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PER NON DIMENTICARE

3 anni fa Piombo Fuso su Gaza

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Sono passati tre anni dall’operazione israeliana Piombo Fuso nella striscia di Gaza, 22 giorni di bombardamenti di terra, cielo e mare che portarono alla morte  circa 1400 persone, tra cui moltissimi bambini, donne anziani e più di 5000 feriti.

fosforobianco_gazaIl 27 dicembre 2008 Israele decise che l’embargo a cui era sottoposta la Striscia di Gaza da anni non fosse più sufficiente e decise di sferrare questo attacco durissimo, i cui esiti purtroppo la popolazione di Gaza paga ancora a caro prezzo.

Ricordiamo i tantissimi morti, la distruzione di case, scuole, ospedali, serre agricole, edifici pubblici, ma sappiamo anche dei successivi decessi, dei neonati nati malformati, dei danni alla salute causati dalle bombe al fosforo, delle Dime e delle altre armi di distruzione di massa utilizzate dall’esercito israeliano.

Quei giorni sono raccontati da Vittorio Arrigoni nel suo libro “Restiamo Umani” e nonostante tre anni siano molti, nella Striscia di Gaza si vive ancora in una”prigione a cielo aperto”, in cui la dignità dell’uomo è continuamente messa sotto attacco, insieme allo stesso diritto di esistere.

E’ dovere oggi ricordare quei giorni, ma importante soprattutto è sostenere la lotta del popolo palestinese, che da più di 60 anni continua a combattere senza arrendersi.

Fino alla vittoria.

Redazione Infoaut

www.infoaut.org

Vedi anche

27 dicembre 2008: inizia l'operazione Piombo Fuso

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I servizi tedeschi hanno sabotato le indagini sui killer neonazisti?

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nazi_germaniaHanno assassinato 9 immigrati e una poliziotta, compiuto attentati e rapine. Ma, scoperti, si sono opportunamente suicidati cancellando molte prove dei loro crimini. E ora l'unica superstite della Nsu potrebbe farla franca. Anche grazie ai depistaggi dei servizi segreti

Sulle complicità tra servizi segreti tedeschi ed organizzazioni terroristiche neonaziste stanno emergendo sempre più elementi, anche se i quotidiani di Berlino si concentrano più che altro sugli aspetti ‘di costume’ della vicenda legata ai componenti della cosiddetta Nsu. Ad esempio nei giorni scorsi il quotidiano Sueddeutsche Zeitung parlava di Beate Zschaepe, l’unica superstite del gruppo di fuoco di ‘Clandestinità Nazionalsocialista’ sgominato a novembre, con toni da cronaca rosa: la 36enne, in carcere con altri quattro sospettati di aver favorito o partecipato alle attività criminali della Nsu, vive in isolamento con un'ora d'aria al giorno, a fumare una sigaretta dietro l'altra e a ricevere posta dai fan, comprese alcune proposte di matrimonio. Intanto è stato annunciato l’abbattimento della casa appartenente ai tre neonazisti ritenuti responsabili di aver ucciso 9 immigrati – otto turchi ed uno greco - ed una giovane poliziotta tra il 2000 ed il 2007. Il consiglio municipale di Zwickau vuole così tentare di eliminare ogni traccia della passata presenza della gang di estrema destra, anche perché la cittadina tedesca sarebbe nel frattempo diventata meta di pellegrinaggio non solo per turisti curiosi ma anche per neonazisti di varia provenienza. Gossip a parte, la Zschaepe si rifiuta di collaborare alle indagini e tiene la bocca chiusa. Anche perché sull’unica sopravvissuta della cellula neonazista la polizia tedesca sembra non avere prove sufficienti di una partecipazione diretta alla catena di omicidi.

Risultato dei depistaggi scientificamente orchestrati dai servizi segreti di Berlino? Può darsi. E’ la stessa polizia a lamentarsi delle coperture e del sostegno accordato alla Nsu da pezzi interi degli apparati di sicurezza tedeschi. Collaborazioni tali che non è chiaro se siano stati i servizi a infiltrarsi nei gruppi dell’estrema destra o il contrario. Il Bild am Sonntag è tornato a scrivere sul fatto che l'intelligence della Turingia ha sabotato il lavoro della polizia.
Secondo il giornale nel 2000 i servizi segreti locali hanno tentato, senza successo, di mettere a disposizione di un informatore e funzionario del partito di estrema destra Npd, Tino Brandt, alcune migliaia di marchi per procurare passaporti falsi al trio di persone riconosciute oggi come il nucleo dell'Nsu, responsabile di omicidi, attentati e rapine. L'intelligence sperava in questo modo di riportare allo scoperto Beate Zschaepe, Uwe Mundlos e Uwe Boehnhardt, spariti ‘nel nulla’ nel 1998 dopo il passaggio in clandestinità. Per arrivare a un contatto diretto con i tre ricercati i servizi puntavano a far affermare nel giro dell'estrema destra la figura di Brandt, allora a capo del gruppo 'Difesa della patria della Turingia’, gruppo formato per espresso intervento dei servizi, di cui faceva parte il trio. All'informatore dell'Npd i servizi avrebbero per questo confidato informazioni riservate sulle indagini della polizia in corso su di lui. Brandt - cui era stata promessa una ricompensa da 10mila marchi per la cattura dei tre - sarebbe stato avvisato che la sua casa era sotto controllo e quale tipo di automobile stesse usando la Polizia per i pedinamenti. In un caso gli ‘spioni’ avrebbero addirittura seguito l'auto della polizia che lo teneva d’occhio. Intanto secondo i responsabili dell’inchiesta i componenti della Nsu si sarebbero resi responsabili anche di una serie di attentati incendiari ai danni di immigrati turchi, ma non solo, nel territorio della Saarland. La Frankfurter Allgemeine Zeitung scrive che le attività della National Sozialistich Untergrund comprendeva una decina di roghi di case abitate da immigrati nella località di Volklingen che provocarono almeno 20 feriti, di cui alcuni gravi. Di fronte a questi nuovi sviluppi, le autorità del land hanno deciso di riaprire le indagini anche su un attentato dinamitardo contro un’esposizione dell’esercito nel 1999. All’epoca la Saarland ospitò un’esposizione contro i crimini dell’esercito nazista durante la seconda guerra mondiale. Un luogo simbolico, dato che il Bundesland fu un protettorato francese dopo la fine del conflitto, e ritornò alla Germania solo con un referendum popolare svoltosi nel 1957. L’esposizione fu duramente contestata dall’estrema destra e ora pare che tra gli organizzatori dei picchetti e delle minacce organizzate contro i responsabili della mostra ci fosse uno dei componenti della rete terroristica legata alla Nsu. Una rete terroristica ben più ampia di quello che gli inquirenti e i responsabili dell’ordine pubblico di Berlino lasciano intendere, e comunque ben più ramificata di quel manipolo di killer casualmente non più in grado di fornire elementi visto che si sono opportunamente ‘suicidati’. I complici della Zschaepe - il 38enne Uwe Mundlos e il 34enne Uwe Böhnardt - sarebbero stati infatti trovati già morti il 4 novembre scorso a Eisenach all'interno di un furgone da campeggio, segnalato alla polizia come veicolo di fuga dopo una rapina in banca. Secondo la controversa e contestata ricostruzione ufficiale, vistosi circondato dai poliziotti Mundlos avrebbe ucciso Böhnardt con un colpo di pistola alla testa e poi si sarebbe tolto la vita, non prima di aver dato fuoco al furgone cancellando numerose tracce. 
Della messa fuori legge - ventilata nelle scorse settimane anche da esponenti del governo Merkel - delle organizzazioni dell’estrema destra che si richiamano al neonazismo - non si parla più. Eppure la vicenda dell’NSU non è episodica né isolata. Sarebbero almeno altre 138 le persone uccise da attivisti dell’estrema destra tedesca solo dal 1990 ad oggi. Soprattutto immigrati, ma anche avversari politici, senzatetto considerati «asociali», agenti di polizia.

di Marco Santopadre per http://www.contropiano.org/

23 dicembre 2011

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L’Argentina in dieci anni dal collasso al rinascimento. Come liberarsi del Fondo Monetario Internazionale e vivere felici

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Esattamente dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.

argentina_obrerosIl cosiddetto “corralito”, il blocco dei conti correnti bancari dei cittadini, era stato l’ultimo passo di una vera guerra economica contro l’Argentina durata quasi cinquant’anni. L’FMI era stato il vero dominus del paese dal golpe contro Juan Domingo Perón nel 1955 fino a quel 19 dicembre 2001. Attraverso tre dittature militari, 30.000 desaparecidos e governi teoricamente democratici ma completamente sottomessi al “Washington consensus”, l’Argentina era passata dall’essere una delle prime dieci economie al mondo all’avere province con il 71% di denutrizione infantile, dalla piena occupazione al 42% di disoccupazione reale, da un’economia florida al debito pubblico pro-capite più alto al mondo. Con la parità col dollaro, e con la popolazione addormentata dalla continua orgia di televisione spazzatura dell’era Menem (1989-1999), il paese aveva dissipato un’invidiabile base manifatturiera e tecnologica. Nulla più si produceva e si spacciava che oramai fosse conveniente importare tutto in un paese che aveva accolto, realizzato e poi infranto il sogno di generazioni di migranti e da dove figli e nipoti di questi fuggivano.

In quei giorni, in quello che per decenni il FMI aveva considerato come il proprio “allievo prediletto”, salvo misconoscerlo all’evidenza del fallimento, non fu solo il sottoproletariato del Gran Buenos Aires ridotto alla miseria più nera a esplodere ma anche le classi medie urbane. Queste, che per decenni si erano fatte impaurire da timori rivoluzionari e d’instabilità, blandire da promesse di soldi facili e convincere che il sol dell’avvenire fosse la privatizzazione totale dello Stato e della democrazia, si univano in un solo grido contro la casta politica e finanziaria responsabile del disastro: “que se vayan todos”, che vadano via tutti. Era un movimento forte quello argentino, antesignano di quelli attuali, e solo parzialmente rifluito perché soddisfatto in molte delle richieste più importanti.

I passi successivi al disastro furono decisi e in direzione ostinata e contraria rispetto a quelli intrapresi nei 46 anni anteriori. Quegli argentini che a milioni si erano sentiti liberi di scegliere scuole e sanità private adesso erano costretti a tornare al pubblico trovandolo in macerie. Al default, che penalizzava chi speculava -anche in Italia- sulla miseria degli argentini, seguì la fine dell’irreale parità col dollaro. Le redini del paese furono prese dai superstiti di quella gioventù peronista degli anni ’70 che era stata sterminata dalla dittatura del 1976. Prima Néstor Kirchner e poi sua moglie Cristina Fernández, appoggiati in maniera crescente dagli imponenti movimenti sociali, con una politica economica prudente ma marcatamente redistributiva, hanno fatto scendere gli indici di povertà e indigenza a un quarto di quelli degli anni ‘90. Al dunque l’Argentina ha dimostrato che perfino un’altra economia di mercato è possibile e dal 2003 in avanti il paese cresce con ritmi tra il 7 e il 10% l’anno.

La crescita economica è stata favorita da una serie di fattori propri del nostro tempo, dall’aumento dei prezzi dell’export agricolo all’arrivo della Cina come partner economico. Soprattutto però i governi kirchneristi sono stati, con Brasile e Venezuela, i grandi motori dell’integrazione latinoamericana, una delle principali novità geopolitiche mondiali del decennio. Le date chiave di tale processo sono due: Nel 2005 a Mar del Plata, soprattutto la sinergia Kirchner-Lula stoppò il progetto dell’ALCA di George Bush, il mercato unico continentale che voleva trasformare l’intera America latina in una fabbrica a basso costo per le multinazionali statunitensi mettendo un continente intero a disposizione degli Stati Uniti per sostenere la competizione con la Cina. Nel 2006 l’Argentina e il Brasile, con l’aiuto di Hugo Chávez, chiusero i loro conti col FMI: “non abbiamo più bisogno dei vostri consigli interessati” dissero mettendo fine a mezzo secolo di sovranità limitata. Per anni i media mainstream mondiali hanno cercato di ridicolizzare il tentativo del popolo argentino di rialzare la testa, l’integrazione latinoamericana e la capacità del Sudamerica di affrancarsi dallo strapotere degli Stati Uniti e dell’FMI. A dieci anni di distanza, tirando le somme, ci si può levare qualche sassolino dalla scarpa su chi disinformasse su cosa. Ancora un anno fa, nel momento della morte di Néstor Kirchner i grandi media internazionali –quelli autodesignati come i più autorevoli al mondo- avevano di nuovo offeso la presidente, con un maschilismo vomitevole, descrivendola come una marionetta incapace di arrivare a fine mandato. Il popolo argentino la pensa diversamente e il 23 ottobre 2011 l’ha confermata alla presidenza al primo turno con il 54% dei voti.

Cristina, e prima di lei Néstor, ad una politica economica che ha permesso all’Argentina di riprendere in mano il proprio destino, affianca una politica sociale marcatamente progressista dai processi contro i violatori di diritti umani alle nozze omosessuali. Perfino nei media l’Argentina è oggi all’avanguardia nel mondo nella battaglia contro i monopoli dell’informazione: non più di un terzo può essere lasciato al mercato, il resto deve avere finalità sociali e culturali perché non di solo mercato è fatta la società.

A dieci anni dal crollo l’Argentina sta vincendo la scommessa della sua rinascita. I paradigmi neoliberali sono sbaragliati e dall’acqua alle poste alle aerolinee molti beni sono stati rinazionalizzati per il bene comune dopo essere stati privatizzati durante la notte neoliberale a beneficio di pochi corrotti. I soldi investiti in educazione sono passati dal 2 al 6.5% del PIL e… la lista potrebbe continuare. Basta un dato per concludere: dei 200.000 argentini che nei primi mesi del 2002 sbarcarono in Italia (tutti o quasi con passaporto italiano) alla ricerca di un futuro, oltre il 90% sono tornati indietro: “meglio, molto meglio, là”.

Video: Crisis de Diciembre de 2001, Argentina

tratto da http://www.gennarocarotenuto.it/

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Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Dicembre 2011 09:25

Ma cos'è questo debito?

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Debito. Una parola pesante. Una parola che mescola in modo inestricabile considerazioni morali e finanziarie… La lingua tedesca è eloquente a questo proposito dato che utilizza lo stesso termine, “Schuld”, sia per "debito" che per "colpa".

Borsa_ditoDebito. Una parola pesante. Una parola che mescola in modo inestricabile considerazioni morali e finanziarie… La lingua tedesca è eloquente a questo proposito dato che utilizza lo stesso termine, “Schuld”, sia per "debito" che per "colpa". Anche gli antropologi hanno molto da insegnarci in questa materia.

Marshall Sahlins (1) e Maurice Godelier (2), in modo particolare, hanno mostrato che la relazione di debito si inserisce sempre in un rapporto di potere. È il riconoscimento di un debito simbolico che ha condotto all'apparizione di società gerarchizzate, diseguali, dove alcuni vivono del lavoro degli altri.
Nell'Antichità, a causa dei debiti, si rischiava di diventare schiavi o di essere costretti ad abbandonare i propri figli (3). Spesso all'origine di un gran numero di rivolte sociali, il debito era una minaccia permanente per queste società antiche, una minaccia evitata con il ricorso a periodici annullamenti generali di debiti o dei limiti posti alle esigenze dei creditori. Fino a dove si impone l'obbligo di pagare i propri debiti? Quando il debito diventa illegittimo? Vecchie questioni che esplora David Graeber nel suo ultimo libro, Debt, the First 5000 Years, ma che sono di scottante attualità in un momento in cui il debito pubblico è il pretesto per una brutale punizione collettiva.
Il debito è un rapporto economico e morale che impegna sia il creditore che il debitore, ma è anche un rapporto politico i cui termini possono essere rivisti in ogni momento. Ricordare questo oggi è essenziale dato che lo sviluppo di forme di governo fondate sul debito tenta di santificare questa relazione diseguale.

In nome del debito, viene messo in atto un processo predatorio il cui obiettivo è di offrire nuove opportunità di profitto per rilanciare la macchina capitalista ingrippata dalla crisi. Privatizzazioni a prezzi di saldo, diminuzioni dei salari e delle pensioni, smantellamento dei servizi pubblici, sono altrettante sfaccettature dello stesso fenomeno, cioè del tentativo di rilanciare l'accumulazione del capitale offrendogli nuove opportunità di profitto a spese di ricchezze precedentemente appannaggio della popolazione in generale oppure di un determinato settore della società.
Per opporsi a questa ondata di espropriazioni, per tentare di uscire da questo incubo, è necessaria una premessa: smascherare quello che s' intende per debito.
Si tratta innanzitutto di insistere sul fatto che il debito pubblico contrattato sui mercati finanziari liberalizzati è l'altra faccia della medaglia dell'austerità: il finanziamento delle amministrazioni pubbliche sui mercati è il meccanismo che permette un ricatto permanente attraverso i tassi di interesse. Altre forme di finanziamento sono esistite in passato. In Francia, fino alla soppressione dei "planchers d'effet publics" [obbligo fatto alle banche di detenere almeno una percentuale dei loro averi in buoni del Tesoro pubblico NdT] alla fine degli anni 1960, le banche erano in questo modo obbligate a contribuire al finanziamento dello Stato. Inoltre, contrariamente a quello che succede con la BCE, la banca centrale era autorizzata ad offrire garanzie illimitate ai titoli pubblici, scoraggiando nel contempo la speculazione (come è sempre il caso negli Stati Uniti e in Giappone).

Malgrado ciò, non ci sono soluzioni monetarie magiche alla crisi del debito. Nell'immediato, è vero che garanzie da parte della banca centrale potrebbero permettere di ottenere un termine supplementare ed evitare la spirale depressiva che sta per colpire l'Europa. Ma quello che c'è in gioco, fondamentalmente, è la nuova fase del conflitto endemico proprio a quello che Wolfgang Streeck chiama il "capitalismo democratico". Questo conflitto di ripartizione oppone, da un lato, le esigenze delle popolazioni - in termini di servizi pubblici, di protezione sociale e di salari - nella misura in cui si ritrascrivono in maniera deformata nelle istituzioni politiche e sociali; dall’altro vi sono le esigenze di redditività avanzate dai mercati capitalisti. Questa contraddizione, quando non può più essere contenuta dalla dinamica del sistema come nel dopoguerra, prende differenti forme: inflazione negli anni 1970, debito pubblico negli anni 1980, indebitamento privato negli anni 1990 e 2000 nei paesi anglosassoni o in Spagna.

L'aumento dell'indebitamento - che è, in questo periodo storico, solo un nome diverso con il quale indicare la finanza - ha permesso temporaneamente di spostare questo conflitto nel tempo, di dare l'illusione che i bisogni delle popolazioni e le esigenze del capitale potevano essere conciliate. La liberalizzazione della finanza e la sofisticazione estrema attraverso la moltiplicazione dei prodotti derivati non è stato che un gioco di prestigio che ha permesso di gonfiare un po' di più questa accozzaglia di promesse non onorabili. La crisi ha decretato la morte di questa chimera. Gli Stati sono venuti in soccorso al sistema finanziario ma, con l'erosione della fiducia sui titoli del debito pubblico, assistiamo a un meraviglioso effetto boomerang: il sistema finanziario si blocca, minacciando ancora un volta le banche di grounding. Ritorno al mittente, non ci sono altre soluzioni che iniziare una triste operazione di sgonfiamento la cui ampiezza non può essere ridotta che con l'austerità e le privatizzazioni. È in questo quadro che si pone la questione della legittimità del debito.
In Europa oggi, il debito pubblico non è odioso nello stessa misura di quello contrattato, per esempio, dalle dittature latinoamericane negli anni 1970. Ma non per questo può essere considerato legittimo4.

La prima cosa da sottolineare è che l'esplosione del debito pubblico è la conseguenza diretta dei piani di salvataggio del sistema bancario e di rilancio delle attività nel 2008-2009; ma, soprattutto, della diminuzione di entrate fiscali legata alla crisi. Il costo di questa crisi il cui punto d'innesco è la sfera finanziaria, è stato così trasferito agli Stati: il debito pubblico della Francia è passato dal 63.7 per cento del PIL a fine 2007 all'86.2 per cento nel giugno 2011; quello dell'Irlanda e della Spagna sono rispettivamente saliti dal 25 al 79.7 per cento e dal 36.2 al 62.3 per cento tra il 2007 e il 2010.
Sul più lungo periodo, l'utilizzazo dei mezzi finanziari resi disponibili dall'indebitamento è un altro aspetto del problema. Ci sono dei casi particolari che non mancano di una certa ironia: la Grecia è il paese in Europa che ha il più alto livello di spese d'armamento in proporzione al suo PIL (3.2 per cento nel 2009)… e i suoi principali fornitori sono la Francia e la Germania, che sono anche i suoi principali creditori esterni! Ma un fenomeno più generale concerne l'evoluzione della fiscalità. Se nella maggioranza dei paesi, i prelievi obbligatori non sono diminuiti nel corso degli ultimi decenni, al contrario i tassi di imposizione fiscale dei più ricchi sono crollati dappertutto.
L'aumento del debito pubblico prima della crisi è così sovente il corollario di una fiscalità violentemente anti-redistributiva, particolarmente in Francia come hanno dimostrato Camille Landais, Thomas Piketty e Emmanuel Saez (5). A tutto ciò si aggiunge una diminuzione dei prelievi sul capitale che viene a gravare ulteriormente sulle entrate delle amministrazioni pubbliche, in seguito agli alleggerimenti e agli esoneri dall'imposizione accordati alle imprese, le nicchie fiscali e le disposizioni specifiche come il "credito imposte ricerca". Le somme in gioco, in un paese come la Francia, sono considerevoli: 172 miliardi di euro di mancate entrate nel 2010 vale a dire del 8.9 per cento del PIL della Francia! (6). Inoltre, questi nuovi privilegi dei ricchi e del capitale sono rafforzati da un libero accesso ai paradisi fiscali. L'8 per cento della ricchezza mondiale si trova in questi paradisi fiscali o sfugge all'imposizione. In Francia, la parte dei redditi dell'1 per cento più ricco ammonterebbe infatti a circa il 20 per cento del reddito globale, contro la metà (10 per cento), se si considerano i dati basati sui conti nazionali.
Esiste così una relazione tra, da un lato, l'evoluzione della fiscalità che ha favorito l'aumento delle disuguaglianze dei redditi e una ripartizione delle ricchezze prodotta in sfavore del lavoro; e, d'altro canto, un aumento dell'indebitamento pubblico che è venuto a sostituire le entrate fiscali mancanti.

Un'ultima dimensione, forse ancora più essenziale, consiste nel concentrarsi sugli effetti delle misure di austerità prese in nome del rimborso del debito. Se gli individui non sono direttamente ridotti in schiavitù, la violenza strutturale che implica il "governo attraverso il debito" non è meno spaventosa.
Generalizzazione della disoccupazione e della povertà costituiscono gli aspetti più conosciuti del sifone nel quale si dislocano delle società aspirate dall'austerità. Le ferite sono profonde. Uno studio pubblicato in The Lancet stabilisce una constatazione allarmante sull'evoluzione della situazione in Grecia -paese all'avanguardia del processo di impoverimento attraverso il debito: tra il 2007 e il 2009 i bilanci degli ospedali sono diminuiti del 40 per cento, si osserva un aumento del 14 per cento del numero dei Greci che si considerano in cattiva o molto cattiva salute. Il numero dei suicidi è aumentato del 17 per cento e la tendenza si è ulteriormente accelerata: più 25 per cento nel 2010 rispetto al 2009, e più 40 nel primo semestre del 2011 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Allora, il debito fino a dove? Cresciuto per ammortizzare lo choc del crollo finanziario e per compensare i privilegi conquistati dal capitale e dagli alti redditi, questo debito non è quello del 99 per cento della popolazione. Il prezzo richiesto per pagarlo non è accettabile: onorarlo significa rinunciare ai diritti sociali, schiacciare i redditi e, infine, lacerare quello che resta di spese collettive che permettono di tenere insieme la società. Soprattutto, significherebbe abdicare la propria dignità accettare di sottoporsi ulteriormente al potere del capitale centralizzato sotto la finanza. Ovunque si esercita il ricatto con il debito pubblico, un fronte unico contro l'austerità può costruirsi. I diktat della finanza possono essere rifiutati. Questo significa interrompere i rimborsi - una moratoria - e stabilire chiaramente chi sono i creditori -attraverso un audit - alfine di definire la parte del debito che può essere rimborsata e quella che deve essere annullata. Senza dubbio le banche e il sistema finanziario come funzionano adesso non reggerebbero il colpo: ma quali rimorsi potremmo avere? Esiste un'alternativa: nazionalizzare gli istituti finanziari e poi mettere in campo un sistema socializzato del credito (7).

Cedric Durand

* articolo apparso il 7 novembre 2011 sulla versione elettronica della rivista Contretemps (www.contretemps.eu). La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

1. Marshall Sahlins, Âge de pierre, âge d'abondance: l'économie des sociétés primitives, Gallimard, 1972 (prefazione di Pierre Clastres).
2. Maurice Godelier, Au fondement des sociétés humaines : Ce que nous apprend l'anthropologie, Albin Michel, 2007, capitolo 6.
3. Cfr per esempio Moses Finley, Économie et société en Grèce ancienne, La Découverte, 2007 e L'Économie antique, Minuit, 1975.

4. Cfr François Chesnais, Les dette illégitimes, Paris: Raisons d'Agir, 2011. L'introduzione è disponibile qui :http://www.contretemps.eu/lectures/bonnes-feuilles-%C2%AB-dettes-ill%C3%A9gitimes-%C2%BB-fran%C3%A7ois-chesnais.

5. La definizione della fiscalità ritenuta da questi autori è problematica perché include le trattenute sociali. Su questo punto vedi Philippe Légé, " Une nouvelle fiscalité " in Les Économistes atterrés, Changer d'économie !, Les Liens qui libèrent, uscita in gennaio 2012.
6. Conseil des prélèvements obligatoires, Entreprises et "niches" fiscales et sociales - Des dispositifs dérogatoires nombreux, octobre 2010, http://www.ccomptes.fr/fr/CPO/documents/divers/Rapport_de_synthese_Entre....
7. Cfr Frédéric Lordon, La crise de trop, Reconstruction d'un monde failli, Fayard, 2009. Un riassunto è disponibile qui: http://www.contretemps.eu/lectures/propos-dernier-livre-frederic-lordon.

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Perché Tondelli vent'anni dopo non è più (apparentemente) un punto di riferimento?

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tondelliNel 20° anniversario della scomparsa di Tondelli, poche città ricordano l'autore emiliano. Correggio, Bologna, Riccione, Trento e Livorno, che organizza una due giorni dal titolo "Un weekend postmoderno" ispirata a l'Immaginario tondelliano ovvero agli oggetti, le canzoni, le letture e le visioni di cui l'autore ha raccontato nei suoi libri. Qui di seguito un articolo curato da affaritaliani.it accompagnato da quattro racconti, per capire cosa resta oggi nella testa di autori, editori, musicisti dello scrittore. (red.)

Il 16 dicembre sono trascorsi vent'anni dalla scomparsa di Pier Vittorio Tondelli, autore amatodiato, mitizzato, spesso discusso, a lungo compianto, non sempre capito. Ma cosa resta di Tondelli oggi? Lo abbiamo chiesto a uno scopritore di talenti (tra i più apprezzati nell'editoria italiana), a un "giovane" autore (anche editor),  all'editore (e scrittore) che sta riportando al centro dell'attenzione il marchio indipendente che, negli anni '80, grazie alle antologie "Under 25", dalle Marche raggiunse un'attenzione nazionale e internazionale, e a un "cantante-scrittore".
Gabriele Dadati, scrittore ed editor (di Laurana) classe '82, è tra i pochi autori della sua generazione per cui Tondelli rappresenta molto. Sì perché da gran parte degli scrittori (e lettori) under 30 di oggi, l'autore di "Camere separate" non è più sentito "vicino" (da tutti i punti di vista). Anche su questo aspetto dice la sua, in un intervento che risponde alla domanda "Tondelli è stato solo un cronista della sua epoca o ha lasciato qualcosa di importante ai giovani scrittori e lettori d’oggi?", Leonardo Giovanni Luccone, editor, traduttore, agente letterario, talent scout, fondatore della rivista "Watt" e di "Oblique". Giulio Milani, editore della "nuova" Transeuropa, che ha riportato in libreria il marchio portato al successo negli anni '80 da Tondelli e Massimo Canalini, spiega come sta cercando di "tradire creativamente" lo scrittore morto a 36 anni di Aids a pochi giorni dal Natale 1991. Dal canto suo, Max Collini, leader della band emiliana Offlaga Disco Pax, è uno dei "rocker indipendenti" italiani più dotati dal punto di vista letterario (non a caso, è autore di un riuscito racconto ospitato dall'antologia  "Cosa volete sentire - compilation di racconti di cantautori italiani", da poche settimane in libreria per Minimum Fax): con la consueta auto-ironia, Collini su Affaritaliani.it racconta  il suo contraddittorio rapporto con i libri dell'autore di "Altri libertini".

I quattro interventi


di Leonardo Giovanni Luccone
(editor, traduttore, agente letterario, talent scout, tra i fondatore della rivista "Watt" e di "Oblique"

Una delle poche volte che Tondelli ha provato a definire la sua scrittura ha detto: 'Sono il narratore che mette in scena la superficie; consapevole che questa superficie è la nostra crosta, la crosta della contemporaneità, ma allo stesso tempo diventa anche sostanza'. La sostanza, se c’è, sta in prossimità della crosta quindi. Su questa dichiarazione di intenti (o riflessione a posteriori) occorre fare un ragionamento, partendo dalla constatazione che per Tondelli la scrittura era soprattutto di dominio individuale. Nonostante sia riconosciuto come l’alfiere di un’ondata di scrittori – e tecnicamente lo è stato, come scrittore che ispira e innesca altri scrittori e come scout che ne canalizza altri, e lo è stato da una piccola piazza, seppur privilegiata, come Transeuropa sul finire degli anni Ottanta –, Tondelli era lucidamente cosciente che non possono esistere movimenti di giovani scrittori e che egli stesso non poteva rappresentare nulla di diverso da ciò che scriveva. 'Preferisco quelle scritture che tentano una mimesi con il parlato, che fanno ricorso allo slang giovanile' scrisse nella premessa alla sua ricerca (o ascolto) di nuovi narratori. L’operazione "Under 25" è stato il più significativo carotaggio della contemporaneità di allora. Lui stesso l’ha definita 'un’inchiesta sulla creatività delle nuove generazioni condotta con gli strumenti della narrazione'. 'La mia ambizione è stata quella di introdurre una certa novità linguistica'. A Tondelli si deve riconoscere questo: ha indotto a riflettere su una scrittura che non disdegnasse di compromettersi con la contemporaneità, una scrittura che fosse fiera della sua ibridizzazione con altri linguaggi. Questa audacia di scrittore e scout spiega in parte perché i suoi romanzi sono poco letti dai nuovi lettori. Tondelli è stato un fedele testimone di sé stesso nel suo tempo ("Altri libertini" esce nel 1980, "Un weekend postmoderno" nel 1990) e di quel decennio incarna l’ecletticità ubriaca e le contraddizioni. In lui si trovano i migliori segni grafici e la migliore musica degli anni Ottanta ma anche i relitti e la paccottiglia, quelle capigliature troppo gonfie e quegli accostamenti di colori che fanno sorridere. È certo che Tondelli è stato un poco inghiottito dal suo tempo, e il lettore di oggi è respinto da una scrittura che trasuda tutto questo. È un bene che nessuno legga Tondelli per una curiosità da revival o come si ascolta un pezzo degli Wham! Tondelli, però, i lettori giovani dovrebbero leggerlo integralmente, perché piaccia o non piaccia trasmette l’urto di una discontinuità individuale, una voce che lucida grida il disagio dell’appartenenza. Ci sono pagine sorprendenti in "Altri libertini" e in "Camere separate", e non sono solo la superficie di un’epoca e di un’anima ma il pittogramma, il logo di una sensazione che ha scavalcato il secolo. Quella di Tondelli è una lingua ipermediata che spunta continuamente nella ricerca letteraria degli anni successivi sia in termini di mescolanza alto-basso sia in termini di eccessi stilistici. Anche se non lo si legge direttamente, Tondelli rimbomba in molti scrittori contemporanei che non sapranno mai a chi devono dire grazie o chi devono maledire.

di Gabriele Dadati
(scrittore ed editor della Laurana)

Ero alla fine del liceo quando ho comprato la copia che ancora conservo di 'Altri libertini' di Pier Vittorio Tondelli. Si trattava di uno di quei tascabili Feltrinelli che mi sembrava completassero il Novecento per come lo conoscevo (a scuola non mi avevano mai detto che esisteva Gianni Celati, e cos'era la scrittura per Bukowski, e tanto altro ancora). Mi ero letto le duecento paginette e più o meno a metà avevo trovato una straordinaria frase sull'amore. Che frase era? Non lo so. Perché mi aveva colpito? Non lo so. So che era straordinaria – non banale, ma giusta – e che stava più o meno a metà del libro, nella parte alta della pagina. Sapevo che a cercarla, l'avrei ritrovata. Lo so ancora oggi. Quando vorrò, potrò riaprire questo libro comparso nella mia vita dodici anni fa e con un po' di pazienza ripescare quella frase che ho amato e che non ricordo. Però, da dodici anni a questa parte, non ne sento l'esigenza. Perché non conoscere quella frase, ma sapere che c'è, è per me il senso di tutta la narrativa di Pier Vittorio Tondelli. Sempre, nei suoi libri, ci sono frasi toccate dalla grazia che dicono qualcosa di assolutamente vero e utile per il lettore. Sono il patrimonio che ci lascia. Sono una sensazione, un cuore pulsante, e con tutta evidenza si sedimentano in chi ama i suoi libri, e sono vive, e agiscono in noi. So che nei libri di Pier Vittorio Tondelli – anche nel bistrattato 'Rimini', che io invece amo, o nel modesto 'Pao Pao' – ci sono dentro cose che sono trasmigrate in me e mi permettono di vedere il mondo in una maniera piuttosto che in un'altra. Non è poco.

di Giulio Milani
(scrittore ed editore della "nuova" Transeuropa)

Non ho conosciuto Tondelli, se non nei ricordi a braccio degli scrittori e degli editori che hanno collaborato con lui, o degli amici di infanzia e di gioventù. Leggendo le sue lettere inedite alla fidanzata di Correggio, lettere che risalgono ai tempi dell'università di Bologna e s'interrompono al momento dell'incontro con l'editor Aldo Tagliaferri e della pubblicazione di "Altri libertini", ho creduto di scorgervi l'applicazione romanzata delle teorie di Girard sulle triangolazioni mimetiche del desiderio. Provata o meno che sia, questa ipotesi di lavoro mi ha condotto all'interno di un laboratorio segreto grazie al quale ho potuto inventarmi un modello, una tradizione letteraria ed editoriale, da tradire creativamente nel corso della mia successiva esperienza. Non ho conosciuto Tondelli, dunque, ma l'ho "riconosciuto" nella figura di editore, scrittore e mentore che io stesso ho elaborato col contributo delle persone che hanno accompagnato fin qui il nostro percorso. Per questo non amo troppo gli anniversari, anche se ne comprendo l'utilità, e mal sopporto certi elogi tardivi dei suoi contemporanei che suonano come altrettante "cerimonie di seppellimento": specie quando riguardano chi è già resuscitato tra i posteri e non perde la capacità, misteriosamente, di lasciarsi interrogare ancor oggi da più prospettive.


di Max Collini
(cantante della band emiliana Offlaga Disco Pax)
Ho letto Pier Vittorio Tondelli molto presto, appena dopo l'uscita di “Altri Libertini”. Ero un ragazzino di prima superiore che frequentava il tecnico per geometri  di Reggio Emilia e il mio insegnante di lettere, Marcello Bagnacani, mi consigliò quel libro di un giovane autore di Correggio. Uno delle nostre parti di cui si faceva un gran parlare. Motivato a compiacere il docente andai a comprarlo, non avendo la minima idea di cosa avrei trovato. Restai un poco traumatizzato sia dal contenuto sia dal fatto che proprio un insegnante mi indicasse un testo del genere. Venivo dai quartieri popolari e tenevo i professori in gran conto, la cosa non mi tornava.  Gli aspetti letterari, il linguaggio crudo e il paesaggio umano erano troppo sofisticati per la mia sensibilità di allora, che invece si soffermò solo sulle questioni materiali, sulle parole forti e sulle crude descrizioni sessuali, che mi parvero assai illecite rispetto alla mie normali fantasie, limitate all'ispirazione di qualche pornazzo di contrabbando. Non lo capii, proprio per niente. Anche il secondo tentativo ("Pao Pao") fu disastroso. Tutta quella omosessualità sbandierata ai quattro venti cozzava con la mia ancora (ahimè) non praticata ortodossia etero. Stabilii che Tondelli non era per me, anche se parlava di cose che conoscevo bene, anche se era di qui, anche se avrebbe invece meritato più attenzione. Solo con la raccolta di saggi, articoli e altro denominata "Un weekend postmoderno" mi pacificai, trovando in quel lungo volume il Tondelli cronista e testimone di un'epoca per me formativa e importantissima e infatti è ancora adesso quello che più mi piace di lui. Qualche anno fa mi hanno chiesto di leggere qualcosa di suo a Firenze, in una serata che lo tributava. In quanto conterraneo gli organizzatori mi ritenevano a lui debitore per i miei racconti più  dolenti legati ai primi anni ottanta. Forse è anche vero, ma certamente si tratta di una cosa non voluta: quando ho iniziato a scrivere, all'inizio degli anni zero, non aprivo Tondelli da secoli. Comprai di nuovo "Altri Libertini" che avevo perso in qualche trasloco o prestato a chissà chi, perché volevo riaffrontare la famosa "pera", probabilmente la parte che ne decretò il sequestro provvisorio alla sua comparsa in libreria. Con mia somma sorpresa ho avuto la conferma che, appunto, non ci avevo mai capito molto di quelle letture adolescenti. Colei che nei miei ricordi era “la” Giusy, la tizia che infilava l'ago con la dose di eroina direttamente nel membro di Bibo nelle latrine del "Postoristoro", si rivelava essere un uomo. Nel racconto era sempre declinato al maschile ma nella mia testa di giovane maschio sedicente etero non poteva essere visto come tale. Nella mia memoria era sempre rimasto una donna, nonostante l'evidenza della narrazione. Da qualche tempo ho un progetto di letture dal vivo di autori contemporanei che mi piacciono, soprattutto emiliani. In quelle occasioni Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò sonorizza queste letture, tra cui è sempre compresa quella di "Postoristoro", che per me resta una delle cose più dure mai scritte sulla dipendenza e forse tra le più dure mai scritte su qualunque altro argomento. Quando leggo in pubblico quel brano mi tocca dire, e pure amplificate al microfono, più bestemmie di quante ne abbia mai dette in tutta la mia vita precedente.

Antonio Prudenzano

tratto da affaritaliani.it

17 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Sabato 17 Dicembre 2011 10:32

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