. Sempre secondo King, "Robert Jackson, l'architetto di Norimberga, si rivolterebbe nella tomba se venisse a sapere cosa sta succedendo a Guantanamo."

Guantanamo e' stata definitivamente smascherata nel 2011, quando Wikileaks ha pubblicato più di 700 file segreti, dai quali emerge con chiarezza che persone innocenti sono stati imprigionate con pretesti banalissimi, internate e interrogate per anni senza la possibilità di avere un avvocato né di fare una chiamata alla propria famiglia. Tra le persone detenute ingiustamente c'erano anche ragazzini di 13 anni, anziani e malati di mente. Chi riesce a riottenere la libertà soffre spesso di problemi fisici e mentali.

Il governo di L'Avana rivendica la sovranità sul territorio della Baia di Guantanamo, situata all'estremità sud-orientale dell'isola di Cuba, che gli Stati Uniti presero in affitto nel lontano 1903. Dal 1960, un anno dopo la presa del potere, Fidel Castro rifiuta il pagamento di locazione da Washington, che ammonta alla cifra oramai ridicola di 5.000 dollari annui.

Durante la campagna presidenziale del 2008 Barack Obama  promise di chiudere Guantanamo, che definì "un capitolo triste della storia americana." Non ha mantenuto la parola.

Dopo dieci anni dalla sua creazione, il campo di detenzione è ancora in funzione.

In un mondo pieno di ingiustizie, Guantanamo si erge a vergognoso simbolo dell'ipocrisia occidentale.

Alessio Fratticcioli

tratto da http://guerrillaradio.iobloggo.com

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9 gennaio 1970 congresso costitutivo di Potere Operaio

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potere_operaioDopo la fine della vertenza contrattuale, che aveva accompagnato le lotte autunnali e che aveva visto una sostanziale vittoria del sindacato, si aprì all'interno del gruppo di Potere Operaio una discussione interna su come proseguire il percorso di lotte, visto il venir meno del terreno su cui il gruppo era cresciuto. Già da qualche mese si era aperto un dibattito interno sulla necessità di dotarsi di un'organizzazione e di una struttura più rigide, in grado di permettere il superamento delle fasi di stanca delle lotte, quale quella che si stava attraversando.
Proprio questa questione sarà alla base e il sostanziale motivo della convocazione del primo congresso nazionale di organizzazione di Potere operaio, che ne rappresenta sostanzialmente la creazione.
Dal 9 all'11 Gennaio 1970 si tenne a Firenze , nei locali del circolo Faliero Pucci in via Marconi, il convegno costitutivo di Potere Operaio.
Ad introdurre fu Sergio Bologna con la sua relazione "Classe e capitale dopo l'autunno" in cui sosteneva, tra le altre cose, che il capitale avrebbe in tutti modi cercato di sfaldare la ricomposizione di classe che si era creata dopo l'autunno, innanzitutto tentando di porre un freno all'immigrazione verso le vecchie aree di industrializzazione.
Dopo di lui parlò Toni Negri che iniziò il suo intervento dall'idea che "l'autonomia ha raggiunto il tetto" e che la classe operaia, di per sé stessa, non avesse la forza per compiere il passo decisivo verso la rivoluzione. Egli poneva così il problema dell'organizzazione, che, diceva Negri, "non abbiamo mai visto in termini di avanguardia esterna; lo poniamo invece tutto dentro i livelli di classe, lo poniamo tutto dentro quelle che sono una possibilità e una capacità soggettive di rappresentare di volta in volta cosciente,mente le varie fasi dello scontro e della massificazione"
Negri sosteneva che il capitale si trovava in una situazione di difficoltà e che per recuperare la sua stabilità avrebbe da un lato aumentato la produttività, dando un duro colpo alle condizioni dei lavoratori, dall'altro lato aumentato l'inflazione come conseguenza ad un aumento dei prezzi, riprendendosi così quello che aveva dovuto concedere a seguito delle lotte.
Negri concluse il suo intervento ponendo l'attenzione sulla proposizione "rifiuto del lavoro", spiegando in particolare i tre significati che questi termini assumevano: il rifiuto operaio ad accettare il lavoro come sistema di fabbrica, il rifiuto del sistema capitalistico in quanto tale e quindi dello sviluppo, il rifiuto della fatica che abbruttisce le vite, e si soffermò quindi sulla conseguente volontà di aspirare ad una società nuova.

La decisione di costituirsi in organizzazione non era totalmente condivisa, e il dibattito continuò a lungo anche sulle pagine del giornale. Sfavorevole era in particolare l'area veneto-bolognese.
Durante il convegno Franco Piperno esplicitò questa questione interna, dicendo che lo scontro era tra i favorevoli e i contrari alla struttura del partito: a Toni Negri e agli autonomisti che sostenevano che il partito fosse ormai una cosa vecchia, Piperno rispose che esso era effettivamente vecchio, ma lo era come una forchetta, di cui però non si può fare a meno.

A schierarsi in contrasto fu in particolare Franco Berardi che, nel suo intervento al congresso, sostenne che l'organizzazione andava vista dentro la tattica e la classe sotto la strategia. Secondo Bifo l'organizzazione era quindi la tattica e la classe la strategia.
La risposta a Bifo e a quelli che la pensavano come lui, in particolare i militanti delle sedi di Porto Marghera, Padova, Ferrara, Bologna e Torino, arrivò in un articolo, intitolato "Lotta di massa e lavoro del partito" nel numero successivo del giornale in cui si sosteneva che davanti all'attacco di capitale e Stato, la lotta autonoma della classe non era più sufficiente.

"C'è una proposizione che ha circolato molto nel nostro discorso: l'organizzazione come tattica, la lotta operaia come strategia. Bene oggi non più. Oggi veramente l'organizzazione è diventata un elemento strategico." E continuava: "Questo vuol dire conquistare il leninismo, conquistare la pratica della disciplina rivoluzionaria, conquistare la pratica dell'uso coordinato, continuo, sistematico della strategia e della tattica; avere la capacità di cogliere in tutti i momenti dello sviluppo capitalistico la possibilità di inserire la rottura operaia, il cuneo dell'organizzazione rivoluzionaria..."
Il dibattito quindi non si concluse certo qui, ma continuò sulle pagine del giornale e non solo, tra alti e bassi e cambiando spesso sfumature, ma accompagnando il gruppo fino al suo scioglimento.

Lo stesso congresso si concluse con il proposito di tenere successivamente convegni in altre città per approfondire i problemi che erano stati posti e superare le situazioni di contrasto che si erano delineate.

tratto da www.infoaut.org

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Acca Larentia. I fascisti provocano, tensione e nulla più

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fascistiPomeriggio di tensione, in zona Appia, a Roma, per il "raduno identitario" fascista orgnizzato in occasione dell'anniversario dell'assalto alla sede missina di via Acca Larentia, dove morirono due giovani neofascisti e un terzo rimase ucciso nei successivi scontri con la polizia.

Il corteo era stato vietato dal Prefetto. L'adunata era stata convocata in modo "soffertamente unitario" dai fratelli-coltelli di CasaPound e Forza Nuova, più altri "cespuglietti" che vivono in microclimi marginali. Una mano "pubblicitaria" è stata data da Storace, ex ministro e picchiatore originario della zona.

La cronaca secondo le agenzie è assai scarna. Una targa che incita all'odio anticomunista ha sostituito quella mess lì da sindaci precedenti, mentre Alemanno ha preferito ricordare l'anniversario a margine dell'inaugurazione del Bioparco.

Ecco il testo dell'Ansa.

«La prima targa affissa sul luogo dell'attentato di 34 anni fa per onorare la memoria delle tre vittime della strage di Acca Larentia recitava: 'Per la libertà e per un italia migliore' ed era firmata 'i camerati'. Tra quei camerati c'erano anche personalità importanti come Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa. Dopo più di trent'anni possiamo dire che quella targa rappresenta una promessa non rispettata, dato che stiamo parlando di politici che in 20 anni di governo sono riusciti a farci rimpiangere sia Craxi che la Democrazia Cristiana. Per questo motivo, circa tre settimane fa abbiamo deciso di sostituire quella targa». Così, a margine alla deposizione della corona in ricordo delle vittime Carlo Giannotta, responsabile della sede autonoma Acca Larentia (ex sede Msi), ha spiegato la nuova epigrafe: sulla nuova targa, dopo i nomi delle vittime, c'è scritto: «Uccisi dall'odio comunista». «Abbiamo ritenuto doveroso, nei confronti di chi è morto per difenderci, specificare l'ideologia degli assassini - ha aggiunto Giannotta - Vogliamo ricordare ad Alemanno che le targhe commemorative che vengono affisse in giro per Roma non raccontano la verità; e la verità è che ragazzi come Miki Mantakas e Cecchin sono stati assassinati dai comunisti».

Da parte nostra non possiamo non notare che differenza tra i due testi è dovuta a un solo fattore: allora i fascisti non potevano nemmeno dichiararsi tali, in pubblico, e quindi dovevano "buttarla sul generico", Oggi si rivendicano in pieno. Del resto sono stati persino ministri...

Un presidio antifascista si è invece tenuto nel quartiere Alberone, a poche centinaia di metri di distanza da via Acca Larenzia. Ad organizzare la manifestazione in via Appia Nuova, il comitato di quartiere Alberone, che ha chiamato a raccolta diverse forze e movimenti 'antifascistè della capitale tra cui Cobas, Collettivi e Usb. Davanti alla sede del comitato era stato ucciso dai fascisti il compagno Ivo Zini.

Laureato da poco in scienze politiche, la sera del 28 settembre 1978 si era recato, come abitualmente faceva, nella storica sezione romana del PCI dell'Alberone in via Appia Nuova 361, per leggere la copia dell'Unità che veniva esposta in bacheca: essendo appassionato di cinema, voleva vedere la programmazione dei film proiettati nel cinema della zona, unico svago nel quartiere popolare che dava poche opportunità di divertimento.I due amici presenti con lui erano Vincenzo De Blasio, di ventotto anni, e Luciano Ludovisi, di trenta: Ivo, con i suoi 24 anni, era il più giovane. Mentre leggevano gli articoli, da una Vespa bianca scesero due individui a volto coperto con in pugno un'arma da fuoco ed esplosero 4 colpi sui tre ragazzi. La velocità dell'azione impedì ai tre la fuga, Vincenzo e Ivo rimasero a terra, mentre Luciano rimase miracolosamente illeso.

Immediatamente si vide che Ivo, colpito in pieno petto, era gravemente ferito, mentre per Vincenzo, colpito al polso e alla gamba, le condizioni sembravano più favorevoli. Portato con l'ambulanza all'ospedale San Giovanni, Ivo vi morì poco dopo. Verso le 23:00 l'agguato omicida venne rivendicato dai Nuclei Armati Rivoluzionari, che si assunsero la paternità del gesto con una telefonata al giornale Il Messaggero.

L'assassinio venne perpetrato dopo quello duplice dei due giovani Fausto e Iaio del CS Leoncavallo a Milano (per cui si hanno fondati sospetti siano stati uccisi da fascisti romani in trasferta) e di Walter Rossi, ucciso l'anno prima da Cristiano Fioravanti e Alessandro Alibrandi.

Per l'omicidio di Zini l'inchiesta  giudiziaria individuò in Mario Corsi, detto Marione, ancora oggi un capoclan della curva romaista, uno degli esecutori materiali dell'omicidio. Nel 1985, durante la sentenza Nar, Corsi è stato prosciolto per non aver commesso il fatto; la sentenza è stata poi ribaltata in appello il 19 aprile con la condanna a 23 anni di carcere, sentenza nella quale Corte d'Assise di Appello di Roma ha emesso un mandato di cattura per Corsi, ormai latitante a Londra. Dove, casualmente, erano fuggiti Fiore e Morsello, poi arricchitisi investendo in Easy London, per poi tornare e fondare Forza Nuova.

Il 9 aprile 1987, la Corte di Cassazione ha disposto un nuovo processo per Corsi, relativo sempre a Zini, in cui egli ha ottenuto l'assoluzione, confermata poi definitivamente nel 1989.

I  manifestanti antifascisti in piazza sventolano bandiere rosse: «Come ogni anno - ha spiegato uno degli organizzatori - teniamo un presidio per dire che ci siamo e che questa zona è antifascista. In passato ci sono stati veri e propri raid durante questa giornata ma speriamo che oggi, a parte qualche slogan urlato, non succeda nulla». «Alemanno da anni presenzia esclusivamente alle commemorazioni delle vittime del terrorismo politico della destra - ha detto una manifestante - come possiamo poi dimenticare la proposta del sindaco di intitolare una strada ad Almirante, che è uno dei firmatari del Manifesto della Razza. È anche per questo che oggi siamo qui».

Se per Zini, Fausto e Iaio, Valerio Verbano non sono mai stati trovati i killer fascisti, ciò non toglie che a uno come Maurizio Gasparri venga in testa di sollecitare inchieste per scoprire gl autori dell'attacco armato ad Acca Larentia. «Ci sono molti elementi di indagine  che potrebbero portare alla piena verità. Ma, tra i magistrati, possibile che nessuno voglia far luce su quella strage, anche se avremmo voluto la verità allora e non a decenni di distanza?».

Poi, tanto per chiarire di che pasta "democratica" sono fatti hnno alzato le braccia per il saluto romano.

In fila davanti alla ex sede dell'Msi, al grido di «Camerata Franco Bigonzetti, Camerata Francesco Ciavatta, Camerata Stefano Recchioni» scandito dalla sorella di Angelo Mancia, militante Msi ucciso durante gli anni di piombo, un centinaio di persone ha risposto «Presente» alzando in aria il braccio per il saluto romano, tra bandiere e manifesti con croci celtiche. Presenti alla commemorazione anche il senatore Pdl, Giuseppe Ciarrapico, e l'ex presidente Ama, Marco Daniele Clarke. Su uno striscione srotolato da alcuni partecipanti, la scritta «E noi siamo ancora qui». Non si hanno notizie di Andrini...

A proposito di "slogan che fanno rabbrividire", ce n'è d'avanzo...

tratto da http://www.contropiano.org

7 gennaio 2012

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Il debito e le spese militari

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F35_firma_acquistoIn queste ultime settimane tra i tanti articoli sulla crisi economica, sulla manovre e i provvedimenti governativi, sulla necessità di cospicui tagli al bilancio dello Stato – si è affacciato un inizio di dibattito sul peso delle spese militari sullo stesso bilancio pubblico e sulla possibilità di riduzioni del bilancio della difesa, con particolare riferimento al programma di acquisto di 131 caccia F35 Strike fighter (spesa prevista intorno ai 15 miliardi di Euro).

Di questo ne siamo ben lieti: da quando abbiamo fondato la rivista Guerre&Pace nel “lontano” 1992, non è passato anno senza articoli, analisi, proposte sui temi delle spese militari e nette prese di posizione per un loro drastico taglio.

Purtroppo non ci pare sia davvero un dibattito serio, perché non sembra affrontare le questioni fondamentali e politicamente più rilevanti riguardo il bilancio militare: a cosa servono queste spese, il loro legame con i debito pubblico e l’intreccio tra imprese, banche e forze armate (in fondo si tratta ancora del “complesso militare-industriale” – ora più finanziario – di cui parlava il presidente Eisenhower).

Intendiamoci: quando le spese militari e il bilancio della difesa verranno tagliati, qualsiasi sia il motivo e l’entità, saremo comunque favorevoli. Non ci convince però – anzi ci preoccupa – che questo terreno venga affrontato da due punti di vista per noi insufficienti o addirittura fuorvianti: da una parte la polemica sulla “casta militare”, indubbiamente esistente – ma che rischia di mettere in secondo piano le più preoccupanti responsabilità politiche e di banche e imprese (con Finmeccanica in primo piano); dall’altra il rischio di assecondare la tendenza alla “razionalizzazione” delle spese militari, per avere comunque forze armate più efficienti. E qui sta la questione di fondo: efficienti per fare cosa? Le forze armate italiane sono state costruite negli ultimi 20 anni per fare la guerra – ed è quello che fanno le missioni internazionali (dall’Afghanistan alla Libia), dentro il quadro di un’Alleanza atlantica che ha assunto via via il ruolo di regolatore dell’ordine mondiale e di poliziotto che si auto-autorizza a applicare sanzioni a chi viola le sue regole.

L’esempio più lampante di queste tendenze è fornito dall’articolo di Repubblica intitolato “Monta la protesta contro i caccia F35: ‘Costano troppo, il governo non li compri’” .

Nessun ripensamento sul ruolo di quei cacciabombardieri o di altri sistemi d'arma (perché gli Eurofighter è bene che li compriamo? Il programma di questi ultimi è più costoso, tra l’altro... e della seconda portaerei, la Cavour, davvero non possiamo farne senza?), ma solo l’idea di qualche “aggiustamento”. E il meglio di sé lo da la senatrice del PD Roberta Pinotti, già presidente della Commissione Difesa della Camera tra il 2006 e il 2008, che dichiara: "Non servono 131 caccia, il governo potrebbe ridurre l'acquisto a 40-50'', in buona compagnia con il dipartimento esteri dei democratici che “suggerisce a Monti una fase di "sospensione" e "ripensamento"”....

Ora, la sen. Pinotti, da sempre favorevole a tutte le guerre dell’Italia e quindi corresponsabile dei loro crimini, e sostenitrice degli aumenti delle spese militari (anche come supporto finanziario alle imprese come Finmeccanica) dovrebbe ricordarsi che la firma in fondo al «memorandum» del 2007 dell’accordo con gli Usa per gli F35 è quella del suo compagno di partito on. Forceri, uomo di Finmeccanica e già sottosegretario del governo Prodi (il governo che maggiormente aumentò le spese militari...) e che pensare di comprare 40/50 aerei inutili e dannosi non è una riduzione del danno, ma una sonora presa per i fondelli.

I DATI DELLE SPESE BELLICHE

Per discutere l’argomento è prima di tutto capire di quali cifre stiamo parlando.

Secondo gli ultimi dati disponibili del Sipri, uno dei più autorevoli centri di ricerca internazionali sulle armi, l’Italia ha speso nel 2010 circa 26,6 miliardi per la difesa militare – a fronte dei 20,3 miliardi dichiarati dal ministero della difesa - posizionandosi ancora una volta al decimo posto nella classifica dei paesi che maggiormente spendono per i loro eserciti. Ma non si tratta di un’eccezione; sempre leggendo i dati Sipri l'Italia del nuovo millennio ha speso in media ogni anno circa 25 miliardi di euro per le spese militari. Molti di più di quanto dichiarato ufficialmente.

Per il 2012 il bilancio della Difesa è pari (con l'approvazione del bilancio dello Stato il 12/11/2011) a 19.962 milioni di euro suddivisi in 14,1 miliardi per esercito, marina e aeronautica e 5,8 miliardi per i Carabinieri. A questi numeri va aggiunto che nello stato di previsione del ministero dell'Economia è presente il fondo per le missioni internazionali di pace, incrementato con 700 milioni di euro dalla Legge di stabilità, raddoppiati poi dalla manovra Monti. Lo stato di previsione del ministero dello Sviluppo Economico comprende poi 1.538,6 milioni di euro per interventi agevolativi per il settore aeronautico e 135 milioni di euro per lo sviluppo e l'acquisizione delle unità navali della classe Fremm. La Legge di Stabilità proroga al 31 dicembre 2012 l'utilizzo di personale delle Forze armate per le operazioni di controllo del territorio per una spesa complessiva di 72,8 milioni di euro.

Si arriva così a una spesa complessiva - verificata - di oltre 23 miliardi di euro, come riportato da il manifesto.

UN BILANCIO PER LE GUERRE

Ma a cosa servono queste spese? Lo ripetiamo, questo è l’argomento centrale.

Non si tratta solo dell’inutile aereo F35, un aereo da attacco dalle caratteristiche tecniche tali che lo rendono adatto ad una guerra contro altre superpotenze militari; questi soldi vengono bruciati anche per mantenere un carrozzone di 180.000 uomini (e donne) in cui, come rileva il rapporto di Sbilanciamoci 2012, i graduati (in aumento) sono più della truppa (in diminuzione) e i generali sono in proporzione più di quelli statunitensi. Una struttura con molti marescialli in soprannumero e magari inadatti, anagraficamente, alle nuove necessità operative.

La questione va molto oltre.

L’Italia, tra i membri fondatori, partecipa da sempre a pieno titolo alle attività della Nato. Il contributo economico diretto all’Alleanza Atlantica piazza l’Italia al 5° posto tra i paesi finanziatori (nel 2007 è stato di 138 milioni di euro su un totale di 1.874,5 milioni di euro, pari al 7,4% dei contributi totali versati dagli alleati) collocandola subito dopo Usa, Regno Unito, Germania e Francia.

Per adeguarsi ai requisiti della Nato l’Italia ha dato vita già da tempo ad un ampio programma di riarmo, attualmente in atto, che si traduce nell’acquisto di 121 caccia Eurofighter per un costo totale di 18 miliardi di euro, 6 miliardi per elicotteri da attacco e da trasporto, più di 7 miliardi per 12 fregate, 1,4 miliardi per la nuova portaerei, 1,9 miliaardi per 4 sommergibili, 1,5 miliardi per 249 blindati. Più ovviamente obici, siluri, missili, radar e tutto quanto serve per operare in guerra fuori dal territorio nazionale.

Mezzi che non sono solo risorse sprecate ma che fanno danni quando vengono impiegati per le guerre della Nato. Se negli ultimi anni le truppe impegnate all’estero si aggiravano tra gli 8000/8500 uomini, più della metà sono stati impegnati in missioni Nato (l’Italia è il 4° paese per contributi alle operazioni a guida Nato).

Tra queste non ultimo l’Afghanistan, dove l’Italia è presente con circa 4.000 soldati (3.918 a inizio settembre) con armamenti e attrezzature al seguito, che sono costati nel 2011 più di 800 milioni di euro, che porta il totale per i dieci anni di permanenza al seguito dell’alleato statunitense a circa 3,5 miliardi di euro (mentre il totale dei fondi destinati alle missioni militari nazionali dal 2001 si aggira sui 13 miliardi di euro).

L’ITALIA NELLA DIVISIONE DEL LAVORO BELLICO

In questo ambito l’Italia si occupa anche di quella che, nella divisione internazionale del lavoro militare all’interno della Nato, viene riconosciuta come un’eccellenza italiana, cioè la gestione dell’ordine pubblico attraverso le forze di polizia ad ordinamento militare. Questo attraverso due “centri” collocati a Vicenza e gestiti dall’Arma di Carabinieri: il Comando della Gendarmeria Europea, una forza di pronto intervento formata da diverse polizie militari europee pronta ad intervenire in missioni di “pace” a supporto degli eserciti nelle fasi di occupazione dopo la guerra. E il CoESPU, una scuola di polizia per forze armate del terzo mondo dove viene formato personale per le varie missioni di pace. Non per niente i carabinieri protagonisti di Genova 2001 venivano dalle guerre della Somalia e del Kossovo e oggi gli Alpini passano direttamente dall’Afghanistan alla Val di Susa

Soprattutto di questo dovremo discutere quando parliamo di spesa militare. In questo quadro crediamo sia quindi indispensabile chiedere una riduzione delle spese militari non solo e non principalmente in funzione di eliminare sprechi, spese inutili, o privilegi di casta. Questo è certo necessario ma non sufficiente a definire una diversa politica della difesa improntata alla pace e non più alla guerra.

Già nei precedenti governi di centrosinistra e centrodestra che hanno preceduto l’attuale era ben presente l’insostenibilità economica dell’apparato militare. Pur senza arrivare a nulla di fatto e senza avviare una discussione pubblica, questi governi hanno cercato di operare per arrivare a “forze armate ancora più efficaci e adeguate ai nuovi compiti, razionalizzando i costi, adeguando le risorse e ammodernando la concezione stessa di Forze Armate”, come ha affermato La Russa nell’aprile 2009; o come si era espresso prima di lui il sottosegretario alla difesa Forcieri nel settembre 2006 arrivando a delineare uno strumento militare con meno marescialli e con più strumenti per le missioni militari.

IL DEBITO PUBBLICO E LE SPESE MILITARI

L'enorme debito pubblico italiano, come quello degli altri paesi europei, è il risultato delle scelte politiche neoliberiste - come gli articoli pubblicati sul sito www.rivoltaildebito.org hanno già più volte mostrato.

Per l'argomento che trattiamo ci sembrano due le questioni connesse: da una parte l'aumento del budget della difesa, malgrado la riduzione di altri capitoli di bilancio, come conseguenza di un rilancio dell'uso della forza militare come strumento connesso alla presenza economico-politica internazionale (come già recitava il Nuovo modello di difesa del 1991); dall'altra il sostegno pubblico all'industria bellica, in particolare alla galassia di Finmeccanica.

Come dicevamo, questa non è una caratteristica solamente italiana. La Grecia, pur in bancarotta, ha continuato a destinare il 3,2% del Pil alle spese militari (oltre dieci miliardi di dollari l'anno).

L'Italia, come abbiamo visto, non è da meno, e con undebito pubblico di oltre 1900 miliardi di euro continua ad avere il bilancio militare di cui abbiamo parlato - che ci ha fatto spendere negli ultimi 10 anni più di 200 miliardi di euro per la guerra secondo i dati ufficiali, ma ben 280 miliardi secondo il Sipri.

E' chiaro che queste forte spesa militare ha contribuito al deficit pubblico e che il bilancio della difesa ha subito tagli decisamente ridicoli o inesistenti, ancora più scandalosi se confrontati con quelli subiti dai servizi pubblici.

L'altro elemento è quello del sostegno pubblico mascherato all'industria bellica. L'industria militare è per sua natura un settore che dipende dalla commesse pubbliche, e anche se in questi ultimi 20 anni si sono susseguiti accordi internazionali, acquisizioni, joint-venturs, una società come Finmeccanica non potrebbe sviluppare il settore militare senza forti commesse pubbliche e senza un sostegno diretto e indiretto alle proprie produzioni.

Questo è quanto avvenuto, nello stesso periodo in cui entra in crisi la produzione civile di Fincantieri e la stessa Finmeccanica è in procinto di dismettere completamente la produzione di treni (vedi l'articolo di Marco Panaro (Meno treni e più armi. La death economy di Finmeccanica).

Il sostegno a questa impresa a capitale prevalentemente pubblico si è intrecciata nel nostro paese alle politiche di dismissioni industriali, agli scandali legati alla «cricca-economy» e in generale al legame tra politiche neoliberiste e guerre.

Un legame che viene messo in luce persino da un uomo come Innocenzo Cipolletta, già direttore di Confindustria e autore del libro «Banchieri, politici e militari» (Ed. Laterza), che in un convegno a Trento ha affermato: «Non si può comprendere la crisi del petrolio del 1974 senza la guerra del Vietnam e le tensioni in Medio Oriente. Analogamente la bolla finanziaria del 2008 è intimamente legata alle modalità con cui si è entrati in guerra contro il terrorismo internazionale. Il debito infatti si ingigantisce, e come nell'Antica Roma, chi è debitore è schiavo: in questo caso noi siamo schiavi dei mercati finanziari (le misure della BCE per esempio) che ci dicono come comportarci e quali correttivi introdurre, perdendo così la nostra sovranità».

Su questi legami crisi-guerre-spese belliche-debito vogliamo tornarci prossimamente.

UN ALTRO MODELLO PER LA “DIFESA”

Arriviamo allora al punto che più ci interessa. Le spese militari italiane (ed europee) vanno drasticamente ridotte come conseguenza di una scelta politica precisa: non vogliamo più un modello di “difesa” pensato e strutturato per fare la guerra. Sia che si tratti di quello attuale con sprechi, privilegi e spese inutili; sia che si tratti di quello più “efficace” nel fare le guerre che vorrebbero il ministro Di Paola o il gen. Roberta Pinotti (e La Russa, prima di lei).

Non vogliamo più la partecipazione italiana alle guerre illegittime e alle missioni militari della Nato; vogliamo che l’Italia esca dalla Nato e questa “obsoleta” alleanza militare venga sciolta – o comunque che l’Europa scelga una postura internazionale pacifica e di cooperazione e co-sviluppo con il Mediterraneo, l’Asia, l’America latina e l’Africa.

È sulla base di queste scelte politiche che affrontiamo il nodo del taglio alle spese militari.

Non per arrivare a forze armate più pronte ed efficenti nel partecipare alle guerre della Nato, ma per un diverso modello di difesa.

Un modello di difesa che tenga conto che con l’equivalente di 15 giorni di guerra Emergency ha realizzato in Afghanistan tre centri chirurgici, 28 ambulatori e un centro di maternità e che l’intero programma di Emergency in Afghanistan si mantiene con l’equivalente di due giorni di presenza militare italiana.

Un modello di difesa che tenga conto, come ci ricordano i dati della campagna Sbilanciamoci, che con la stessa somma impiegata in dieci anni di missioni militari si potrebbero costruire, ad esempio, 3.000 nuovi asili nido che servirebbero un’utenza di 90.000 bambini, creando 20.000 posti di lavoro; inoltre installare 10 milioni di pannelli solari per 300.000 famiglie con la relativa creazione di 80.000 posti di lavoro e infine, sempre con la stessa cifra, mettere in sicurezza 1.000 scuole di cui beneficerebbero 380.000 studenti creando così altri 15.000 posti di lavoro

Un modello di difesa che tenga conto del peso delle armi sullo sviluppo economico nazionale, come ci ricorda la ricerca della Brown University (Usa) che mostra come per ogni milione di dollari investito nel settore armi si creano 8 posti di lavoro, gli stessi posti che si otterrebbero con lo stesso investimento in programmi di sviluppo legati all’energia rinnovabile (solare, eolico, biomasse). Che però diventerebbero 14 con lo stesso investimento nell’assistenza sanitaria, nel trasporto pubblico o nelle ferrovie; e che sarebbero 15 se l’investimento avvenisse nel sistema educativo pubblico e soltanto 12 se investito nella climatizzazione delle abitazioni.

Si può naturalmente partire dalla cancellazione dei programmi più scopertamente vergognosi e scandalosi – come quello che riguarda gli F35 – come, appunto, punto di partenza di una consapevolezza di una necessaria riconversione delle politiche e del sistema militare-industriale – non come strumento di razionalizzazione delle spese stesse, cercando pure il consenso in tempi di crisi e di ristrettezze di bilancio.

Tra l'altro, come hanno dimostrato più volte la rivista «Alteconomia» e il suo redattore Francesco Vignarca, non è prevista alcuna penale per l'uscita da quel programma - e gli stessi Usa stanno profondamente rivedendolo.

NON PAGARE IL DEBITO, TAGLIARE LE SPESE MILITARI

In questo senso l’approccio è analogo a quello della campagna “Rivolta il debito”: il problema non è più principalmente “chi deve pagare il debito”, ma la consapevolezza che il debito pubblico che si è formato in Italia (come nel resto d'Europa) è in gran parte illegittimo e per questo non deve essere pagato affatto.

Lo stesso vale per il bilancio della difesa: va drasticamente tagliato perché si può e si deve fare a meno dello strumento delle forze armate come concepito dal “pensiero unico della difesa” che ha visto sempre concordi le forze politiche da An al Pd (con brutti scivoloni anche di Prc e dintorni...).

E una parte del debito pubblico si è formato anche per permettere di tenere alte le spese della difesa, come chiedevano la Nato e gli Usa: interessante al proposito uno studio del 1999 del Government Accountabilty Office del Congresso statunitense (Nato: implications of European Integration for Allies’defense spending) che sosteneva: «Essendo le spese per la difesa una porzione relativamente piccola del bilancio dello stato, dovrebbero essere facilmente protette dai tagli. Comunque, anche se il sostegno per i tagli alla difesa è minimo, potrebbe diventare un obiettivo attrattivo: la pressione per ulteriori aumenti per le pensioni e la sanità dovute all'invecchiamento della popolazione metteranno a rischi i bilanci futuri in molti paesi europei. Una forte crescita economica è chiaramente la chiave per fornire ai governi la flessibilità necessaria a equilibrare bisogni e risorse». La storia di questi anni ci racconta come è andata: la crescita è stata debole, la spese per pensioni e sanità è diminuita e le spese militari sono aumentate - per la gioia dei nostri «alleati» statunitensi - e intanto aumentava il debito pubblico.

La campagna contro il pagamento del debito e quella contro le spese militari sono profondamente connesse; per questo una parte dell’audit dei cittadini sul debito pubblico dovrà riguardare le spese militari come forma specifica di illegittimità della destinazione dei fondi con cui si è formato il debito pubblico.

(tratto da Guerre&Pace – 06/01/2012 )

http://rivoltaildebito.globalist.it/news/il-debito-e-le-spese-militari

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Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Gennaio 2012 19:38

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