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PER NON DIMENTICARE

24 marzo 1976, colpo di Stato in Argentina. In ricordo di Rodolfo Walsh

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Vita avventurosa di un sovversivo: Rodolfo Walsh

24 marzo 1976: colpo di Stato in Argentina. Ricordiamo un grande scrittore e combattente antifascista argentino e con lui tutte le vittime dei militari assassini

rodolfo_walshRodolfo Walsh nasce nel 1927 in Patagonia da una famiglia di origine irlandese. Nel 1957 diventa famoso per Operación Masacre, un libro considerato un capolavoro del giornalismo investigativo, dove racconta una strage di civili avvenuta l’anno prima per mano dell’esercito durante la dittatura del generale Aramburu.

Dopo la rivoluzione cubana si trasferisce a L’Avana dove è tra i fondatori di Prensa Latina con Jorge Masetti e Gabriel García Marquez. A Cuba il suo scoop più clamoroso: riesce a decifrare un messaggio in codice della CIA sul tentativo di invasione alla Baia dei Porci, sventando l’attacco di sorpresa.

Tre anni dopo torna in Argentina, e quando i Montoneros giustiziano Aramburu aderisce all’organizzazione e fonda il quotidiano Noticias: ritiene prioritaria la battaglia sul terreno della controinformazione rispetto alla lotta armata. Dopo il 24 marzo 1976 (colpo di Stato di Videla, Agosti e Massera) crea l’ANCLA (Agenzia di Notizie Clandestina).

Il 29 settembre 1976 la figlia ventiseienne Vicki e altri quattro militanti dei Montoneros vengono intercettati dall’esercito in una casa di Buenos Aires. Un soldato racconterà: «Il combattimento è durato un’ora e mezza. Un uomo e una ragazza sparavano dall’alto; la ragazza richiamò la nostra attenzione perché ogni volta che sparavano una raffica e noi ci gettavamo in terra lei rideva». Accerchiata, Vicki si uccide per non cadere viva in mano ai torturatori.

Per ricordare la figlia Rodolfo scrive Lettera ai miei amici.

Il 24 marzo 1977, primo anniversario del golpe, Rodolfo scrive Lettera aperta alla Giunta Militare, dove con straordinaria lucidità descrive il terrorismo di Stato come  presupposto per l’attuazione del neoliberismo più estremista. Il giorno dopo, mentre diffonde il documento, viene individuato in base alla confessione di un prigioniero torturato. Vogliono catturarlo vivo per portarlo all’ESMA, il più famigerato centro di tortura e sterminio della Giunta. Rodolfo apre il fuoco sugli sbirri fascisti e viene colpito. All’ESMA arriva già morto. Non sono riusciti a torturare neanche lui.

L’altra sua figlia, Patricia, è attualmente deputata al parlamento argentino.

 ***

Da Lettera aperta alla Giunta militare

Buenos Aires, 24 marzo 1977

La censura sulla stampa, la persecuzione degli intellettuali, la violazione della mia casa nel Tigre, l’assassinio di amici cari e la perdita di una figlia che è morta combattendovi sono alcuni dei fatti che mi obbligano a questa forma di espressione clandestina, dopo aver discusso liberamente come scrittore e giornalista durante quasi trent’anni.
Il primo anniversario di codesta Giunta militare è stato occasione di un bilancio dell’attività di governo in documenti e discorsi ufficiali, nei quali ciò che voi chiamate successi sono errori, ciò che riconoscete come errori sono delitti e ciò che omettete sono calamità.

(...)
Avete restaurato la corrente di idee e interessi di minoranze sconfitte che ostacolano lo sviluppo delle forze produttive, sfruttano il popolo e disgregano la Nazione. Una tale politica si può imporre solo temporaneamente, proibendo i partiti, commissariando i sindacati, imbavagliando la stampa e instaurando il terrore più profondo che la società argentina abbia conosciuto.
Quindicimila scomparsi, diecimila detenuti, quattromila morti, decine di migliaia di esiliati sono la nuda cifra di codesto terrore.
Riempite le carceri ordinarie, avete creato nelle principali guarnigioni del paese virtuali campi di concentramento nei quali non sono ammessi giudici, avvocati, giornalisti, osservatori internazionali. Il segreto militare dei procedimenti, invocato come necessità dell’indagine, trasforma la maggior parte delle detenzioni in sequestri che consentono la tortura senza limiti e la fucilazione senza processo.
Più di settemila ricorsi di habeas corpus hanno ricevuto risposta negativa quest’ultimo anno. In altre migliaia di casi di scomparsa il ricorso non è stato neppure presentato, poiché si sa in anticipo la sua inutilità o perché non trova avvocato che osi presentarlo, dopo che i cinquanta o sessanta che lo facevano sono stati a loro volta sequestrati.
In codesto modo voi avete liberato la tortura da ogni limite di tempo. Se il detenuto non esiste, non c’è possibilità di presentarlo al giudice entro dieci giorni, così come impone la legge, rispettata persino negli eccessi repressivi di precedenti dittature.

(...)

Nella politica economica di codesto governo si deve ricercare non solo la spiegazione dei vostri crimini, ma una maggiore atrocità, la condanna di milioni di esseri umani alla miseria pianificata.

In un anno avete ridotto il salario reale dei lavoratori al 40%, diminuito al 30% la loro partecipazione al reddito nazionale, elevato da 6 a 18 ore la giornata lavorativa di cui un operaio ha bisogno per la spesa della sua famiglia, resuscitando così forme di lavoro forzato che non rimangono nemmeno negli ultimi insediamenti coloniali. Comprimendo i salari col calcio del fucile mentre i prezzi salgono sulla punta delle baionette, abolendo ogni forma di protesta collettiva, vietando assemblee e commissioni interne, allungando orari, aumentando la disoccupazione al record del 9%, promettendo di aumentarla con 300mila nuovi licenziamenti, avete retrocesso i rapporti di produzione agli inizi dell’età industriale e quando i lavoratori hanno voluto protestare li avete chiamati sovversivi, sequestrando interi gruppi di delegati, che in alcuni casi sono riapparsi morti e in altri non sono riapparsi.

I risultati di tale politica sono stati fulminanti. In questo primo anno di governo il consumo alimentare è diminuito del 40%, quello di vestiario del 50%, quello di medicine è praticamente scomparso negli strati popolari. E ci sono zone nel Gran Buenos Aires dove la mortalità infantile supera il 30%, cifra che ci eguaglia alla Rodesia, al Dahomey e alle Guaiane, infermità come la diarrea estiva, i parassiti e persino la rabbia per le quali le cifre si accostano a record mondiali o li superano. Come se queste fossero mete desiderate e cercate, voi avete ridotto il bilancio della sanità pubblica a meno di un terzo delle spese militari, persino abolendo gli ospedali gratuiti, mentre centinaia di medici, di professionisti e di tecnici si aggiungono all’esodo provocato dal terrore, dai bassi salari o dalla «razionalizzazione»

(...)

Leggi il documento integrale qui

Per senza Soste, Nello Gradirà

24 marzo 2010

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Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Marzo 2010 16:50

Giovedì 25 marzo: Tor Vergata Antifascista

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Appello per il corteo antifascista di Tor Vergata
Giovedi 25 marzo - ore 13 - Ritrovo a Medicina

antifaTutti sono a conoscenza che le organizzazioni denominate "Blocco Studentesco" e "Casapound" sono dichiaratamente neofasciste.

Tutti sanno che si tratta di picchiatori allenati a far male, ad agire in branco e ben protetti dai piani alti della politica e delle forze dell'ordine mandati nelle strade con la chiara funzione di provocare e reprimere.

Una delle vecchie armi del Potere che insieme ad un complesso sistema di controllo ha come obiettivo quello di limitare la libertà di autogestione delle nostre vite affinché resti sempre alto l'interesse del capitale.

Tutti ricordano gli sprangatori tricolori che furono cacciati da Piazza Navona e,del loro tentativo di infiltrarsi nel movimento studentesco (come sarebbe piaciuto a Francesco Cossiga..).

Tutti sanno che i "fascisti del terzo millennio" sono un fenomeno mediatico, costruito a tavolino e pubblicizzato attraverso alcuni mezzi di informazione per renderli più presentabili all'opinione pubblica.

Tutti sanno che a Roma e dintorni non superano la cifra di 100 persone, dai 20 ai 50 anni di età, di cui si conoscono i "curriculum".
Tutti sanno che è dal giugno 2008 che i neofascisti di questi gruppi tentano di mettere radici nell'Ateneo di Tor Vergata e che, per questo motivo, hanno sempre e ribadiamo SEMPRE, trovato una forte resistenza.
Tutti, amministrazione dell'Ateneo in primis, erano informati sulle minacce, le intimidazioni e le aggressioni fisiche che Blocco Studentesco, coadiuvato dai "vecchi" di Casapound, ha perpetrato dentro l'università di Tor Vergata dai primi casi di ottobre 2008 fino all'ultimo datato il 27 gennaio scorso.

Nell'impossibilità per loro di poter trovare agibilità nel secondo Ateneo romano ed in vista delle elezioni regionali, nelle quali appoggiano Renata Polverini, e di quelle studentesche previste tra poche settimane, i neofascisti di Blocco e Casapound ce li siamo ritrovati a Giurisprudenza, sede del Rettorato, per di più patrocinati e finanziati dall'Università stessa, presentandosi attraverso un'associazione ad essi legata.

Da studenti e studentesse antifascisti/e abbiamo nuovamente agito, pur sapendo di quali infamate possono essere capaci questi soggetti e di quali importanti sostegni politici essi godono.

Sia lunedì 15 che martedì 16 si è trattato di due AGGRESSIONI FASCISTE: cinque studenti, una studentessa e un impiegato dell'università feriti dagli squadristi e refertati al Policlinico lunedì mattina. Otto studenti ed una studentessa fermati dalla Polizia durante il secondo agguato ed un altro studente ferito.

Respingiamo ogni tentativo di equiparazione ed equidistanza con organizzazioni squadriste perché il Collettivo e gli altri studenti/esse antifascisti/e hanno sempre agito alla luce del sole e mai si sono resi responsabili di episodi di violenza in oltre venti anni di attività.

Non staremo qui a piangerci addosso né rinunceremo al nostro costante impegno nelle lotte dentro e fuori un'università che rimarrà impermeabile alle infiltrazioni di razzisti, omofobi e fascisti come quelli che continuiamo a trovarci dinnanzi. La nostra presenza qui, insieme ai/alle feriti/e, dimostra che i loro piani sono già falliti.

Quello che sta avvenendo coinvolge tutti/e, ed è ai singoli e alle realtà che ci rivolgiamo, affinché continuino non solo ad esprimerci la propria solidarietà ma siano effettivamente presenti nelle forme e nelle pratiche ritenute più opportune. Ciascuno faccia la propria parte, noi la stiamo già facendo, da sempre.

Invitiamo tutti/e a partecipare al corteo antifascista che abbiamo convocato per giovedì 25 marzo, con ritrovo alla 13.00 nei pressi della Facoltà di Medicina (via Montpellier - capolinea ATAC 500)
Attraverseremo il campus universitario per giungere a inchiodare alla proprie responsabilità l'amministrazione presso il Rettorato. Sappiamo bene che i fascisti in Italia hanno sempre fatto comodo ai poteri forti che li manovrano e possono quindi contare su chi li sostiene, chi li copre, chi li finanzia, chi li benedice e chi con la propria "fattiva indifferenza" si rende complice del loro operato e trae beneficio dai loro servigi.

La "normalizzazione" della loro presenza a Tor Vergata, in città e nel resto del Paese non è stata e non potrà mai essere accettata e tollerata. Non lo è stato nel 2008, non ci sono riusciti nel 2009 e così sarà nel 2010.

Collettivo "Lavori in Corso" e antifascisti/e di Tor Vergata


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Info: clic.noblogs.org
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Il sapone anti-immigrati: l'ultima della Lega ad Arezzo

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I militanti del Carroccio lo distribuiscono nei mercati di Sansepolcro e di altri paesi della provincia. L'Idv chiede l'intervento di Maroni: "E' vergognoso. Una vera e propria istigazione all'odio razziale"
immigrati_legaAREZZO - Sapone per lavarsi le mani dopo aver toccato un immigrato. Lo distribuiscono militanti della Lega Nord a Sansepolcro e in altri paesi della provincia di Arezzo. Un'iniziativa che ha indotto il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando, a chiedere l'intervento del ministro dell'Interno Roberto Maroni.

"La lega si conferma razzista e xenofoba. Distribuisce sapone anti-immigrati per lavarsi dopo aver toccato gli extracomunitari - ha affermato Orlando in una nota - E' vergognoso tutto ciò. E' una vera e propria istigazione alla violenza. Noi dell'Italia dei Valori chiediamo l'intervento del ministro Maroni, perché qui si tratta di una vera e prorpia istigazione all'odio razziale". E ancora: "Suggeriamo a Bossi, dato che oggi salirà sul palco di San Giovanni, a Roma, di distribuire ai suoi alleati il sapone perché tutto hanno tranne che le mani pulite".

L'ennesima manifestazione di intolleranza degli attivisti del Carroccio è stata definita "gravissima" da Alfio Nicotra, capogruppo alla Provincia di Arezzo della Federazione della Sinistra e componente della direzione nazionale di Rifondazione comunista. "I militanti della Lega Nord distribuiscono nei mercati delle bustine contenenti sapone liquido con l'avvertenza di usarlo dopo aver toccato un immigrato - ha detto l'esponente del Prc - Il messaggio che si veicola è devastante : ovvero che esseri umani solo perché stranieri sono considerati alla stregua di 'untori' e portatori di malattie e disgrazie". "Non avendo alcuna proposta politica per combattere la crisi che colpisce anche le nostre zone e di cui il governo Berlusconi, di cui sono componente portante, è responsabile, i dirigenti leghisti preferiscono distrarre l'opinione pubblica - ha aggiunto Nicotra - con iniziative disgustose e che devono essere condannate senza se e senza ma da tutte le forze politiche. Monica Faenzi la candidata del centrodestra che si è apparentata con la Lega Nord non ha niente da dire in proposito? Il ministro dell'Interno Maroni che deve applicare la legge che vieta l'apologia e la diffusione del razzismo cosa aspetta ad allertare le forze dell'ordine per porre fine a questa vergogna?".
tratto da www.repubblica.it
20 marzo 2010
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Livorno, 22 marzo 1933: il funerale antifascista di Mario Camici

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In pieno regime fascista il funerale del compagno Mario Camici si trasformò in una grandiosa manifestazione antifascista che sfilò nelle vie di Livorno senza che gli squadristi potessero intervenire. Nei giorni seguenti  si scatenò la repressione fascista che colpì duramente molti livornesi.

Scritto da NOCCHI  ALCIDE il 16 MARZO 1959

camici_marioL’amnistia del 1932

Fu in occasione del decimo anniversario della marcia su Roma che Mussolini, in un discorso pieno di bolsa retorica, annunciò dal balcone di piazza Venezia che avrebbe concesso una amnistia, dimostrando così la magnanimità   del  regime   verso i  traviati e gli immemori che, secondo lui, non avevano  ancora  compreso  la grandezza del fascismo.

Nelle Isole di confino e nelle galere italiane già si sapeva che prima o poi ci doveva essere una amnistia, ma non per la magnanimità del regime ma soprattutto perché nelle carceri e nelle isole eravamo stivati come le sardine nei barili e il tribunale speciale non rivinceva a fare i processi, quindi, era necessario vuotarle per riempirle, perché fu in quel tempo la grande offensiva dell'antifascismo italiano contro l'infausto regime. Fu nel novembre del 1932 che molti antifascisti livornesi furono prosciolti dal carcere dopo averci passato molto tempo. Ritornavo nella mia Livorno dopo aver trascorso tre anni nell'Isola di Lipari e mi misi in contatto con i compagni reduci dai vari penitenziari per potenziare l'organizzazione del partito Comunista a cui grandissima parte di noi appartenevamo. Nelle riunioni, che in seguito facemmo, ci accorgemmo che i compagni rimasti a casa ci ascoltavano con grande interesse era quindi evidente che in noi era avvenuto un certo cambiamento che derivava dall'avere acquisito una certa cultura a contatto dei compagni intellettuali conosciuti nelle varie carceri.

Mario Camici

Purtroppo se la nostra conoscenza di operai d'avanguardia si era maggiormente rafforzata, molti uscirono ammalati per la sofferenza e le torture subite negli interrogatori di terzo grado che gli agenti dell'OVRA usavano verso di noi. Fra questi si trovava il compagno Mario Camici uscito dal carcere minato dal male ai polmoni e nonostante ciò ancora fiero ed ancora ben combattivo. Veniva dal carcere di Civitavecchia dove conobbe molti compagni i quali evidentemente, contribuirono in gran parte a rafforzarne la fede. Avrebbe dovuto curarsi, ma invece riprese il lavoro per mantenere i suoi piccoli tre figli, poiché la moglie non avrebbe potuto farcela da sola. Passarono così quattro mesi, dal giorno del nostro arrivo quando Mario peggiorò e dovette essere ricoverato in Ospedale. Nonostante le cure prodigategli dai sanitari, la sua forte fibra si indeboliva giorno per giorno. Parenti amici e compagni furono mobilitati per raccogliere i fondi per fargli fare un consulto fra professori. A nulla valsero le cure prodigategli e visto che ormai non c'era più rimedio fu trasportato a casa del padre in via della Coroncina. Fu scelta questa abitazione, su consiglio di parenti e compagni, perché in quel rione il compagno Camici era nato e contava molta simpatia dalla popolazione. Egli abitava nei pressi del Cimitero ed un trasporto laggiù sarebbe stato del tutto,insignificante. Dopo aver tentato una ultima trasfusione, la sera verso mezzanotte del 21 Marzo 1933 il nostro caro compagno spirò fra le braccia della moglie.

L’organizzazione del corteo

La casa era piena di compagni fra cui molte donne, ed in strada amici e conoscenti sostarono fino a notte inoltrata. Passati i primi attimi di sbigottimento fu deciso di comporre la salma e poi costituire un comitato che si fosse interessato a fare tutto il possibile che la questura non sapesse, altrimenti lo avrebbero portato loro al Cimitero sotto scorta di carabinieri. Dovevamo fare in maniera che i funerali dovessero essere imponenti e tolto il personale per la veglia, ci lasciammo col proposito di trovarci l'indomani dopo aver svolto il lavoro assegnatoci. L'indomani mattina tutta Livorno antifascista sapeva della morte del compagno Camici. Fu stabilito che il trasporto avvenisse nel tardo pomeriggio dello stesso giorno per dare la possibilità a tutti i compagni che lavoravano nei vari stabilimenti di prendere parte ai funerali. Per tutto il giorno uomini e donne in modo continuo venivano a visitare la salma nella sala parata a camera ardente ed ognuno gettava sul feretro un garofano rosso. La folla sostava nella strada e non era escluso che qualche poliziotto avesse notato quella ressa insolita, ma furono presi tutti gli accorgimenti perché la polizia non si accorgesse di quello che stava avvenendo. Evidentemente se la questura avesse subodorato qualcosa la manifestazione che ci eravamo preposti di fare sarebbe fallita. In questo modo arrivammo all'ora del funerale. Nessuna corona e nessuna bandiera ma una folla enorme si avvicinava alla porta di strada mentre i militi della Pubblica Assistenza salivano al secondo piano per prendere la salma del nostro compagno. Arrivati al portone, i militi dovettero fare un tratto di strada a piedi prima di arrivare al carro funebre, fu in questo momento che la folla alzò il pugno in segno di saluto gettando garofani rossi sulla bara, molte donne piangevano e gli uomini inflessibili si rendevano certamente conto della maestosità del momento. La nostra commozione era al colmo, certo ci rendevamo anche conto della responsabilità che ci eravamo assunti e in un certo senso come sarebbe andata a finire. Dei fascisti nemmeno l'ombra, ammettendo anche che ci fossero stati, in quel solenne momento non gli era conveniente disturbare.

Un lungo corteo sfila per le vie di Livorno, i fascisti rimangono nascosti

II feretro, si incamminò per via Bartelloni imboccando via Buontalenti e proseguì così verso il Cimitero passando da Piazza Carlo Alberto ed il popoloso quartiere antifascista di Via Garibaldi. Davanti al carro funebre furono messi un discreto gruppo di compagni pronti a respingere qualunque provocazione, se malauguratamente per i fascisti avessero voluto tentare. II grosso della popolazione seguiva il corteo. Ai lati della strada una fitta ala di folla commossa assisteva al passaggio per tutto il tragitto. Fu una cosa grandiosa, e fu anche chiaro che a questo punto le autorità si erano accorte che la manifestazione di cordoglio di trasformò in una manifestazione antifascista. Ma purtroppo era troppo tardi per intervenire gli fu più conveniente lasciar passare. Arrivati in Piazza S. Marco, dove generalmente i cortei funebri si sciolgono, furono individuati da alcuni compagni un centinaio di fascisti armati di manganelli mazze ferrate, nascosti nei portoni e dietro le cantonate delle strade adiacenti. La loro intenzione era evidente che non potendo attaccare il grosso, stavano in attesa per vedere se alcuni gruppi isolati si fossero  staccati dalla piazza stessa.

Avuto sentore di questo, fu deciso di passare la voce a tutto il corteo di proseguire per il Cimitero e che nessuno si staccasse isolato, che in questo modo avremmo avuto la meglio, nell'eventualità di un conflitto con i fascisti, poiché il Cimitero era molto lontano dal centro della città con i campi che lo attorniavano e poi si faceva notte. Così fu fatto ed i fascisti non si mossero, almeno per quel momento, non gli convenne. Arrivati all'obitorio e deposta la salma nella stanza mortuaria, decidemmo di tornare in città tutti assieme ed incolonnati. Decidemmo tutti d'accordo, che se i fascisti ci avessero attaccato, avremmo dato loro una sonora lezione da fargliela ricordare per molto tempo. Furono spogliate le siepi dai paletti di protezione col filo spinato moltissimi si armarono di pietre. Arrivati di nuovo in Piazza S. Marco qualcuno ci disse che alcuni cittadini si erano staccati dal corteo all'andata ed erano stati brutalmente aggrediti e manganellati. Era prevedibile che quei vigliacchi avrebbero agito così anche verso di noi. La reazione da parte nostra fu immediata, non potendo restituire il male che avevano fatto ai nostri compagni, imboccammo la via Palestro al canto dell'Internazionale. Molta gente sbigottita più che sorpresa sgattaiolava nelle vie adiacenti, molti negozi chiusero, qualcuno dalle finestre applaudiva. E dei fascisti nemmeno l'ombra. Quella gentaglia usa ad andare in venti contro uno, anche questa volta non si era fatta viva. Arrivati in Via Garibaldi, fulcro dell'antifascismo livornese, il corteo ebbe fine ed ognuno tornò a casa sua. L'indomani mattina, quattro compagni ed una donna assistettero alla Cremazione della salma. In città la gente non faceva che parlare dell'avvenimento e per tre o quattro giorni tutto andò bene.

Nei giorni seguenti si scatena la repressione

Certo che in questo silenzio da parte della questura e dei fascisti ci dava da pensare che qualcosa bollisse in pentola. Incominciarono i primi arresti a notte inoltrata venivano per le case ed alla chetichella, ci portavano al carcere. Quando il carcere fu pieno superando di molto la sua capacità normale, riempirono tutte le questure e molti furono inviati al carcere di Pisa. Rastrellata in questo modo la città e quindi avere rinchiuso tutta l’avanguardia del proletariato livornese, i fascisti scatenarono il loro livore e la loro rabbia per la sconfitta subita, contro gli inermi cittadini molti dei quali non avevamo nessuna colpa. Seguirono giorni di terrore, molti furono i feriti piuttosto gravi che dovettero ricorrere alle cure ospedaliere, dove dopo averli curati gli inviavano al carcere. Gli agenti dell'OVRA si misero subito in moto per fare interrogatori onde vedere se riuscivano a scoprire gli organizzatori per inviarli al Tribunale Speciale. Sopratutto cercavano di sapere chi erano quelli che insieme ad una donna erano al cimitero la mattina dopo il trasporto .Tempo perso, perché dopo circa due mesi dovettero scarcerare tutti per non avere trovato il filo dell'organizzazione. Tutti meno che tre e cioè il compagno Lenzi Oreste, il compagno Pedini Venturino, che il giorno del corteo era a letto ammalato per un attacco di nefrite e l'anarchico Malacarne Nello reduce dall'Isola di Lipari i quali pagarono purtroppo due al confino ed uno l'ammonizione.

"Nocchi Alcide, nato a Livorno il 24/04/1900 residente ivi -carpentiere, coniugato con prole -attivo dal 1919 -licenziato politico dai Cantieri Orlando, diffidato nel Novembre 1927 -arrestato il 30/04/1930 per organizzazione Comunista -il 04/06/1930, confinato per cinque anni –Subisce diversi mesi di carcere per trasgressione alle leggi sul Confino di Polizia  prosciolto per amnistia il 04/11/1932 -Arrestato il 22/01/1935 quale capo del Comitato Sindacale Comunista di Livorno, condannato dal Tribunale Speciale Fascista il 06/03/1936 a sei anni di reclusione -"ospite"del Carcere dì Fossano (con matrìcola 9240) dal 04/06/1936 al 23/02/1937, liberato per amnistia vigilato speciale fino al 1943 -Partigiano combattente nella resistenza livornese -Dopo la Liberazione fu fra i fondatori e membro del Consiglio della Compagnia Portuali."

Note biografiche tratte da:

Le loro prigioni. Antifascisti nel carcere di Fossano, a cura dell’ANPPIA diCuneo, Edizioni Gruppo Abele

Torino, 1994.

A PROPOSITO DI TRADIZIONI REMIERE E ANTIFASCISMO

A  Mario Camici è intitolato il gozzo del rione Ovosodo. Il Camici era nato e vissuto in Piazza Cavallotti, nucleo dell’Ovosodo.  Le  tradizioni  remiere livornesi  si intrecciano  sempre  con la  storia  antifascista

Articolo tratto da Il Quartiere n.12 (marzo 2010)

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Ultimo aggiornamento Lunedì 22 Marzo 2010 08:58

18 marzo 1978/18 marzo 2010, Fausto e Iaio: 32 anni in-visibili, senza verita' e giustizia

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PRESENTAZIONE DELLA GIORNATA DEGLI INVISIBILI

Franceschi,  Varalli, Zibecchi, Fausto e Iaio, Valerio Verbano, Carlo Giuliani, Dax, Abba, Renato…. Aldovrandi, Amoroso, Ardizzone, Pinelli, Luca Rossi, Saltarelli, , Scialabba  Segantini……

fausto_iaio_funeraliLink: Il ricordo di Fausto e Iaio

E’ sicuramente difficile trovare un filo che unisca tutte queste vicende: diverse sono le valutazioni personali, diversi i momenti storici in cui si sono svolti i fatti, diversa ed eterogenea la componente umana che è stata dolorosamente segnata da quegli avvenimenti.

Eppure in tutte queste vicende un filo comune esiste. E non sono necessarie valutazioni troppo approfondite per vedere in cosa consista.

Innanzitutto la matrice della mano omicida: fascisti, organizzazioni mafiose, singoli elementi delle forze dell’ordine rimasti impuniti.

Poi i silenzi, le inefficienze, i depistaggi che hanno contraddistinto l’operato di certi apparati dello Stato, rendendo difficoltose le indagini ed ostacolandole in modo spesso irrimediabile (pensiamo ad esempio al segreto di stato, ancora inspiegabilmente operante sulle stragi).

Infine  la mancanza, totale o parziale, di verità e giustizia per tutti questi casi. Troppo spesso i colpevoli e i mandanti degli omicidi non sono stati individuati, e quando individuati sono quasi sempre rimasti impuniti… Un’impunità che diventa totale se limitiamo l’analisi alle vittime per mano delle forze dell’ordine.

Ora non è più il tempo della giustizia,  ora è il tempo della verità, perchè noi sappiamo, noi l’abbiamo sempre saputa, abbiamo capito  e vogliamo raccontarla, vogliamo che la luce abbagliante della verità sugli” in-visibili” riesca ad accecare quanti non la vedono e non la vollero vedere.

Questo è quanto accomuna tutti quei morti; uccisi due volte: nella propria fisicità e poi nella memoria, dentro o fuori delle aule di una giustizia strabica.

Noi ci rivolgiamo a chi non vuole dimenticare quelle vittime senza giustizia e proponiamo che il 18 marzo diventi LA GIORNATA DEGLI IN-VISIBILI.

Oltre ai nostri compagni, figli e fratelli, morti per mano fascista,vogliamo che "gli in-visibili", sia il filo che ci portera’ a dare voce e  ad impegnarci verso  chi in questa   societa’ viene criminalizzato per essere poi spinto ai margini.

In-visibile, scomodo, emarginato, non allineato al  pensiero unico.

18 marzo 2010: diamo voce alla tragedia dei  morti sul lavoro( con il meccanismo dell’improcedibilita’ prescrizione breve, lo Stato cancella di fatto i reati da lavoro. e migliaia di lavoratori e cittadini ammalati o morti non avranno piu’ giustizia). Due dati da articolo 21 : Dall'inizio dell'anno ad ora,
per lavoro, ci sono:85 morti, 85570 infortuni, 2139 invalidi .

Politici e industriali impongono sempre più flessibilità, precarietà, ritmi e orari lavorativi insostenibili, che affossano ogni tipo di contrattazione collettiva con lo scopo di isolare ed indebolire i lavoratori; si diventa tutti ricattabili sia sul salario, sia sulla stabilità del posto di lavoro; ancora peggio è la situazione degli immigrati, che diventano visibili nelle drammatiche situazioni come Rosarno.Di lavoro si muore…..perchè di precarietà si vive.

Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio

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www.fastoeiaio.org

www.ecn.org/fausto-jaio/

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Ultimo aggiornamento Venerdì 19 Marzo 2010 10:12

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