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PER NON DIMENTICARE

La storia non sente ragioni. In memoria di Mohamed Bouzizi

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tunisi_rivoluzione_continuaUn anno fa, il 4 gennaio 2011, moriva in Tunisia, in una clinica specializzata di Ben Arous, Mohamed Bouazizi, il ragazzo che incendiando sé stesso ha incendiato il 2011, forse il mondo, forse un’epoca intera. Come dovremmo ricordarlo? I media di tutto il mondo ne hanno decantato le lodi; le istituzioni del mondo arabo lo hanno insignito nei mesi di premi postumi; e anche il Time non è mancato all’appello, decretandolo una delle Persons of the Year dell’anno passato. Dovremmo pronunciare anche noi, che in qualche modo ne troviamo gradevole e commovente la memoria, la parola scontata, vomitevole, inascoltabile? Dire che era un “eroe”? O dovremmo addirittura ringraziarlo, perché senza di lui non sarebbe insorta la Tunisia, non si sarebbe sollevata l’Algeria, non si sarebbe incendiato l’Egitto? Perché è vero: c’è un po’ di Mohamed Bouazizi, o di Basboosa, come lo chiamavano gli amici, anche nella guerra civile siriana, in quella libica; persino nella Porta del Sol madrilena, nei fuochi londinesi di Tottenham, nella rabbia italiana di Piazza san Giovanni. Senz’altro è vero di Mohamed ciò che Cristo disse dei suoi carnefici: non sapeva, letteralmente, quello che faceva, cosa stava combinando. Ebbene, dovremmo onorare il suo gesto? Dovremmo fargli i complimenti perché si è cosparso di benzina e si è dato fuoco?

Fiumi di parole non ripagheranno il mondo della perdita di un venditore ambulante in più, di un ventiseienne in più, di un Mohamed in più. Non lo ripagheranno la dedica di una piazza a Tunisi o di una strada a Parigi; e già nell’accostamento di questi nomi si comprende quanto quel nome, il suo nome, quello di Mohamed, possa oggi prestarsi a diversi, tra loro inconciliabili, usi. La sua memoria è cara ai giovani che ogni giorno si battono in Tunisia contro le attuali istituzioni per portare a termine la rivoluzione; ma è pomposamente onorata da quelle stesse istituzioni, dalle loro forze repressive e dai tanti funzionari che, dopo aver amministrato l’oppressione e la corruzione per decenni, sono ancora ai posti di comando. È rivendicata, inoltre, dal governo francese, erede di una sapienza secolare nel vendere il colonialismo come progresso e la sottomissione come rivoluzione, e a insinuare i suoi interessi in Nord Africa con la subdola strategia del supporto politico a chi può, semplicemente, assicurare pace sociale e buoni commerci: ieri Ben Ali e Gheddafi, oggi i loro precari, “rivoluzionari”, successori. Questa patetica e civilissima Francia non ha gradito, come l’altrettanto impresentabile Italia, l’arrivo dalla Tunisia dei tanti Mohamed respinti alla frontiera la primavera scorsa. Mentre erano presi a calci e pugni nelle stanzine lerce dei “centri di accoglienza” di Lampedusa o nei commissariati di Roma e Parigi, la memoria del loro prototipo risultava cara a Sarkozy e Berlusconi, Napolitano e Delanoë, anche se, c’è da giurarlo, in modo diverso rispetto alla sua famiglia, ai suoi amici, ai ragazzi passati in poche ore da “eroi” della rivoluzione straniera a clandestini in patria.

Eppure, nonostante questa differenza sia palese, resta l’interrogativo: esiste un modo “rivoluzionario” di esprimersi con pose magniloquenti su un ragazzo suicida, o in modo meno magniloquente ma ugualmente idealizzante, per esempio insistendo sulla sua laurea quando la sorella ha dichiarato a più riprese che non aveva neanche un diploma (e semmai manteneva a lei gli studi universitari)? C’è sempre un che di fastidioso nella giustificazione e quasi nell’apologia della morte, qualcosa che stride ancor più quando è stato l’oggetto stesso della nostra sinistra ammirazione a sceglierla. Cosa c’è di positivo in un decesso, in un suicidio? In prima fila, a scrivere dell’eroe, c’è chi non rischierebbe un’unghia non già contro la polizia del proprio stato, ma contro il proprio capo-redazione. Viene da pensare alle morti celebrate dagli stati stessi, ai Militi Ignoti, ai Grandi Monumenti, ai pomposi mausolei, all’infinita retorica. In una scena intensa del romanzo di Elio Vittorini Conversazione in Sicilia (reso magistralmente un film da Jean-Marie Straub e Danielle Huillet) una piccola folla circonda il Monumento ai Caduti nella piazzetta di un paesino siciliano. Il protagonista, che ha appena incontrato, al cimitero, lo spettro del fratello morto in guerra, dichiara che ogni centimetro di bronzo innalzato ai caduti è una beffa in più alla loro memoria: molto semplicemente – ma con verità schiacciante – nessuno renderà la vita che è stata tolta.

La storia è piena di questi tributi; non soltanto militaristi o fascisti, ma giacobini, liberali, comunisti; le città di tutto il mondo hanno scritto nelle loro pietre o nelle loro vie qualche mito di fondazione, o il nome di qualche mitico fondatore; qualcuno che ha capovolto (letteralmente: rivoluzionato) la realtà del passato, rendendo possibile quella del presente e, nelle sempre indelicate trasfigurazioni dell’architettura e dell’arte, giustificandola. Il presente appare razionale se è un esito, una fine di qualche storia; questo vale per i rivoluzionari come per i conservatori (tra cui si annoverano forse i rivoluzionari, dopo la loro vittoria?). Non solo: come ha ricordato Marx ne Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, la rivoluzione stessa veste i fasti delle glorie passate: il fantasma di ciò che non c’è ancora deve, per apparire, rappresentarsi, e non può farlo se non attingendo al vecchio arsenale carnevalesco. La rivoluzione francese trova un precedente, nei quadri di Jacque-Louis David, nelle virtù romane, e la farsa di Napoleone III esibisce il trucco sfatto e patetico di una mascherata imperiale, da Napoleone I. La rappresentazione di sé, anche attraverso l’uso dell’altro, non è attributo decadente o improprio dei movimenti politici, ma necessario. Innalzare le foto dei martiri e i loro mitra, le salme, le bandiere; esibire un modo di camminare, di cantare o di vestire come firma sociale o idioma politico, è un fatto inevitabile: l’evento della trasformazione saccheggia la storia perché è, esso stesso, prodotto della storia.

Eppure, Mohamed Bouazizi compie inconsapevolmente il proprio “miracolo” da vivo e non da morto, come uomo reale. Il miracolo letterale di essere non soltanto un piccolo prodotto della storia ma, del tutto sproporzionatamente, di produrre la storia. Un venditore ambulante si dà alle fiamme, e il mondo intero va in fiamme. Perché? Perché la miccia era proprio Basboosa, e non uno degli altri, dei milioni di altri? Che senso ha un simile accadimento? Come si fa – è possibile fare – la storia? Le società non sono soggette alle leggi chimiche che fanno superare a una certa quantità d’acqua, qui e ora, il punto di ebollizione. Quando Napoleone attraversò Jena, nell’ottobre 1806, Hegel era affacciato alla finestra: scrisse in una lettera di aver visto “lo spirito del mondo seduto a cavallo, che lo domina e lo sormonta”. Come ci si può esprimere in questo modo? Come può uno spirito sedere a cavallo? Uno spirito che era per Hegel la Ragione, qualcosa che è razionale nell’ordinare le cose ed ha al tempo stesso moralmente, eticamente ragione: l’astuzia della ragione, che si serve di questo o quell’altro essere umano per dare il la all’incedere della storia. La collera autolesionistica di Bouazizi ha portato la sua cittadina alla rivolta; la sua morte, all’inizio del 2011, l’ha estesa a tutta la Tunisia, all’Algeria; sono bastate poche settimane e l’Egitto, lo Yemen, la Libia andavano dove sono andati, fino a oggi, quando un secolo sembra passato, mentre tutto il fragile equilibrio sociale del medio oriente scricchiola, i presidenti inamovibili sono morti o in esilio, le popolazioni occidentali sono inquiete e l’economia mondiale, per ragioni in parte indipendenti, può crollare da un giorno all’altro.

È “colpa”, o “merito”, del ragazzo che ha ispirato il disordine sociale, la ribellione, l’instabilità politica? Che posto deve occupare Mohamed, come persona, come singolo individuo concreto, nella nostra comprensione del 2011, nelle nostre aspettative per il 2012? Potremmo dire: ci vestiamo della tua memoria, ragazzo sconosciuto, perché sei il mito di fondazione di un’evoluzione razionale delle cose che non è ancora giunta a compimento; oppure: sei l’astuzia di una ragione irragionevole per il potere, che dichiara quel potere irragionevole; oppure: sei una goccia speciale, perché hai fatto traboccare un mare. Sarebbe sbagliato: non c’è nessun corso delle cose, nessuna astuzia e nessuna ragione, nessuna filosofia in grado di fornire ragioni alla storia. Sono finzioni, immaginazioni, esattamente come lo erano i dipinti di David e le farse di Luigi Napoleone; sono balbettii del pensiero umano di fronte alla nostra incapacità a comprendere. Qualcosa di nuovo è iniziato. Qualcosa che non ha ancora avuto un esito, una fine. Qualcosa che, anziché ridare fiato all’unica, tra le eredità della tradizione marxista, ad essere deleteria – l’idea che la storia abbia un’evoluzione necessaria e che nelle classi oppresse risieda, pur in forma materiale, un’astuzia della ragione – colpisce duramente l’idealismo democratico e liberale, l’unico a conservare, oggi, la pretesa di imporre un ordine razionale e conclusivo alla storia. Le rivoluzioni sociali non erano finite. Per sapere questo non era necessaria – possiamo dirlo forte! – una scienza; né la collera è sorta, stavolta, ispirata da miti. Era un ragazzo come tanti altri, uno sconosciuto; senz’altro amabile e odiabile, con pregi e difetti, come ognuno di noi.

Davide Grasso

tratto da  quieteotempesta.blogspot.com

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Gennaio 2012 18:18

Rottura tra Forza Nuova e Casa Pound per l’anniversario di Acca Larentia

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In vista del 7 gennaio l'estrema destra romana aveva tentato di unificare le varie sigle, ma i "camerati" sono tornati a litigare. Così, prima si è sfilato il partito di Roberto Fiore, poi il movimento di Gianluca Iannone che ha chiesto a militanti e dirigenti di rompere con tutto l'ambiente neofascista

fasci_onore_ai_cadutiLa gambizzazione ieri sera dell’ex militante dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) Francesco Bianco, avvenuta secondo gli inquirenti per “contrasti personali”, riaccende i riflettori sulla destra radicale romana.

Il Fattoquotidiano.it aveva raccontato come l’estrema destra italiana si stesse riorganizzando (leggi) attorno all’anniversario della strage di Acca Larentia (7 gennaio 1978). Il “Forum della solidarietà sociale” nato la scorsa estate avrebbe dovuto raccogliere attorno ai decani del neofascismo italiano provenienti da Avanguardia Nazionale, Terza Posizione, Ordine Nuovo tutte le formazioni della destra radicale nostrana a cominciare da Casa Pound Italia e Forza Nuova, provando, almeno su alcune date simboliche e patrimonio comune come quella di Acca Larentia, a superare ostilità, gelosie e divisioni.

Qualcosa non ha funzionato e i “camerati” tornano a litigare: prima dall’organizzazione della manifestazione si “sfila” Forza Nuova, troppo gelosa dei sui simboli per poterci rinunciare e probabilmente preoccupata del ruolo preponderante assunto da Casa Pound nell’organizzazione della manifestazione, ma a seguire è la stessa Casa Pound che ritiene “non esserci più le condizioni” per la manifestazione. A scriverlo su internet e a provocare grandi polemiche è “l’ideologo” dell’organizzazione, l’ex di Terza Posizione Gabriele Adinolfi : “Ho richiamato l’attenzione sulla necessità di essere oculati, gerarchizzati e di evitare improvvisazioni e spontaneismi sui quali si possono facilmente innestare provocazioni e strumentalizzazioni.Credo che nervi saldi e sguardi coscienti possano sventare quelle minacce. In questo clima, ogni atto, anche celebrativo, assume però un valore strettamente politico. Per questa ragione, perché si tratta di sfidare strumentalizzazioni esterne già ampiamente documentate, ritengo che sfilare in corteo il 7 gennaio potrebbe involontariamente svalutare il senso stesso del rito invischiandolo in una dialettica profana”.  Casa Pound si sente assediata e dopo i fatti di Firenze, l’arresto di Alberto Palladino (dirigente romano di Cpi) per il pestaggio di alcuni giovani militanti del Pd a Monte Sacro, lo scandalo attorno a Mario Vattani (diplomatico di giorno e nazi rocker di notte), decide che le condizioni per una manifestazione, che forse non controlla fino in fondo, e sicuramente condita da croci celtiche e saluti romani non ci sono più. In molti intendono però sfilare comunque e sono soprattutto i “reduci” degli anni ’70 e ’80 e le organizzazioni più marginali che mantengono il concentramento previsto a piazza Asti.

Casa Pound non si accontenta solo di non sfilare: il 31 dicembre sera Gianluca Iannone, portavoce di Cpi, pubblica su internet una nota indirizzata ai militanti e i dirigenti in cui indica di rompere con tutto l’ambiente della destra neofascista: “Vi chiedo di sconfiggere la zizzania, lo sciacallaggio e il chiacchiericcio da tastiera che arriva da destra con lo stesso sistema con cui, nella leggenda, il mago Merlino sconfisse la strega Morgana. Sì perché Merlino non sconfisse Morgana con un incantesimo maggiore o con un trucchetto medievale. Merlino sconfisse Morgana semplicemente, dandole le spalle. Dimenticandola. Sì, avete letto bene: dimenticandola. Quindi DIMENTICHIAMOLI, lasciamoli bruciare nella loro invidia, nella loro impotenza, non rispondiamo agli insulti con altri insulti”. Risultato? Nuove polemiche che scoppiano sulle bacheche facebook dei militanti come sul forum fascinazione.info (gestito da Ugo Maria Tassinari). L’accusa principale rivolta a Casa Pound è quella di volersi “ripulire” per poter continuare a trattare con Pdl e Fli senza mettere in imbarazzo questi ultimi, e per poter continuare ad appoggiare il centrodestra nelle scadenze elettorali come avvenuto in molti comuni, regioni e provincie, tra cui Roma e la regione Lazio con Alemanno e Polverini, alle ultime tornate elettorali.

Intanto l’Anpi di Roma e del Lazio chiede in una nota indirizzata al Prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro di vietare la manifestazione del 7 gennaio in quanto “mette a forte rischio la sicurezza della Capitale, rischiando di alimentare l’odio politico e di trasformarsi in un evento mediatico di apologia del fascismo e dell’antisemitismo. Gli organizzatori, infatti, sono stati protagonisti negli ultimi mesi di gravi episodi di violenza politica e razzista, dalle aggressioni ai militanti del Pd alle minacce agli esponenti della Comunità ebraica romana”.

Link: Roma, 7 gennaio antifa. Nessuno spazio ai fascisti!

Video: Alemanno saluta... e non dimentica!

tratto da www.ilfattoquotidiano.it

3 gennaio 2012

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Ultimo aggiornamento Martedì 03 Gennaio 2012 20:51

1 gennaio 1969: il capodanno a "La Bussola"

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bussolaIl capodanno del 1969 fu un capodanno molto particolare. Diverso dalla solita celebrazione sterile e buonista, vuota dei riti di sfarzo e consumismo e ricca dell'immaginario delle lotte. Per una sera il capodanno dei borghesi e quello dei proletari attraversò lo stesso luogo, ma con dinamiche, esigenze e bisogni completamente diverse, anzi in reale contrapposizione. L'anno passato era stato ricco di eventi e novità sulla scena politica nazionale, un proliferare di nuovi scenari e di conflitti che iniziavano ad articolarsi secondo le proprie forme, e nel migliore degli auguri l'anno a seguire sarebbe stato altrettanto prospero. Prospero di nuovi antagonismi e lotte sociali.
Ma per raccontare la notte tra il 31 dicembre del '68 e il 1 gennaio del '69 bisogna prima guardare ad un altro evento che l'aveva preceduto: la contestazione alla Scala di Milano. La dichiarazione sostanziale di una differenza che tagliava in due il paese, da un lato i ricchi con il loro sfarzo, le loro celebrazioni, il loro buongusto, il loro perbenismo e la rappresentazione dorata di un mondo corrotto e sudicio, e dall'altro gli studenti e i lavoratori alla conquista dei diritti manchevoli. La contestazione alla Scala era una dichiarazione di esistenza, anzi molto di più, una dichiarazione di guerra. E da quell'evento l'immaginario della contestazione alle celebrazioni dei borghesi si espanse e prese varie altre forme. Tra queste quella che si diede il capodanno del '69. La Versilia, terra in delle vacanze della middle-class era disseminata di locali chic dove impresari, politicanti e subrette andavano a passare il capodanno. Tra questi uno dei più rinomati era "La Bussola", tutt'ora esistente.
I militanti di Potere Operaio e del Movimento Studentesco pisano avevano deciso di andare a fare visita ai padroni organizzando una grande manifestazione in quella data davanti al locale. Nonostante nell'intenzione dei manifestanti ci fosse solo il lancio di ortaggi ai riveriti business-men dentro al locale e alle loro consorti, la tensione si alzò e avvennero una serie di scontri particolarmente violenti tra i manifestanti e le forze dell'ordine, accorse a difendere, guarda caso, il decoro dei clienti della Bussola. Il bilancio fu di 55 fermi e un ferito grave Soriano Ceccanti rimasto paralizzato a causa di una pallottola. Infatti in questa occasione le forze dell'ordine usarono spregiudicatamente le armi da fuoco contro i manifestanti. Questa data fu un vero e proprio spartiacque e l'alba di una nuova coscienza. Il dato politico che sembra superficialmente ideologico e che attraversa gli avvenimenti della Scala di Milano e della Bussola è in realtà molto più profondo. Va ad indicare la scollatura tra due mondi che difficilmente avrebbero potuto continuare a convivere e descrive una necessità reale, quella di un'eguaglianza non ipocrita e perbenista, ma reale e sociale. La stupidità consumistica da un lato, che si fa veicolo di una socialità falsa e raccapricciante, basata sul valore d'uso di un rapporto umano, e la lotta proletaria dall'altro, madre di una socialità reale e quotidiana. La voglia di rivalsa che attraversa l'Europa, che vuole entrare nei luoghi più privati del potere e dissacrarli, demitizzarli, riappropriarsene e farli vivere nuovamente in una maniera diversa. E i fuochi di artificio per una volta li sparammo noi.

Quella notte davanti alla bussola
Quella notte davanti alla Bussola,
nel freddo di San Silvestro.
Quella notte di Capodanno
non la scorderemo mai.
Arrivavano i signori,
sulle macchine lucenti
e guardavan con disprezzo
gli operai e gli studenti.
Le signore con l'abito lungo,
con le spalle impellicciate,
i potenti col fiocchino,
con le facce inamidate.
Eran gli stessi signori
che ci sfruttano tutto l'anno,
quelli che ci fan crepare
nelle fabbriche qui attorno.
Son venuti per brindare,
dopo un anno di sfruttamento,
a brindare per l'anno nuovo,
che gli vada ancora meglio.
Non resistono i compagni,
che li han riconosciuti,
ed arrivan pomodori
ed arrivano gli sputi.
Per difendere gli sfruttatori,
una tromba ha squillato,
mentre già i carabinieri
hanno corso ed han picchiato;
come son belli i carabinieri,
mentre picchiano con le manette
i compagni studenti medi
dai quattordici ai diciassette!
E non la smettono di picchiare
finché Garoppo non alza il dito:
sono l'immagine più fedele
del nostro ordine costituito.
Già vediamo i carabinieri
che si stanno organizzando
per iniziare la caccia all'uomo
con pantere ed autoblindo.
Non possiamo andare via,
né lasciare i dispersi,
siamo ormai tagliati fuori
per raggiunger gli automezzi.
Decidiamo di resistere
e si fan le barricate:
sono per meglio difenderci
dalle successive ondate.
Dalla prima barricata
alla zona dei carabinieri
sono circa quaranta metri
tutti sgombri e tutti neri.
Quando cominciano ad avanzare
uno di loro spara in aria.
i compagni tirano sassi
per cercare di fermarli.
Loro si fermano un momento
e poi continuano ad avanzare;
non è più uno soltanto,
sono in molti ora a sparare.
Dalla prima barricata
si vedon bene le pistole,
dalla seconda tutti pensano
che sian solo castagnole.
Ci riuniamo tutti assieme
alla seconda barricata,
i 'carruba' tornano indietro,
vista la brutta parata.
Ancora un'ora di avanti e indietro,
noi con i sassi loro sparando;
tutti crediamo che sparino a salve,
anche da dentro un'autoblindo.
Ad un tratto vedo cadere
un compagno alla mia destra
il ginocchio con un buco
ed il sangue sui calzoni.
Mi volto e grido: " Sparan davvero!
e corro indietro di qualche passo:
due compagni portano a spalle
il ferito nella gamba.
Correndo forte sulla strada,
con alle spalle i carabinieri,
vedo il Ceccanti, colpito a morte,
trasportato sul marciapiedi.
Malgrado gli sforzi di aiutarlo,
è difficile trovar soccorso
mentre i gendarmi ti corron dietro
e non ti danno un po' di riposo.
Trovata un'auto utilitaria
e portato via il Ceccanti,
più non ci resta altro da fare
che scappare tutti quanti.
Forse alla Bussola, per quella notte,
i signori si sono offesi,
lor che offendono e uccidono
per tutti gli altri dodici mesi.
Sarebbe meglio offenderli spesso
e non dare loro respiro
tutte le volte che lor signori
capitan sotto il nostro tiro.
A questo punto sembra opportuno
fare qualche considerazione
sulle diverse e brutte facce
che ci mostra oggi il padrone:
ha i soldi per comprarci,
la miseria per sfruttare,
i suoi armati per ucciderci,
la TV per imbrogliare.
Non ci resta che ribellarci
e non accettare il giuoco
di questa loro libertà,
che per noi vale ben poco.

L'orda d'oro Nanni Balestrini Primo Moroni
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Danimarca e flexicurity: quello che Ichino e altri non ci raccontano

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Carlsberg_scioperoIn questo periodo Ichino ed altri stanno tornando a parlare di Flexsecurity e sembra che l’obiettivo principale sia l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Molte critiche a questo sono state scritte, sostanzialmente condivisibili. Ichino ed altri dichiarano di prendere a modello la Danimarca. E scrivono cose che con la Danimarca non hanno niente a che fare.  In Italia il danese non è molto conosciuto, tantomeno la realtà economica e sociale danese, quindi Ichino e a suo tempo Damiano, ma anche esponenti della Lega e del PdL possono dire cosa vogliono.
Ma per chi conosce il danese e la realtà danese è interessante accettare l‘invito e utilizzare il caso danese per mostrare quanto il mondo che PD, PdL, Lega, UDC e SEL presentano non sia l’unico possibile, neanche all’interno del capitalismo. Se poi addirittura si prospettano soluzioni fuori del capitalismo, ancora meno.

Questo articolo non vuole in nessun modo sostenere che la situazione in Danimarca vada bene come è. Chi scrive quando viveva a Copenhagen si schierava con l’opposizione radicale e frequentava Christiania, il più grande centro sociale d’Europa.  Dall’Italia ha sostenuto il Bz-bevægelsen, movimento delle occupazioni, ed ha sostenuto senza riserve la rivolta di Nørrebro del 2007 (http://www.youtube.com/watch?v=V6Mu2jcFubM).

Detto questo, passiamo alla Danimarca.
La Danimarca è nell’Unione Europea ma non ha l’euro, e non è obbligata ad adottarlo. Nell’articolo non si parla di questo, ma quasi nessuna delle soluzioni danesi sarebbe possibile con l’euro.
Prima di arrivare alle fandonie di Ichino, Damiano & c., una breve descrizione della Danimarca per chi non la conosce.
La Danimarca è, dopo il Lussemburgo che è un caso a sé, il paese più ricco come reddito pro capite dell’Unione Europea.  Supera ampiamente la Germania.

I salari minimi danesi sono i più alti al mondo. In Danimarca non esiste una legge sul salario minimo, ma nei fatti, come spiega questo articolo ( http://jp.dk/uknews/business/article1327660.ece), il 50% dei salari USA sono inferiori al salario minimo danese. In Danimarca questi salari minimi sono di immigrati che non parlano danese che scaricano le balle al mercato. . In Italia a guadagnare meno dell’ultimo danese sono più del 70% dei lavoratori.

La Danimarca ha l’indice di Gini più basso a mondo. Circa 0,23. L’indice di Gini misura le disuguaglianze sociali. Un indice di Gini di 1 vorrebbe dire che tutte e risorse di un paese sono in mano a una persona. Uno di 0 vorrebbe dire che i redditi di tutti sono uguali. La Danimarca ha una distribuzione dei redditi più equa della Cina di Mao, dell’Unione Sovietica di Stalin, e dl Venezuela di Chavez. Ma non è socialista.
La Danimarca ha lo stesso consumo energetico del 1980, ma ha raddoppiato il PIL. Ha il 40% di energia che viene da energie rinnovabili, ma ha incentivi energetici un decimo di quelli italiani.
Il tasso di occupazione danese è il più alto al mondo, intorno all’80%.
La Danimarca ha l’avanzo della bilancia commerciale rispetto al PIL più alto al mondo, il 7%, superiore a Cina e Germania.
In Danimarca l’assistenza sanitaria, l’assistenza agli anziani e l’istruzione dalla scuola materna all’università sono completamente coperte dalla fiscalità generale. Non solo non esistono tasse scolastiche o universitarie, ma la maggior parte degli studenti universitari riceve qualche tipo di sussidio pubblico.

In Danimarca il settore dei servizi pubblici è estremamente ampio. Circa metà dei danesi lavora per qualche ente pubblico. Più del doppio che in Italia.
Come ci riesce?
Secondo Ichino, Damiano & c, perché in Danimarca è facile licenziare.
Non è molto vero. E’ vero che in generale  la grossa impresa licenzia più facilmente in Danimarca che in Italia. Ma sotto i 15 dipendenti è più facile licenziare in Italia che in Danimarca. Ma in effetti i contesti in cui in Danimarca si licenzia sono gli stessi che in Italia. Solo che in Danimarca non esiste la Cassa Integrazione, che in Italia tutti i manuali di economia definiscono un sostegno all’impresa.
In Danimarca le imprese decotte chiudono e i lavoratori ricevono il 95% del salario fino a 4 anni.
Il “segreto” del miracolo danese non sono i licenziamenti, in linea con quelli italiani con l’articolo 18, ma il fatto che le imprese decotte chiudono, e che i loro lavoratori non lottano per tenerle aperte.
Questo probabilmente merita un’ulteriore spiegazione, visto che è molto diverso da come vanno le cose nel mediterraneo e i vari sostenitori della flexsecurity in salse mediterranee evitano di raccontare.
In Danimarca i sussidi pubblici diretti all’impresa privata sono quasi zero. Il settore pubblico fornisce alle imprese infrastrutture, istruzione dei lavoratori, ricerca, ma non finanziamenti diretti. Come conseguenza le imprese danesi che sopravvivono hanno livelli di valore aggiunto estremamente elevati. E in linea di principio possono permettersi salari elevati, anche grazie al fatto che la manodopera danese è estremamente qualificata. Ovviamente non sono regali. La sindacalizzazione in Danimarca supera l’85%, e i sindacati danesi, molto morbidi politicamente, sono molto combattivi a livello di salario e di condizioni di lavoro.
Ovviamente le imprese che non hanno più un margine di esistenza devono chiudere e licenziare. Questo è molto meno traumatico in Danimarca, dove i lavoratori hanno garantiti fino a 4 anni di disoccupazione al 95%. Mediamente i lavoratori trovano un nuovo impiego entro 3 mesi. Il nuovo impiego non può avere né un reddito né una qualifica inferiore al precedente, né comportare uno spostamento superiore ai 20 km. Questo evita una corsa al ribasso salariale. Esiste l’obbligo per i primi sei mesi di frequentare corsi di formazione, ovviamente gratuiti.
Il sistema può piacere o no. Comunque il principio è di salvaguardare il reddito e la professionalità del lavoratore anziché il posto di lavoro e  l’impresa.
In Danimarca la tassazione reale raggiunge il 48%. Altissima, anche se in Italia raggiunge il 58%. A noi raccontano che la nostra tassazione sia così alta perché il reddito non dichiarato è il 18%. In Danimarca il reddito non dichiarato supera il 23%. La “fedeltà fiscale” dei danesi è un mito italiano. Ma in Danimarca l’elusione fiscale è quasi zero, visto che i redditi da impresa sono tassati come quelli da lavoro. Da noi c’è un altro mondo per gli imprenditori, con tassazioni nominali altissime e in pratica bassissime per la grande impresa.
I prezzi sono in generale molto alti. Le auto sono tassate per oltre il 200%. Come dicono i danesi, compri uno e paghi tre. In compenso generi di base sono tenuti bassi. Le abitazioni, sia acquistate che in affitto, costano un terzo che in Italia. La tassazione sull’abitazione è vicina allo zero. In più in Danimarca non esistono i notai, quindi non esistono spese notarili. I contratti sono semplicemente depositati in uffici pubblici a costo zero.

Anche i generi alimentari prodotti in Scandinavia sono a basso costo. Questo crea costanti attriti con l’Unione Europea, così come i mutui, garantiti dallo stato e a basso tasso di interesse.
Il sistema previdenziale danese è completamente diverso da quello di quasi qualunque altro paese.
In Danimarca non esistono enti previdenziali e contributi previdenziali.  Erano stati introdotti negli anni ’70, ma fu presto chiaro che il sistema comportava alti costi per i lavoratori a fronte di pensioni bassissime. Contribuì a creare il tracollo dei primi anni ’80, con tassi di interesse sui titoli danesi oltre il 20% e disoccupazione oltre il 15%, e fu abbandonato.
Attualmente esiste una pensione base, grundpension, interamente coperta dalla fiscalità generale statale, fortemente progressiva, quindi pagata dai danesi a reddito elevato. Garantisce una pensione minima uguale per tutti di circa 1.350 euro. La condizione per percepirla è essere stati residenti in Danimarca per 40 anni. Con meno anni si riduce in proporzione. Chi ha lavorato almeno 15 anni riceve una ulteriore integrazione a 1.750 euro. In teoria per questa integrazione si dovrebbe pagare l’1% del reddito, ma da 10 anni questo pagamento non viene richiesto. Se si hanno redditi superiori al triplo della pensione base questa viene ridotta in proporzione. Questo punto cambia nei dettagli con una certa frequenza.
Tutti i contratti di lavoro inoltre prevedono una pensione integrativa, lasciata alla contrattazione sindacale, detassata.
In Danimarca la pensione è a 67 anni. Le donne possono andarci prima, ma non è legato all’essere donna ma ad avere avuto figli. Esiste un istituto tipico danese, l’Efterløn, un prepensionamento che permette di avere una prepensione fino a 5 anni prima della pensione regolare. L’istituto è sotto continuo attacco e modifiche sia da governi di destra che di sinistra, quindi è difficile descriverlo nei dettagli. Al momento in sostanza prevede che chi ha lavorato almeno 30 anni possa andare in pensione a 62 anni, percependo circa il 70% della pensione, ma potendo lavorare o come dipendente part time o come lavoratore autonomo, a condizione di non avere un reddito superiore a circa 130.000 euro. Comunque i dettagli sono estremamente complicati. La maggior parte dei lavoratori danesi che hanno i requisiti per l’ Efterløn lo richiedono.
Esistono due tipi di indennità di disoccupazione. Una è coperta dalla fiscalità generale e prevede come scritto, per chi è licenziato, una copertura del 95% in caso di reddito basso, minore con redditi alti, fino a 4 anni.
Ne esiste un’altra molto importante ma volontaria. Con un pagamento volontario, dipendente dai contratti, ma tra i 12 e i 20 euro mensili, si può estendere la copertura di disoccupazione anche all’autolicenziamento volontario del lavoratore. Questo ha grossi effetti sul tenere i salari danesi su livelli alti. E’ facile per un lavoratore danese abbandonare un datore di lavoro con bassi salari a favore di uno con salari più alti. Effetti sono anche il fatto paradossale e difficile da capire per i lavoratori non danesi che in linea di massima i lavoratori danesi non si oppongono all’outsourcing e alla delocalizzazione. Ma questo meriterebbe un’analisi molto più approfondita.
Anche se non c’entra niente con i fattori economici, la prosperità della Danimarca smentisce anch il mito italiano della necessità di governi stabili e forti. In Danimarca il sistema elettorale è proporzionale puro. L’instabilità politica è altissima. Nel dopoguerra ci sono stati 32 governi, con una durata media di pochi mesi superiore a quella italiana. Si è arrivati a votare 3 volte in uno stesso anno. La possibilità per i governi di ricorrere a decreti è limitatissima. Il potere politico è quindi molto minore che in Italia. Come anche il potere giudiziario. La Corte Suprema danese non può dichiarare l’incostituzionalità delle leggi. Il potere in genere è debole in Danimarca. Ma la prosperità danese è ai massimi mondiali. Forse il mito itaiano della necessità dei poteri forti non è affatto ovvia neanche in un contesto capitalista e liberale.
Questa non vuole essere una difesa del sistema danese, pieno anch’esso di ombre. Solo un invito ai vari Ichino di dire tutta la verità su come funziona la flexsecurity. La flexsecurity che ci propongono di security ha realmente poco.

per senzasoste.it, Francesco Lauri

30 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Sabato 31 Dicembre 2011 12:25

Mario Vattani. Fascista repubblichino a Roma, diplomatico italiano a Osaka. Una storia delll'Italia di oggi

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mario_vattaniIn seguito all'aggressione di due militanti del Pd a Roma, da parte di esponenti di destra ritenuti vicini a Casapound, l'Unità ha svolto un'inchiesta su Mario Vattani. Alle cronache il nome più noto è quello del padre, che è stato segretario generale del ministero degli esteri. Ma, non c'è da dubitarne, il figlio è destinato a superarlo in popolarità. Fino a pochi giorni fa per le cronache esistevano due figure: la prima è era quella di Katanga, militante dell'estrema destra, repubblichino dichiarato e storica figura della destra musicale militante romana. La seconda era quella di Mario Vattani, console italiano ad Osaka con una già lunga carriera diplomatica alle spalle. L'inchiesta dell'Unità, ripresa poi da Repubblica, ha unificato le due biografie nella stessa persona. Vattani, dopo un primo tentativo di minimizzare da parte del ministero degli esteri "sono fatti di costume privato", è stato infine deferito dalla Farnesina. L'attenzione pubblica al suo caso, sul quale c'è già una interpellanza parlamentare, sarà decisiva per la rimozione dal suo incarico. Non si può infatti servire la repubblica di Salò e, assieme, anche quella nata dalla resistenza. Una vicenda che, se letta in controluce, mostra tutto un ambiente istituzionale fatto di connivenze e di favoreggiamento con i fascisti. Vattani è stato anche per tre anni consigliere per i rapporti con l'estero del sindaco di Roma Alemanno. Una brutta storia che riguarda anche il centrosinistra. Che deve interrogarsi quanto abbia pagato in negativo la legittimazione di Casapound, con i dibattiti con la Concia e le petizioni simpatizzanti di Sansonetti, per far crescere un fenomeno pericoloso nell'Italia di oggi scossa dalla crisi. Vattani, vicino a Iannone, è infatti in area Casapound. Fa così il fascista del terzo millennio mostrando nostalgia per un fascismo, quello di Salò, di cui le sinistre gesta e la pericolosità dovrebbero essere note a tutti.

(red) 31 dicembre 2011

le fonti

Agenzia Asca

ASCA - Roma, 30 dic - Mario Vattani, console italiano a Osaka, e' stato deferito. La Farnesina ha preso questa decisione dopo che ieri un articolo comparso su l'Unita' ha svelato la ''doppia vita'' del funzionario.

''E' il console italiano a Osaka il leader del gruppo fascio-rock'' titola il pezzo, che testimonia dell'attivita' di Vattani come rocker di destra, leader del gruppo Sottofasciasemplice, esibitosi nel maggio di quest'anno a ''La tana delle tigri'', raduno organizzato da CasaPound.

La sua prima apparizione dal vivo, dopo anni di assidua attivita' musicale senza pero' mai uscire allo scoperto.

Vattani, classe 1966, conosciuto come Katanga negli ambienti della destra identitaria, fonda la band nel 1996, dopo una precedente esperienza come cantante negli Intolleranza.

La sua militanza nella scena della destra estrema prosegue di pari passo con la sua affermazione in campo diplomatico.

Figlio d'arte - il padre Umberto e' stato due volte Segretario Generale del Ministero degli Esteri - da ragazzo milita nel Fronte della Gioventu'. La carriera diplomatica inizia nel 1991: guida l'ufficio economico commerciale all'ambasciata di Tokyo, diventa console italiano al Cairo, viene chiamato da Gianni Alemanno come suo consigliere diplomatico durante le cariche di Ministro delle Politiche Agricole e di sindaco.

Ma non smette per questo di dedicarsi alla musica, tanto da incidere dischi con i Sottofasciasemplice per l'etichetta Rupe Tarpea, dai titoli combattivi quali ''Perseo'', ''Crociato'' e ''Filo Spinato'' e collaborare con il gruppo simbolo della scena, gli Zetazeroalfa.

Avrebbe forse potuto continuare senza quel peccato di hybris che lo ha portato a esibirsi in pubblico. E' stato infatti un video della serata, diffuso su Youtube, a far scattare l'identificazione tra Katanga e Vattani.

E, messo al corrente dell'accaduto, il ministro Terzi non ha potuto far altro che deferirlo alla Commissione disciplinare degli Esteri.

red/uda

http://www.asca.it/news-CasaPound__deferito_console_Vattani_dopo_partecipazione_a_concerto_rock-1109781-FOT.html

Video, Vattani si esibisce sul palco di Casapound

http://video.repubblica.it/cronaca/il-console-vattani-leader-del-gruppo-fascio-rock-sul-palco-di-casapound/84736/83125

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