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PER NON DIMENTICARE

Tunisia, ad un anno dalla rivolta. Lo speciale di Senza Soste

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Tunis, non tutto succede ad Avenue Bourghiba. Altri rumori della società civile

tunisia_martiriNon tutti si riversano su Avenue Bourghiba il 14 gennaio. E' stato il punto nevralgico delle proteste nella capitale un anno fa, ma non di tutto il paese. E ancora il 15 gennaio. Alla Kasbah, di fronte al Palazzo del Governo, nella capitale, ci sono le famiglie dei martiri e dei feriti della rivoluzione di Regueb, nel governatorato di Sidi Buzid. Sono pochi, come forse pochi sono ad interessarsi alla loro causa nel nuovo governo. Protestano in sit-in permanente per chiedere un'accelerazione dei tempi per l'indennizzo alle famiglie delle vittime e dei feriti della rivoluzione. Ma pensano anche ad altro: chiedono che siano creati finalmente nella loro regione dei programmi di sviluppo. Perché oltre che sfuggire al dolore vorrebbero anche sfuggire alla fame. Un pò stanchi un pò esasperati di fronte alle promesse dei governi che si sono succeduti da un anno a questa parte.

L'avvocatessa Lamia Farhani che è la Presidentessa dell'Associazione delle famiglie dei martiri e dei feriti della rivoluzione pensa che ci siano tanti punti oscuri: non solo le attese, ma anche dei punti delicati, che tuttora non hanno una voce aperta nella piazza.Sono le vittime invisibili, senza stampelle nè ingessate,senza nessuna foto che le ricordi. Sono tutte le donne violentate dai poliziotti nei giorni della rivoluzione, che fanno ancora fatica a denunciare e a raccontare. Perfino le donne fra di loro si vergognano a raccontare. Eppure c'è chi sa, chi ha visto, chi ha ascoltato. E nessuna piazza ha le orecchie per farlo. Ma nell'anno della rivoluzione tunisina non si poteva restare sordi ad altre voci. Così i dispersi tunisini, in mare o in paesi europei, dispersi ancor più tra tutte le forme di discriminazioni a cui sono esposti, si sono fatti sentire e vedere abbastanza affinché venisse creato un nuovo organo statale: un nuovo secretariato di Stao all'Immigrazione e per i tunisini all'estero.

Finora quel 10% di popolazione tunisina residente all'estero, più di un milione di persone, ha visto solo ministeri e strategie poche chiare e senza coordinazione. Il contributo economico così come il sostegno e la presenza durante la rivoluzione tramite il web forse si vedranno riconosciuti in un nuovo organo statale che cerca di far cooperare i diversi dipartimenti ministeriali.

Houcine Jaziri, segretario del nuovo organo, presenta al quotidiano tunisino in lingua francese La presse la nuova politica sull'immigrazione. Nell'intervista vengono fuori dei punti fondamentali: gli harraga dispersi e i rifugiati libici. Il segretario dichiara che "il capo del governo ha chiesto recentemente di accelerare le negoziazioni con le autorità italiane per trovare delle soluzioni idonee, sia per i dispersi che per le persone in stato di arresto nelle prigioni italiane", così forse Jaziri inconsapevolmente ma propriamente chiama i Centri di Identificazione ed Espulsione in Italia.

Ancora siamo lungi dal vedere i risultati, o quel che è peggio: dal rivedere le persone. Prima che le famiglie possano sapere qualcosa dei loro figli dispersi, dovranno accontentarsi di un non trascurabile risultato che li rende protagonisti: sono loro la società civile che si muove per le proprie cause, si mobilita per essere ascoltata.

Per chi giace negli abissi del mare e nelle ingiuste carceri questa parte di società civile non avrà mai prodotto "troppo rumore per nulla".

da Tunisi,  Marta Bellingreri

14 gennaio 2012, ad un anno dalla rivolta

tunisiacorteo14Tunisi, 15 Gennaio 2011. Ieri mattina non avevo messo la sveglia. Ma sapevo che gli occhi non avrebbero tardato ad aprirsi.

Anche se sono convinta che la data del 14 non rappresenti un traguardo raggiunto e che non ci sia nulla da festeggiare, c'è sempre l'emozione dell'esserci che mi anima. In questi giorni ho chiesto a vari amici cosa si aspettavano dal 14, ma le risposte erano vaghe, evasive, sempre volte a sottolineare la poca importanza di una data commemorativa di qualcosa che non è stato compiuto (ancora).

L'aria è fredda, respiro ed esce fumo dalla bocca. Si sentono dei cori. Mi affaccio dal terrazzo. Un piccolo gruppo sparuto di uomini sfila in strada dirigendosi verso l'avenue Bourguiba. Guardo verso la torre dell'orologio che si staglia nella piazza rinominata “Place du 14 Janvier 2011”. Vedo tante piccole persone.

Zied accende il computer. “Guardiamo facebook per vedere che succede”, mi dice. Usciamo con calma, senza alcuna fretta. Due pain au chocolat in un sacchetto di carta. Tanta tanta gente in strada. Sembra che tutti siano usciti a fare una bella passeggiata. Le strade sono gremite in questo sabato all'aria aperta. Prima di fare altri passi ho bisogno di un caffé. Un espresso in un bar a lato dell'Avenue.
Nel bar tutto è come al solito. Zied e Wassim parlano sottovoce. Di alcuni graffiti che vogliono fare nei prossimi giorni contro gli investimenti economici del Qatar nel paese. Oggi La Presse titolava la vignetta in prima pagina Le Qatarze Janvier (gioco di parole tra il numero 14 in francese, quatorze, e Qatar) perché proprio nei giorni scorsi diversi accordi sono stati firmati tra i due paesi.
Fuori arrivano forti altri cori. Un gruppo compatto di giovani e meno giovani, donne e uomini, cammina a passo svelto impugnando piccoli cartelli scritti a pennarello. Quattro o cinque sono in stampelle. Vengono da Rgueb, nel sud. Portano fotografie di primi piani di giovani ragazzi, alcune donne mostrano veri e propri quadri con tanto di cornici con le foto dei loro bambini. Come se le avessero strappate al salotto di casa per farle vedere a tutti. Per farci ricordare il loro dolore. Il gruppo scorre velocemente di fronte al bar. E io penso che è questo che vorrei vedere oggi, il dolore, la rabbia, le rivendicazioni. I sentimenti, quelli veri, che hanno animato le persone scese in strada dal 2008 ad oggi in Tunisia. La richiesta del pane, del lavoro, della dignità. Questo sarebbe il 14 Gennaio che vorrei vedere. Ma che non ho visto.

Quello che ho visto sono tante, tante persone. Scese sull'avenue Bourguiba per sventolare le bandierine rosse e bianche, farsi le foto, scambiarsi i saluti. E nel bel mezzo del vialone un presidio autorizzato del Nahda, che festeggia la “Rivoluzione della libertà e della dignità”, come è stata chiamata. E lì ci sono anche le bandiere nere, quelle dei salafisti. Ci sono mani che impugnano il Corano. Ci sono cartelli che dichiarano la felicità della nuova Tunisia. E in aria scoppia anche qualche fuoco d'artificio. Capisco appieno la frustrazione dei miei amici. E quel takriz scritto sui muri. Qualcosa di simile al disgusto, ma che non riesco a tradurre bene.

Nell'appiattimento generale però ci risolleviamo scaricando l'energia nel ritmo del suono collettivo. Dalla sede di Amnesty International un gruppo di ragazzi ha portato strumenti a percussione per tutti e facciamo un corteo lungo tutta l'avenue. In apertura lo striscione “make some noise for those who can't be heard”. Tagli e calli sulle mani, ma almeno ci siamo fatti sentire.

E la giornata si risolleva ancora con il concerto acustico della palestinese Rim Benna organizzato dal partito comunista. Tutti i presenti conoscono le canzoni a memoria. La cantante con la chefia e la giacca di pelle nera stringe il microfono. E la platea vibra fortissimo. Palestina, Egitto, Tunisia.. horria. Libertà. Per un attimo mi sembra il 14 che volevo.

per aut aut, da Tunisi, zeliha

foto di Chehine Dhahak

Tunisi 14 gennaio 2012: festeggiamenti in prospettiva

tunisia_amnestyDall'alto della terrazza al decimo piano dell'Hotel International,  si ha una paronamica completa della città di Tunisi e dell'Avenue Habib Bourghiba. "Maĥla al- rabī’a... maĥla al-thawra al-tunisiyya tdhom al-jami’a": le voci si sentono chiare anche da lassù”.  Ma che bella primavera...che bella la rivoluzione tunisina che coinvolge il mondo intero!”. I cori sono quelli della Kasbah, che hanno accompagnato questo lungo anno di rivoluzione. Ciò che è strano, però, è che a cantarli questa volta, sia il partito Ennahda. Sono le 10 di mattina e il lungo viale è già gremito di gente, ci sono migliaia di persone. Ci sono i partiti, le famiglie con i bambini, le donne venute da Regueb che mostrano le foto dei figli martiri, i rifugiati libici di cui tanti procedono con le stampelle, gli attivisti di Amnesty International che sfilano con la bocca serrata da scotch  giallo e suonano tamburi, ci sono i tifosi delle squadre di calcio.

Tutti sono in piazza per festeggiare la rivoluzione, il clima sembra sereno, pacifico, disteso, spontaneo. Non si può dire lo stesso per la grande concentrazione di gente davanti al teatro Municipale proprio al centro dell' Avenue. E' il sit-in di Ennahda, sono la maggioranza e sono sicuramente i più organizzati: interventi continui, fuochi d'artificio, ci si scambiano gli auguri, "la rivoluzione è finita..tanti auguri Ben Ali!", una vera e propria festa in pompamagna. "Il suono è quasi lo stesso...quest'anno sono fuochi d'artificio, l'anno scorso era quello dei lacrimogeni che ti sparavano addosso" Dalì, del movimento artistico di Ahl al-kaf e ex-segretario dell'Uget, mi dona quest'immagine e capisco che non è soltanto a me che non tornano tutti i conti.

Sono settimane che i partiti che hanno la maggioranza nellacostituente (Ennahdha, C.P.R., Ettakatol) organizzano i festeggiamenti per la rivoluzione. La campagna è stata capillare: pagine e pagine su Facebook che raccomandano a tutti i militanti di essere presenti già dal primo mattino. "Hanno i soldi, sono tutti pagati" continua Dalì. Già dalla notte precedente i centri principali dell'Avenue sono stati occupati.  Alle lamentele delle associazioni, dei sindacati e di tutti i "gauchisti" che chiedevano maggiore libertà per poter  festeggiare criticamente questa data così importante, è stato risposto dalla polizia di restare tranquilli "per salvaguardare l'ordine pubblico e di andarsene e tornare il giorno dopo" perché "non c'é  più bisogno di tensione ora che la rivoluzione è finita, le elezioni si sono regolarmente svolte e siamo tutti pronti a collaborare dalla stessa parte".

Poco più in là su Avenue Muhammed V, si sta svolgendo un congresso a cui sono presenti anche il principe dell'Algeria e del Qatar, che si è reso disponibile a cooperare ed investire in Tunisia. Per motivi di sicurezza e protezione degli invitati il palazzo è circondato dalla polizia e le famiglie dei martiri, le associazioni e a chiunque si trova lì vengono invitati ad andarsene perché tanto lì non si può fare nulla. Alla Borsa del Commercio, dall'altra parte dell'Avenue Bourghiba dopo la  piazza dell'Orologio, si tiene invece il Meeting del Partito Comunista (P.C.oT) e nazionalista. L'aria che si respira è totalmente diversa: il tentativo è quello di trovare un programma comune per una sinistra che è arrivata alle elezioni frammentata e che cerca un maggior consenso . Si susseguono gli interventi, le parole che riecheggiano sono "libertà", "lavoro", "dignità nazionale". Anche qui, l'enorme salone è gremito di gente entusiasta e festosa.

Nel suo intervento Hamma Hammami, presidente del P.C.oT. è duro e critico nei confronti del governo: "Ci vogliono far credere che tutto sia in ordine, sono lì pieni del sangue dei martiri pronti a scippare la nostra rivoluzione e a festeggiare insieme con il principe del Qatar". Si parla di crisi economica, di indipendenza dai fondi della Banca Mondiale, di estinguere il debito contratto dal governo precedente, di occupazione, libertà ed indipendenza del popolo tunisino dall'America e dai paesi del Golfo, di sostegno al popolo palestinese e boicottaggio economico contro Israele, e a chiudere il congresso è proprio Rim al-Banna, famosa cantante palestinese.

Arrivano anche notizie dalle altre città della Tunisia: a Sidi Bouzid la rivoluzione è già stata festeggiata il 17 dicembre, perché molti ritengono sia quella la vera data di inizio dei moti insurrezionali. Inoltre già da ieri, ci sono state notizie di tafferugli tra manifestanti e i nahdisti. “Non siamo tutti qui per festeggiare la rivoluzione..già dai sit-in che abbiamo fatto  dopo le elezioni contro il nuovo governo, abbiamo capito che non c'è un vero spazio di confronto ed il lavoro da fare è ancora lungo. Si tratta di una rivoluzione in divenire per riuscire a cambiare davvero le cose”.

E mentre io e Dalì discutiamo in uno dei tanti caffè dell' Avenue Bourghiba, sono già le 10 di sera e intorno a noi è ancora un continuo passeggiare, cantare, salutarsi e festaggiare. Le immagini della donna totalmente velata di nero che questa mattina rivendicava insieme ai Salafiti la sua nuova possibilità di essere libera e dei “barbuti” che gridavano “Allah Akbar”, piano piano lasciano spazio alle parole di speranza e di lotta dei tanti tunisini con cui ho sfilato oggi. La voglia di libertà e indipendenza si innalza forte sopra i festeggiamenti della rivoluzione.

E pensare che tutto questo soltanto un anno fa era non solo impossibile, ma nemmeno immaginabile, ci fa sperare su quello che potrà diventare un giorno.

Per Senza Soste, da Tunisi, Carlotta Macera e Med Ali Ltaief

Foto di Gabous Yahya

 

14 gennaio 2012. Tunisi, niente da festeggiare

tunisia_bandieraIn Tunisia domani 14 gennaio non tutti scenderanno in piazza per festeggiare l'anniversario della rivoluzione. Alcuni giovani artisti perchè delusi, altri perchè pensavano di emigrare. Ma la guardia costiera di Monastir ieri mattina li ha riportati a casa per il compleanno. Eppure il teatro celebra la rivoluzione, perché almeno quanto a libertà di espressione qualcosa è veramente cambiato

Se gli invitati al compleanno non sono cambiati Zied non ha nulla da festeggiare. Dopo aver passato l'anno scorso per le strade di Tunis rischiando la vita ogni giorno, domani 14 gennaio, primo anniversario della rivoluzione, non scenderà in piazza. E guardando chi sono gli invitati a festeggiare l'anniversario non gli si può dare torto.

Non solo dunque un'aspettata quanto non gradita vittoria degli islamisti. Ed i segnali della loro presenza nel paese si fanno sentire sempre più. Ma anche dover condividere il giorno della Révolution de la dignité et de la liberté con chi lontano dai fasti questa dignità  questa libertà non sa dove stiano di casa. Di certo, non nei loro paesi. Mi riferisco proprio agli invitati all'anniversario: l'emiro del Qatar, Cheikh Hamad Khalifa Al Thani, il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, il presidente del Consiglio di transizione libico Mustfaa. Abdeljelil ed altri invitati rappresentanti di Marocco, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuweit e Palestina. Una bel concerto di vecchie e nuove repressioni e poche speranze per un compleanno a cui non tutti
dovevano essere invitati.

La capitale è già in festa, almeno così sembrerebbe dai manifesti sparsi per la città e dagli eventi culturali della settimana. Tra i numerosi spettacoli delle giornate teatrali di Carthage, Tawaseen di una compagnia tunisina, ha messo in scena l'incontro immaginario di quattro celebri filosofi arabi in una caverna, che prima di morire si ritrovano a discutere sulle possibili forme di governo.

Nelle giornate del "Teatro che celebra la rivoluzione", tema della quindicesima edizione dell'evento, la satira politica trova ora un suo spazio di espressione. Fino ad un anno fa era  mozzata dalla paura e dall'attenzione al parlare non parlando, raccontare non esplicitando, mostrare un volto annientato dalla sofferenza, senza dire che è un regime a renderlo così: era già denunciarlo. E la partecipazione del pubblico non solo è gioiosa e divertita, ma anche compiaciuta. E' questa la nuova aria: quella in cui si può ridere a squarciagola di fronte ai paradossi ridicolizzati di una dittatura. Quella in cui si può immaginare uno stato retto da sole donne chiamato "Wardistan", dal nome arabo ward, che significa fiore, rosa.

Ma non tutte le rose sono fiorite. Non di certo per le donne di Sidi Buzid, che come documenta un fotografo e video maker della capitale nell'anniversario del 17 dicembre, continuano a raccogliere l'immondizia per strada per guadagnare un dinaro al giorno e sfamare i figli. Neanche per una donna del Kaf, a confine con l'Algeria, che dopo mesi dalla partenza di Ben Ali, non ne era neanche al corrente,  lontana dalla televisione e dalla comunicazione, ma soprattutto invasa dalla solita preoccupazione: una vedova con dei bambini da sfamare. Insomma,  rose  lontane dal condividere la gioia o il potere di un Wardistan.

Wael ha deciso di lasciare lo studio, è alla ricerca di un'autonomia finanziaria e di un nuovo equilibrio, ma è la situazione in Tunisia a deprimerlo maggiormente: "Prima eravamo una minoranza nascosta contro il regime, ora siamo apertamente tutti contro il passato, ma noi che crediamo in una vera rivoluzione siamo la nuova minoranza: guardati come estranei, che non credono o non sono religiosi, quelli che boicottano le elezioni e che si vestono in maniera diversa. La cosa che più mi fa soffrire è la mia stessa società che mi addita e mi rifiuta, quella con cui dovrei festeggiare?"

Ma se alcuni giovani delusi della capitale non se la sentono di scendere in piazza, a largo di Bkalta c'era chi voleva  scendere in barca a festeggiare: emigrando. Quarantatré nuovi harraga (immigrati clandestini) sarebbero difficilmente arrivati sulle coste siciliane, date le condizioni della barca che la guardia costiera di Monastir ha individuato e riportato sulla costa.  Erano tutti uomini tra i 15 e i 30 anni più una donna di 60 anni, originari di Tunis, Bizerte, Monastir, Sayada, Mahdia e Metlaoui.

Emigranti salvati per le feste, perché i compleanni si festeggiano a casa, anche quando alla festa non si vuole partecipare.

Per Senza Soste, da Tunisi, Marta Bellingreri


Frammenti di una rivoluzione#1 Wassim (2012)

 wassimIl 14 gennaio 2011 una grande manifestazione attraversa le strade di Tunisi per chiedere le dimissioni di Ben Ali. Per la prima volta la protesta raggiunge e scuote il centro del potere politico. La sera stessa il dittatore fugge dal paese, ma nella capitale il malcontento non si arresta. A distanza di un anno da quegli eventi, Wassim, studente universitario di informatica passeggia insieme a noi per Tunisi. Dai luoghi più significativi della capitale, il suo racconto ripercorre i momenti essenziali della rivolta tunisina, una tappa fondamentale per riscrivere il futuro del paese e per quella che sarà definita la primavera araba (di Filippo Del Bubba e Alessandro Doranti)

 

(red.)

16 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Lunedì 30 Gennaio 2012 13:32

Tunisi, 14 gennaio 2012: festeggiamenti in prospettiva

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tunisia_14_gen_2012Dall'alto della terrazza al decimo piano dell'Hotel International,  si ha una paronamica completa della città di Tunisi e dell'Avenue Habib Bourghiba. "Maĥla al- rabī’a... maĥla al-thawra al-tunisiyya tdhom al-jami’a": le voci si sentono chiare anche da lassù”.  Ma che bella primavera...che bella la rivoluzione tunisina che coinvolge il mondo intero!”. I cori sono quelli della Kasbah, che hanno accompagnato questo lungo anno di rivoluzione. Ciò che è strano, però, è che a cantarli questa volta, sia il partito Ennahda. Sono le 10 di mattina e il lungo viale è già gremito di gente, ci sono migliaia di persone. Ci sono i partiti, le famiglie con i bambini, le donne venute da Regueb che mostrano le foto dei figli martiri, i rifugiati libici di cui tanti procedono con le stampelle, gli attivisti di Amnesty International che sfilano con la bocca serrata da scotch  giallo e suonano tamburi, ci sono i tifosi delle squadre di calcio.

Tutti sono in piazza per festeggiare la rivoluzione, il clima sembra sereno, pacifico, disteso, spontaneo. Non si può dire lo stesso per la grande concentrazione di gente davanti al teatro Municipale proprio al centro dell' Avenue. E' il sit-in di Ennahda, sono la maggioranza e sono sicuramente i più organizzati: interventi continui, fuochi d'artificio, ci si scambiano gli auguri, "la rivoluzione è finita..tanti auguri Ben Ali!", una vera e propria festa in pompamagna. "Il suono è quasi lo stesso...quest'anno sono fuochi d'artificio, l'anno scorso era quello dei lacrimogeni che ti sparavano addosso" Dalì, del movimento artistico di Ahl al-kaf e ex-segretario dell'Uget, mi dona quest'immagine e capisco che non è soltanto a me che non tornano tutti i conti.

Sono settimane che i partiti che hanno la maggioranza nellacostituente (Ennahdha, C.P.R., Ettakatol) organizzano i festeggiamenti per la rivoluzione. La campagna è stata capillare: pagine e pagine su Facebook che raccomandano a tutti i militanti di essere presenti già dal primo mattino. "Hanno i soldi, sono tutti pagati" continua Dalì. Già dalla notte precedente i centri principali dell'Avenue sono stati occupati.  Alle lamentele delle associazioni, dei sindacati e di tutti i "gauchisti" che chiedevano maggiore libertà per poter  festeggiare criticamente questa data così importante, è stato risposto dalla polizia di restare tranquilli "per salvaguardare l'ordine pubblico e di andarsene e tornare il giorno dopo" perché "non c'é  più bisogno di tensione ora che la rivoluzione è finita, le elezioni si sono regolarmente svolte e siamo tutti pronti a collaborare dalla stessa parte".

Poco più in là su Avenue Muhammed V, si sta svolgendo un congresso a cui sono presenti anche il principe dell'Algeria e del Qatar, che si è reso disponibile a cooperare ed investire in Tunisia. Per motivi di sicurezza e protezione degli invitati il palazzo è circondato dalla polizia e le famiglie dei martiri, le associazioni e a chiunque si trova lì vengono invitati ad andarsene perché tanto lì non si può fare nulla. Alla Borsa del Commercio, dall'altra parte dell'Avenue Bourghiba dopo la  piazza dell'Orologio, si tiene invece il Meeting del Partito Comunista (P.C.oT) e nazionalista. L'aria che si respira è totalmente diversa: il tentativo è quello di trovare un programma comune per una sinistra che è arrivata alle elezioni frammentata e che cerca un maggior consenso . Si susseguono gli interventi, le parole che riecheggiano sono "libertà", "lavoro", "dignità nazionale". Anche qui, l'enorme salone è gremito di gente entusiasta e festosa.

Nel suo intervento Hamma Hammami, presidente del P.C.oT. è duro e critico nei confronti del governo: "Ci vogliono far credere che tutto sia in ordine, sono lì pieni del sangue dei martiri pronti a scippare la nostra rivoluzione e a festeggiare insieme con il principe del Qatar". Si parla di crisi economica, di indipendenza dai fondi della Banca Mondiale, di estinguere il debito contratto dal governo precedente, di occupazione, libertà ed indipendenza del popolo tunisino dall'America e dai paesi del Golfo, di sostegno al popolo palestinese e boicottaggio economico contro Israele, e a chiudere il congresso è proprio Rim al-Banna, famosa cantante palestinese.

Arrivano anche notizie dalle altre città della Tunisia: a Sidi Bouzid la rivoluzione è già stata festeggiata il 17 dicembre, perché molti ritengono sia quella la vera data di inizio dei moti insurrezionali. Inoltre già da ieri, ci sono state notizie di tafferugli tra manifestanti e i nahdisti. “Non siamo tutti qui per festeggiare la rivoluzione..già dai sit-in che abbiamo fatto  dopo le elezioni contro il nuovo governo, abbiamo capito che non c'è un vero spazio di confronto ed il lavoro da fare è ancora lungo. Si tratta di una rivoluzione in divenire per riuscire a cambiare davvero le cose”.

E mentre io e Dalì discutiamo in uno dei tanti caffè dell' Avenue Bourghiba, sono già le 10 di sera e intorno a noi è ancora un continuo passeggiare, cantare, salutarsi e festaggiare. Le immagini della donna totalmente velata di nero che questa mattina rivendicava insieme ai Salafiti la sua nuova possibilità di essere libera e dei “barbuti” che gridavano “Allah Akbar”, piano piano lasciano spazio alle parole di speranza e di lotta dei tanti tunisini con cui ho sfilato oggi. La voglia di libertà e indipendenza si innalza forte sopra i festeggiamenti della rivoluzione.

E pensare che tutto questo soltanto un anno fa era non solo impossibile, ma nemmeno immaginabile, ci fa sperare su quello che potrà diventare un giorno.

Per Senza Soste, da Tunisi, Carlotta Macera e Med Ali Ltaief

Foto di Gabous Yahya

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Ultimo aggiornamento Lunedì 16 Gennaio 2012 18:12

14 gennaio 2012, Tunisi, nulla da festeggiare

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tunisia_bandieraIn Tunisia domani 14 gennaio non tutti scenderanno in piazza per festeggiare l'anniversario della rivoluzione. Alcuni giovani artisti perchè delusi, altri perchè pensavano di emigrare. Ma la guardia costiera di Monastir ieri mattina li ha riportati a casa per il compleanno. Eppure il teatro celebra la rivoluzione, perché almeno quanto a libertà di espressione qualcosa è veramente cambiato

Se gli invitati al compleanno non sono cambiati Zied non ha nulla da festeggiare. Dopo aver passato l'anno scorso per le strade di Tunis rischiando la vita ogni giorno, domani 14 gennaio, primo anniversario della rivoluzione, non scenderà in piazza. E guardando chi sono gli invitati a festeggiare l'anniversario non gli si può dare torto.

Non solo dunque un'aspettata quanto non gradita vittoria degli islamisti. Ed i segnali della loro presenza nel paese si fanno sentire sempre più. Ma anche dover condividere il giorno della Révolution de la dignité et de la liberté con chi lontano dai fasti questa dignità  questa libertà non sa dove stiano di casa. Di certo, non nei loro paesi. Mi riferisco proprio agli invitati all'anniversario: l'emiro del Qatar, Cheikh Hamad Khalifa Al Thani, il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, il presidente del Consiglio di transizione libico Mustfaa. Abdeljelil ed altri invitati rappresentanti di Marocco, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuweit e Palestina. Una bel concerto di vecchie e nuove repressioni e poche speranze per un compleanno a cui non tutti
dovevano essere invitati.

La capitale è già in festa, almeno così sembrerebbe dai manifesti sparsi per la città e dagli eventi culturali della settimana. Tra i numerosi spettacoli delle giornate teatrali di Carthage, Tawaseen di una compagnia tunisina, ha messo in scena l'incontro immaginario di quattro celebri filosofi arabi in una caverna, che prima di morire si ritrovano a discutere sulle possibili forme di governo.

Nelle giornate del "Teatro che celebra la rivoluzione", tema della quindicesima edizione dell'evento, la satira politica trova ora un suo spazio di espressione. Fino ad un anno fa era  mozzata dalla paura e dall'attenzione al parlare non parlando, raccontare non esplicitando, mostrare un volto annientato dalla sofferenza, senza dire che è un regime a renderlo così: era già denunciarlo. E la partecipazione del pubblico non solo è gioiosa e divertita, ma anche compiaciuta. E' questa la nuova aria: quella in cui si può ridere a squarciagola di fronte ai paradossi ridicolizzati di una dittatura. Quella in cui si può immaginare uno stato retto da sole donne chiamato "Wardistan", dal nome arabo ward, che significa fiore, rosa.

Ma non tutte le rose sono fiorite. Non di certo per le donne di Sidi Buzid, che come documenta un fotografo e video maker della capitale nell'anniversario del 17 dicembre, continuano a raccogliere l'immondizia per strada per guadagnare un dinaro al giorno e sfamare i figli. Neanche per una donna del Kaf, a confine con l'Algeria, che dopo mesi dalla partenza di Ben Ali, non ne era neanche al corrente,  lontana dalla televisione e dalla comunicazione, ma soprattutto invasa dalla solita preoccupazione: una vedova con dei bambini da sfamare. Insomma,  rose  lontane dal condividere la gioia o il potere di un Wardistan.

Wael ha deciso di lasciare lo studio, è alla ricerca di un'autonomia finanziaria e di un nuovo equilibrio, ma è la situazione in Tunisia a deprimerlo maggiormente: "Prima eravamo una minoranza nascosta contro il regime, ora siamo apertamente tutti contro il passato, ma noi che crediamo in una vera rivoluzione siamo la nuova minoranza: guardati come estranei, che non credono o non sono religiosi, quelli che boicottano le elezioni e che si vestono in maniera diversa. La cosa che più mi fa soffrire è la mia stessa società che mi addita e mi rifiuta, quella con cui dovrei festeggiare?"

Ma se alcuni giovani delusi della capitale non se la sentono di scendere in piazza, a largo di Bkalta c'era chi voleva  scendere in barca a festeggiare: emigrando. Quarantatré nuovi harraga (immigrati clandestini) sarebbero difficilmente arrivati sulle coste siciliane, date le condizioni della barca che la guardia costiera di Monastir ha individuato e riportato sulla costa.  Erano tutti uomini tra i 15 e i 30 anni più una donna di 60 anni, originari di Tunis, Bizerte, Monastir, Sayada, Mahdia e Metlaoui.

Emigranti salvati per le feste, perché i compleanni si festeggiano a casa, anche quando alla festa non si vuole partecipare.

Per Senza Soste, da Tunisi, Marta Bellingreri

13 gennaio 2012

 


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Ultimo aggiornamento Venerdì 13 Gennaio 2012 20:47

I “Forchettoni Neri” della Capitale

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Spese di rappresentanza stellari della sorella del sindaco Alemanno. Il Comune di Roma contribuisce all'estensione della “immobiliare Casapound” assegnandogli due palazzine nel parco della Marcigliana. Sono solo gli ultimi episodi. Da domani torniamo a pubblicare a puntate l'inchiesta sui “Forchettoni Neri”, la fascistopoli della capitale. Allacciate le cinture!

alemanno_giovaneSarebbero poco meno di un milione e mezzo di euro di spese per la comunicazione istituzionale e di rappresentanza dell’Agenzia del Territorio di Roma che vengono spesi in rinfreschi, pranzi, convegni e mostre. Al centro dell'inchiesta de Il Fatto quotidiano e della polemica è il  direttore dell'Agenzia stessa ,cioè Gabriella Alemanno, sorella dell'attuale sindaco di Roma. Il suo reddito da lavoro è di 300 mila euro lodi all’anno, ma il direttore dell’Agenzia che dovrebbe occuparsi di catasto e conservatoria, Gabriella Alemanno, ha speso migliaia di euro in pranzi e cene di rappresentanza pagati con la sua carta di credito aziendale, in pratica a spese del contribuente. La sorella del sindaco di Roma Gianni Alemanno, nominata a capo dell’Agenzia dal Governo Berlusconi nel 2008, dopo essere passata prima al Secit e ai Monopoli (sempre su nomina dei Governi Berlusconi) è riuscita a pagare con i soldi pubblici persino una cena a Cortina a suo fratello a margine di un evento sponsorizzato dall’Agenzia diretta dalla sorella e dall’Acea, l'azienda municipalizzata ancora parzialmente controllata dal Comune di Roma. Nell’agosto del 2010 l’Agenzia del Territorio ha pagato 42 mila euro comprensive di Iva per sponsorizzare la manifestazione Cortinaincontra. Ma non solo: l’Agenzia il 22 agosto del 2011 ha pagato altri 780 euro per ospitare a cena al Villa Oretta di Cortina ben undici persone. Oltre ai dirigenti di Ance, Confedilizia e Scenari Immobiliari, c’era anche «il sindaco di Roma Gianni Alemanno più ospite direttore Agenzia».
Il Fatto Quotidiano ha recuperato la contabilità delle note spese del direttore Gabriella Alemanno e le fatture autorizzate dall’area comunicazione. Si scopre che le spese per rappresentanza e comunicazione istituzionale (voce quest’ultima assente in passato dai bilanci) sono schizzate da 80 mila euro a un milione nel 2010 per sfiorare il milione e mezzo secondo le previsioni per il 2011.  Ci sono 22 mila e 800 euro pagati alla Adn Kronos per «supporto informativo multimediale» e  20 mila euro per i servizi della Mp group, ma a colpore sono le fatture importanti della società Comunicare Organizzando per esempio per la mostre dei 150 anni dell’Unità d’Italia (48 mila euro che però dovrebbero essere stati coperti dagli sponsor) e soprattutto le fatture delle gioiellerie. Sfugge perché l’Agenzia compri 30 uova di struzzo decorate per 3 mila e 240 euro dalla gioielleria Peroso. «Sono state donate a rappresentanti di Stati esteri per esigenze di rappresentanza», ha spiegato Mario Occhi, responsabile comunicazione dell’Agenzia, anche se al Fatto risulta che un uovo sia finito a un comandante regionale della Finanza.
L’Agenzia ha comprato anche 12 bicchieri in vetro soffiato dalla signora Maria Bonaldo di Mestre, che si dice conosca Gabriella Alemanno. Prezzo 1296 euro e destinazione ignota. «Saranno stati donati anche questi ad autorità estere», ha detto sempre Mario Occhi.
Il 23 maggio il boom di spese “di rappresentanza” viene portato alla luce da due magistrati della Corte dei Conti. In particolare sono colpiti dalla sequela di pranzi a spese delle casse pubbliche. I funzionari della magistratura contabile seguono la Alemanno nel locale dello chef La Mantia e non la mollano fino al conto. Purtroppo però hanno mangiato con i soldi dei contribuenti: 230,50 euro. Il 4 luglio il direttore si sposta a Bari e pranza alla Pignata con cinque persone, il conto da 365 euro per «rappresentanti autorità locali».
“Quando si muove il direttore Gabriella Alemanno sembra un capo di Stato” riporta il Fatto quotidiano. Per esempio il 14 agosto del 2011 è a Cagliari e pranza con il Prefetto, due avvocati dello Stato e dirigenti delle agenzie del territorio e del demanio. La spesa per 13 pasti a base di pesce dal Corsaro Deidda è di 890 euro. Il 10 maggio del 2011 la Alemanno è volata in Veneto e mangia all’osteria da Fiore a Venezia . Il conto è di 810 euro. Oltre al presidente dell'ordine dei notai e al direttore dell’agenzia del Veneto, erano presenti tutti i controllori. C’era il responsabile audit dell’agenzia, il comandante regionale della Guardia di Finanza Walter Cretella Lombardo e il procuratore regionale della Corte dei Conti. Al momento del conto però nessuno ha messo mano al portafoglio.


Ma i Forchettoni Neri non si limitano alle spese di rappresentanza che sembrano avere un ruolo di primaria importanza nella “cura dell'immagine”, nelle relazioni sociali e nello “status symbol”. E' infatti di questi giorni l'ultima regalìa all'immobiliare Casa Pound. All'associazione neofascista è stato infatti assegnata una palazzina all'interno del Parco della Marcigliana (zona Montesacro). Lo denuncia oggi Maria Grazia Gerina sulle pagine dell'Unità. La giornalista da tempo sta monitorando con diversi articoli l'attività di una delle organizzazioni neofasciste più attive e più “coccolate” dalla Giunta Alemanno e dagli ambienti sdoganatori della sinistra. E' il risultato dello scambio” tra Comune, IV Municipio e Casa Pound dopo che i fascisti erano stati sgomberati dall'occupazione di una scuola in via Val d'Ala (sempre a Montesacro) alcuni mesi. L'occupazione di Casa Pound era nelle vicinanze della casa e dell'abitazione di Valerio Verbano, ucciso dai fascisti nel 1980. Gli anitafascisti romani si erano mobilitati rapidamente contro questa che veniva ritenuta una vera e propria provocazione. Il Comune per evitare problemi, scontri e tensioni provvide allo sgombero ma con una cicciosa contropartita.

Da domani Contropiano ripubblichera tutte e cinque le puntate de “I Forchettoni Neri”, una accurata inchiesta di "Caio Gregorio" (il guardiano del Pretorio in una famosa pubblicità degli anni sessanta) sulla fascistopoli nella capitale governata dal sindaco Alemanno. Allacciate le cinture!!

tratto da www.contropiano.org

12 gennaio 2012

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10 anni di Guantanamo

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L'11 gennaio 2012 ricorre un anniversario decisamente scomodo: i dieci anni del campo di detenzione di Guantanamo.

guantanamo_torturaCreato dall'Amministrazione Bush per i prigionieri della guerra in Afghanistan (e poi in Iraq), in un decennio Guantanamo ha ospitato 779 persone "sospette" di avere contatti con gruppi terroristici. Molti di questi individui sono stati imprigionati, interrogati e detenuti per anni in totale isolamento. Il tutto senza nemmeno la possibilità di vedere un avvocato.

A tutt'oggi, i prigionieri sono 171. Ognuno di loro costa al contribuente 800.000 dollari l'anno, una cifra 30 volte maggiore di quella spesa per un normale prigioniero sul suolo statunitense.

Le associazioni per i diritti umani sostengono che il solo detenere questi uomini a tempo indeterminato e senza un regolare processo costituisca una forma di tortura. Inoltre, i detenuti lamentano torture fisiche, umiliazioni sessuali, persecuzioni religiose e somministrazioni forzate di droghe. Gli ispettori della Croce Rossa hanno denunciato "forme di tortura" quali la privazione del sonno, la detenzione per lunghi periodi in celle di massima sicurezza a temperature minime e percosse fisiche di vario tipo.

In delle note dell'FBI rese pubbliche nel dicembre del 2004 degli agenti descrivono di aver assistito a una serie di maltrattamenti. "In un paio di occasioni," si legge in uno dei memorandum, "sono entrato in delle celle per interrogare i detenuti e li ho trovati sul pavimento incatenati mani e piedi in posizione fetale, senza acqua ne cibo. Il piu delle volte si erano urinati o defecati addosso, ed erano stati lasciati in quelle condizioni per 18-24 ore o ancora più a lungo."

Come conseguenza di questi metodi, decine di detenuti hanno finito per suicidarsi. Secondo Amnesty International i suicidi "sono i tragici risultati di anni di detenzione arbitraria e a tempo indeterminato." Dopo che le Nazioni Unite hanno chiesto senza successo la chiusura del campo di detenzione di Guantanamo, un giudice dell'Alta Corte di Giustizia inglese ha osservato come "l'idea americana di ciò che costituisce tortura... non sembra coincidere con quella della maggior parte delle nazioni civili."

Nel 2007 Henry King Jr., ex pubblico ministero al processo di Norimberga (1945-1946), ha dichiarato alla Reuters che il Tribunale militare di Guantanamo creato ad hoc dal Congresso statunitense nel 2006 "viola i principi di Norimberga" ed è anche "contro lo spirito delle Convenzioni di Ginevra del 1949" sul trattamento dei prigionieri di guerra. Sempre secondo King, "Robert Jackson, l'architetto di Norimberga, si rivolterebbe nella tomba se venisse a sapere cosa sta succedendo a Guantanamo."

Guantanamo e' stata definitivamente smascherata nel 2011, quando Wikileaks ha pubblicato più di 700 file segreti, dai quali emerge con chiarezza che persone innocenti sono stati imprigionate con pretesti banalissimi, internate e interrogate per anni senza la possibilità di avere un avvocato né di fare una chiamata alla propria famiglia. Tra le persone detenute ingiustamente c'erano anche ragazzini di 13 anni, anziani e malati di mente. Chi riesce a riottenere la libertà soffre spesso di problemi fisici e mentali.

Il governo di L'Avana rivendica la sovranità sul territorio della Baia di Guantanamo, situata all'estremità sud-orientale dell'isola di Cuba, che gli Stati Uniti presero in affitto nel lontano 1903. Dal 1960, un anno dopo la presa del potere, Fidel Castro rifiuta il pagamento di locazione da Washington, che ammonta alla cifra oramai ridicola di 5.000 dollari annui.

Durante la campagna presidenziale del 2008 Barack Obama  promise di chiudere Guantanamo, che definì "un capitolo triste della storia americana." Non ha mantenuto la parola.

Dopo dieci anni dalla sua creazione, il campo di detenzione è ancora in funzione.

In un mondo pieno di ingiustizie, Guantanamo si erge a vergognoso simbolo dell'ipocrisia occidentale.

Alessio Fratticcioli

tratto da http://guerrillaradio.iobloggo.com

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