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PER NON DIMENTICARE

La pensione di Giancarlo. Cifre e bugie sulle pensioni

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pinocchio3Giancarlo mi ferma sotto il portico: tu che hai studiato, perché l’infamia del debito e della caduta dell’euro, come ha detto Monti, dipende dalla mia pensione? Che colpa ne ho? Giancarlo ha lavorato in Germania e Francia, operaio migrante per una vita, poi è tornato in Italia e si è comperato un piccolo appartamento in una stabile di questa strada dentro mura, due stanze e un bugigattolo, come lo chiama, per i nipoti quando vengono a trovarlo. Non ha la macchina, lui e sua moglie non vanno mai in vacanza e nemmeno al ristorante, ogni tanto il lusso di un trancio di pizza a taglio comperato dal pizzaiolo egiziano sotto casa. E poi dice anche che la mia pensione impedisce di dare lavoro ai giovani, che con la mia pensione rubo il loro pane, che rovino il futuro dei miei nipoti. A me un paere ad dvintè matt, a me pare di diventare matto, Giancarlo parla in dialetto, come tutti sotto questi portici compresi gli studenti calabresi e il pizzaiolo egiziano.

Allora cominciamo con l’aritmetica. Il debito italiano è di circa 1900 (millenovecento) miliardi di euro, gli interessi che lo stato italiano dovrà pagare l’anno prossimo saranno circa di 75-80 miliardi di euro, con la manovra sulle pensioni, blocco dell’indicizzazione oltre i 700 euro netti, aumento dell’età già dal prossimo anno per uomini e donne eccetera, al massimo il governo potrà tirar su 5 (cinque) miliardi, ovvero meno di un decimo, dal punto di vista del debito è un’unghia. Poi c’è il bilancio dell’Inps, che, meraviglia delle meraviglie, è in attivo tra contributi versati dai lavoratori e pensioni erogate. Il discorso si fa un po’ tecnico, però il risultato, conti alla mano, è inequivocabile: per il 2009 il saldo tra le entrate contributive, le trattenute, e le prestazioni pensionistiche (gli assegni effettivamente erogati al netto) risulta dare un avanzo di, udite udite, 27,6 (ventisette virgola sei) miliardi di euro. Cioè i lavoratori versano di più di quanto ricevono i pensionati. Poi lo stato mette le mani nelle tasche dell’Inps, e degli altri enti previdenziali, usandoli come una cassaforte, cioè spendendone i soldi per scopi diversi da quelli previdenziali (Luciano Gallino un po’ ovunque, Francesco Piccioni sul manifesto, ma si può anche chiedere a un qualunque funzionario onesto dell’Inps).

Ma allora io non rubo niente, mastica amaro Giancarlo, Non solo non rubi, ma mantieni lo stato, non so se si possa dire che lui si appropria in modo illecito dei tuoi soldi versati, certo non è molto etico, lo dico con altre parole, più crude, ma il senso è questo. Ecco perché ieri sera la signora piangeva in televisione, si vergognava, lacrime di vergogna erano. Aggiunge Giancarlo. E’ lei che deve vergognarsi, non io, chaio lavurè tot una veta, che ho lavorato tutta una vita.Lacrime e sangue. Lei ci mette due lacrime, io il sangue.

Perché alla oscenità dei tagli sulle pensioni, si aggiunge una oscenità ancora peggiore: instillare, tramite un martellamento mediatico che ormai dura da un ventennio almeno, un senso di colpa nei pensionati per il debito pubblico, per la disoccupazione giovanile nonché per il precariato. Quindi Giancarlo fa due domande, ma allora i giornali e  la tv dicono le bugie e fin qui la domanda è retorica, sì, dicono le bugie e/o mascherano la verità, poi viene quella vera per lui, perché il Partito- per Giancarlo ancora con la maiuscola tutto insieme Pci Pds Ds Pd – non dice queste cose, perché non si oppone, perché non fa una campagna per spiegare che noi pensionati non rubiamo niente anzi… perché lascia che sembri che abbiano ragione loro e che noi pensionati saremmo dei mangiapane  a tradimento. E questo lo fa disperare ancora di più.

Già perché… ma intanto è arrivata la signora Maria  a raccontare le sua storia. Due anni fa, a 58 (cinquantotto) anni d’età, accettò di essere licenziata dall’azienda dove lavorava, una azienda che faceva parte di una multinazionale tedesca. Cioè decise di accettare la proposta di prepensionamento anticipato con il cosidetto scivolo, due anni di mobilità a 800 euro al mese (cassa integrazione, insomma) che l’avrebbe portata fino alla pensione. Un accordo non privato, ci tiene a sottolinearela signora Maria, ma sottoscritto dalle parti, io, l’amministratore delegato come rappresentante dell’azienda e il sindacato come garante. Insomma un impegno, un patto pubblico, che adesso viene violato. Già col meccanismo delle finestre ero finita un anno dopo, cioè sarei andata in pensione nel luglio 2012, quando io i 60 (sessanta) anni li ho compiuti nel luglio 2011, insomma con dodici mesi di ritardo. Adesso devo arrivare nel 2013, ma intanto che fine fa l’indennità di mobilità? La signora Maria è furibonda, impotente e depressa, né pare che il sindacato voglia e possa far nulla però sono stati loro, i sindacalisti, a convincermi, c’è la crisi, favoriamo la ristrutturazione soft, intanto così si liberano posti per i giovani,  e adesso? Mi aumentano l’età lavorativa, quando sono disoccupata! e un lavoro alla mia età dove lo trovo.

Intanto nell’azienda giovani non ne hanno assunti, aumentando invece i carichi di lavoro su quelli rimasti.Qui c’è un’altra gigantesca menzogna, anzi una montagna di balle. Nel resto d’Europa i lavoratori andrebbero in pensione con le barbe bianche e i corpi cadenti, da noi tutti giovanotti  che fanno jogging. Ebbene in Italial’età media di pensionamento per gli uomini è di 61,1 (sessanta uno virgola uno) anni, in Francia di 59,1 (cinquantanove virgola uno) anni, in Germania, la mitica dura severa Germania ueber alles, siamo a  quota 61, 8 (sessantuno virgola otto): se non è zuppa è pan bagnato. Per non dire delle famose aspettative di vita, un parametro che più insulso e antiscientifico non si può, cioè non è un parametro di niente se non la propaganda ideologica, stile i famosi piani quinquennali nella fu Urss.  O dell’evidente discrasia, sciocchezza diciamo, tra l’aumento dell’età pensionabile e la dichiarata volontà di incrementare l’occupazione giovanile.

A questa improvvisata mini assemblea sotto i portici si unisce anche Massimo. La mia mamma è fortunata, prende 800 euro lordi, quindi gliela aumentano col caro vita, a occhio e croce da 4 a 8 euro al mese, sai che bazza... perché si parla veramente di portare via ai pensionati gli spiccioli, quasi li si volesse umiliare più di quanto già non lo siano. Massimo lavorava col babbo come idraulico, un mestiere d’oro, beh, non sempre e non per tutti. Il babbo va in pensione e, a dispetto delle statistiche sulle aspettative di vita, muore un anno dopo. Aveva versato per la sua pensione 80.000 (ottantamila euro), e indietro non ha avuto quasi niente, sua moglie che percepiva la minima con la reversibilità arriva appunto a poco meno di 800 (ottocento) euro. Mentre la crisi incalza, il lavoro manca, Massimo non riesce a pagare l’affitto della bottega, viene sfrattato, mette gli attrezzi in una cantina di un vicino amico e comincia, più o meno come un immigrato, lui bolognese doc che mai se lo sarebbe neppure sognato, a darsi da fare come può e quando può nei cantieri, sempre più rari del resto, e anche nelle case i rubinetti si lasciano gocciolare perché soldi non ce ne sono, e deve anche aiutare sua madre perché con 800 euro al mese si fa poca strada. Mi viene da sbattere la testa contro il muro, poi ci pensa su, anzi sarebbe ora di sbattere la loro testa contro il muro. Dice.

Adesso arriva l’ultima domanda. E’ Giancarlo che parla: ma se non è  questione di soldi per pagare il debito, perché se la prendono tanto con noi pensionati, sultant parchè i son malegn, soltanto perché sono maligni? Già, perché tanto accanimento contro i pensionati? L’accanimento è contro le pensioni pubbliche, contro il diritto alla pensione. E bisogna metter mano a un po’ di economia politica per capire. Detto in gergo tecnico, il capitalismo soffre strutturalmente della cosidetta caduta tendenziale del saggio di profitto,  che viene contenuta o rintuzzata tramite la massimizzazione del profitto. Ma questi profitti non possono venire oggi dalla produzione e vendita di merci, ormai per esempio il mercato dell’auto è vicino alla saturazione, lo stesso per lavatrici e frigoriferi, per non dire dell’energia eccetera. Allora ecco che due sono le idee, la prima: invece di produrre merci a mezzo di merci, si produce denaro a mezzo di denaro, è il trionfante capitalismo finanziario, un meccanismo di speculazione aggressiva fino al gangsterismo; la seconda attiene alla previdenza, la sanità e assistenza, e la formazione, scuola e università, tutti settori da rendere privati. Terreno per l’azione finanziaria e speculativa di compagnie assicurative, società di hedge founds, e altri mostri succhiasangue. Ma prima bisogna eliminare, distruggere, fare tabula rasa del sistema pubblico nel campo della previdenza, della formazione, della sanità. Per cui essere pensionati pubblici deve diventare una tortura, un tormento, una umiliazione e immiserimento continuo (negli ultimi 10  – dieci – anni le pensioni italiane hanno perso il 25% del potere d’acquisto, fonte Istat).

La pensione, la scuola, la sanità non devono più essere dei diritti sociali, in qualche modo e in parte sottratti al mercato, ma merci come tutte le altre, che comperi e paghi salato. La cosa si capisce ancor meglio se si considera che mentre il governo Monti bastona i pensionati, dall’altro lato, quello dei padroni, introduce forti agevolazioni fiscali per le aziende, con lo scandalo della mancanza di ogni tassa patrimoniale, che c’è anche in Francia, pur governata dalla destra, il 3% per patrimoni superiori a 300000 (trecentomila) euro e il 4% per quelli oltre i 400.000 (quattrocentomila). Ma allora da noi bisogna fare la rivoluzione, fera an buttaso, fare un buttasu, dice concludendo l’assemblea sotto i portici, Giancarlo e scuote la testa. Almeno non fa freddo, chiosa Massimo, ma neppure questa è una buona notizia, significa che il riscaldamento del pianeta avanza più svelto del previsto, e saranno guai grossi, molto. Ma non lo dico, per oggi di cattive notizie abbiamo fatto il pieno. Per la rivoluzione, chissà.

Vedi anche:

Un falso conflitto generazionale: età pensionabile e occupazione

Dalle pensioni si spreme assistenzialismo per banchieri

Speciale pensioni: storia, dati e proposte

Bruno Giorgino

tratto da http://www.democraziakmzero.org

dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Dicembre 2011 08:42

La Grecia ricorda Alexis Grigoropoulos. Scontri e arresti

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Tre anni fa un poliziotto assassinava a sangue freddo un ragazzino di 15 anni. Oggi manifestazioni e scontri in tutta la Grecia, feriti e arresti. Mentre il Parlamento vota un'altra manovra lacrime e sangue targata BCE

alexis_grecia_anniversarioNonostante Atene sia stata militarmente occupata fin da ieri da circa 7000 poliziotti, violenti scontri fra manifestanti e polizia sono scoppiati nel primo pomeriggio quando un centinaio di giovani con il volto coperto hanno iniziato a lanciare pezzi di marmo e bottiglie molotov contro i poliziotti schierati a difesa del Parlamento di Atene. Gli agenti, in assetto antisommossa, hanno da parte loro fatto largo uso di lacrimogeni e manganelli per cercare, invano, di disperdere migliaia di manifestanti scesi oggi in piazza nel terzo anniversario dell’assassinio del giovanissimo Alexis Grigoropoulos.
Il 6 dicembre del 2008 il quindicenne, mentre era con alcuni coetanei in una piazzetta nel quartiere ateniese di Exarchia, fu assassinato a freddo da un agente dei reparti speciali della Polizia che, sceso dalla sua auto di pattuglia, contro l’adolescente sparò alcuni colpi di pistola per poi andarsene con tutta calma. Comunicando l’accaduto alla centrale, l’assassino raccontò che aveva dovuto difendere la sua vita e quella di un suo collega nel corso di un’aggressione di alcuni giovani di estrema sinistra. Una versione dei fatti che naturalmente fu ripresa e amplificata dal governo di Atene e dai media greci, e che continua ancora oggi, incredibilmente, ad essere ripetuta ‘a pappagallo’ anche dai giornalisti italiani, l’ultima volta proprio oggi pomeriggio da una speaker di Rainews 24 o da un articolista de 'Il Giornale'. L’omicidio fu ripreso con il cellulare da un abitante del quartiere, che denunciò l’accaduto e diffuse immediatamente il video in rete, scatenando la rabbia di centinaia di migliaia di persone che scesero in strada in tutta la Grecia scontrandosi con le forze dell’ordine, assaltando sedi pubbliche e commissariati, dando luogo ad una massiccia rivolta popolare durata quasi un mese.

Alcuni mesi fa, nonostante i tentativi di depistaggio da parte di alcuni esponenti delle forze di sicurezza greche, il poliziotto Epaminondas Korkoneas è stato condannato all'ergastolo, mentre il suo collega e complice Vassilis Saraliotis – ritenuto dal tribunale corresponsabile nell'omicidio – è stato condannato a soli 10 anni di carcere, e vive attualmente in semi-libertà a Drama, sua città natale.
Oggi, nell’anniversario del suo omicidio, presidi e manifestazioni sono stati organizzati dai movimenti studenteschi e dalle organizzazioni dell’estrema sinistra in numerose città della Grecia, durante tutta la giornata. Mentre scriviamo alcune migliaia di persone stanno ancora sfilando nel centro della capitale greca, dopo il presidio di stamattina ai Propilei. Finora sono stati diverse decine i fermati, la maggior parte dei quali minorenni e nove gli arrestati.

Intorno alle 19 la polizia ha caricato alcune centinaio di dimostranti che stavano lanciando pietre e ordigni incendiari e li ha respinti, liberando in pratica tutta piazza Syntagma, davanti al Parlamento, dalla presenza dei manifestanti. Tutti i manifestanti, riportano le agenzie, hanno dovuto abbandonare la piazza a causa delle cariche e del fitto lancio di lacrimogeni, arretrando lungo viale Panepistimiou, sino ai Propilei della vecchia Università. In serata è anche previsto che il Parlamento di Atene voti la legge Finanziaria del 2012, presentata in tutta fretta dal neopremier Loukas Papademos – anch’egli, come Monti, imposto dalla BCE.

Oltre agli scontri avvenuti ad Atene momenti di tensione si sono registrati in altre città, come ad esempio nel capoluogo di Creta Heraklion, a Patrasso e a Salonicco, dove alcuni giovani hanno lanciato pietre contro un commissariato di Polizia nel centro della città.

Se la partecipazione alle manifestazioni di oggi non è stata particolarmente alta, aumenta invece tra i greci la già enorme sfiducia nei confronti della classe politica nel suo complesso. Un sondaggio reso noto oggi ha evidenziato il crollo di popolarità dei partiti greci. Un calo per tutte le forze politiche, che tutte insieme raggiungono appena il 37% del consenso dei potenziali elettori. Lo studio presentato dalla società Gpo per conto del canale televisivo Mega dice che la destra di Nuova Democrazia continua a mantenere il primo posto con il 21,5%, i socialisti del Pasok avrebbero il 15,3%, il Partito comunista il 10%, il Laos (estrema destra) il 7,1%, Syriza (sinistra radicale) il 6,1%, Sinistra Democratica (socialdemocratici) il 6,3% e i Verdi il 3%.

tratto da http://www.contropiano.org

6 dicembre 2011

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3-4 dicembre 1984: la strage di Bhopal. La strage del capitalismo di rapina

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bhopalMorirono in tanti, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, 25 anni fa, a Bhopal. Così tanti che ci sono anche versioni discordanti sul numero di decessi. Quaranta tonnellate di isocianato di metile, prodotto dal locale stabilimento della Union Carbide, azienda multinazionale americana produttrice di pesticidi, situata nel cuore della città di Bhopal, nello stato indiano del Madhya Pradesh, furono rilasciate all'esterno, dopo l'esplosione di un serbatoio.

Il rilascio di isocianato di metile, iniziato poco dopo la mezzanotte del 2 dicembre 1984, uccise 754 persone, ma fonti non ufficiali ne stimano più di 10.000, avvelenandone da 150.000 a 600.000; nel novembre 2004 gli investigatori della BBC confermarono che la contaminazione era ancora attiva. Ed è attiva ancora oggi, quando le proteste in India e in tutto il mondo per il 25° anniversario della strage fanno notare che il sito non è stato ancora decontaminato e fa nuove vittime.

La produzione dell'impianto aveva subito fortemente la crisi della chimica del 1982. Fino al punto in cui, nell’estate '83, la Union Carbide sospese la produzione in previsione della definitiva chiusura dell'impianto per poi trasferirlo in altri paesi. Sessantatre tonnellate di isocianato di metile restarono stivate come scorta nei tre serbatoi sottoterra. Nell’autunno del 1983 gli impianti di sicurezza vennero disattivati: sospesa la produzione, la direzione della multinazionale non aveva alcuna intenzione di spendere denaro per mantenere in esercizio i sistemi di sicurezza. Anche la manutenzione ordinaria fu sospesa e la fiamma pilota della torre di combustione, ultimo sistema di sicurezza per bloccare eventuali fughe di gas contaminante, fu spenta. La fabbrica chiuse definitivamente il 26 ottobre 1984.

Una fabbrica ormai in disuso, nella quale mancava perfino un tecnico specializzato in grado di lavorare all'eliminazione delle impurità dalle tubature delle tre vasche contenenti isocianato di metile. Violando le norme di sicurezza, la sostanza pericolosa era conservata a temperatura ambiente invece che a 0 °C, con tutti gli allarmi disattivati. La sera del 2 dicembre il personale non specializzato di turno stava eseguendo il lavaggio dei tubi che collegavano le vasche, ma una delle saracinesche era talmente incrostata da non permettere il deflusso dell'acqua, e la sua pressione iniziò ad aumentare vertiginosamente.

Proprio a  causa del degrado dell'impianto, le tubature non bene isolate causarono la fuoriuscita dell'acqua che scorreva verso la cisterna piena di sostanza tossica. Verso la mezzanotte alcuni operai di guardia avvertirono uno strano odore nell'aria che ricordava vagamente quello di cavolo lesso: è l'odore dell’isocianato di metile allo stato gassoso. L'acqua era arrivata nella vasca reagendo con il suo contenuto, e le 42 tonnellate di isocianato si disintegrarono in un'esplosione fortemente esotermica che trasformò rapidamente il liquido in un vortice gassoso.

La pressione salì di colpo a 4 bar, sufficienti per sfondare le valvole della torre di decontaminazione e trasformarsi in un vero e proprio geyser velenoso. Il resto lo fece il vento: la nube assassina fu spinta direttamente verso i quartieri della città e si abbatté silenziosamente sui suoi abitanti. L'isocianato di metile, a dire il vero, non è una sostanza velenosa, ma a contatto con l'acqua reagisce e la reazione produce acido isocianico. Il destino di Bhopal era segnato: quella notte sulla città venne a piovere. Nelle strade le persone morirono colte da spasmi, con polmoni e occhi in fiamme. Gli ospedali non ressero l'urto di migliaia di persone in agonia, accecate, che morivano soffocate una dopo l'altra.

Oltre 100.000 persone vennero contaminate. Un abitante su tre inalò acido isocianico. I lavoratori abitavano in molti negli slum adiacenti alla fabbrica, vere e proprie bidonville che non offrivano certo alcuna protezione. Ancora oggi, 25 anni dopo, 30.000 persone vivono attorno al luogo dell'esplosione, mentre 5.000 tonnellate di rifiuti sono sepolti dentro la struttura, inquinando ancora l'acqua e i terreni. Intorno al sito pascolano le capre e non è infrequente che vadano a giocare i bambini. Circa 100.000 persone soffrono di cancro, tubercolosi e altre malattie, ma a onor di verità oggi è la "seconda generazione" dei sopravvissuti ad essere la più colpita. Molti bambini nati dopo la tragedia hanno deformità molto gravi e danni al cervello.

Ora la ex fabbrica è stata venduta e la nuova gestione, la Dow Chemical, che dichiara di non essere responsabile della tragedia: all'epoca era gestita dalla Union Carbide, che nel 1989, ha risarcito le vittime con la somma di 470 milioni di euro, una somma di quasi 6 volte inferiore a quella stimata necessaria per la compensazione. È stato molto difficile per la gente, povera e analfabeta, il ricorso agli avvocati, ai medici, ai mediatori, per far valere le sue ragioni. Alcune persone non hanno ottenuto niente, a causa della corruzione o perché la loro richiesta è stata negata dai funzionari, con il pretesto che sui loro nomi c'erano errori di ortografia.

Le cause contro il disastro sono ancora in corso in diverse città dell'India e degli Stati Uniti, ma il governo di Nuova Dehli parteggia per la Dow Chemical, perché ha paura di scoraggiare le imprese straniere ad entrare con nuovi investimenti nel Paese. Così, il governo non ha ritenuto opportuno chiedere l'estradizione dell'ex amministratore delegato della Union Carbide, Warren Anderson, né tanto meno di bonificare il sito, perché lo ritiene ufficialmente non inquinato. A sua volta, la Dow Chemical sta ancora cercando di rafforzare la sua presenza nel subcontinente moltiplicando i progetti di ricerca.

Per celebrare il 25° anniversario del disastro, diverse ONG e associazioni delle vittime hanno deciso di intensificare le loro azioni di protesta. Il 19 novembre, centinaia di persone si sono riunite fuori della sede della Dow Chemical di Nuova Delhi e altre manifestazioni sono previste in 80 città indiane e 800 sedi in tutto il mondo, per la settimana del 3 dicembre. Per non dimenticare Bhopal.

Alessandro Iacuelli

tratto da www.altrenotizie.org

10 dicembre 2009

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Ultimo aggiornamento Domenica 04 Dicembre 2011 13:19

Speciale pensioni: storia, dati e proposte

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pensioni_01DAL LAVORO ALLA TOMBA
In queste ore sono filtrate indiscrezioni sull’ipotesi di innalzare le pensioni di anzianità a 42-43 anni di contribuzione a prescindere dall’età anagrafica, di elevare ulteriormente l'età pensionistica per le donne del settore privato, e di bloccare l'adeguamento all'inflazione delle pensioni in essere. Si tratterebbe di provvedimenti iniqui e inaccettabili, in contrasto con la tanto decantata “discontinuità” rispetto al governo Berlusconi, proclamata dal nuovo Presidente del Consiglio Mario Monti. In questo senso, non è piaciuto neppure il tono autoritario con cui Monti ha fatto capire di voler portare avanti queste “riforme”, senza cioè il necessario confronto e consenso con le parti sociali.
QUANDO SI PARLA DI PENSIONI, BISOGNA TENER PRESENTE CHE:
- PER QUANTO RIGUARDA LE PENSIONI DI ANZIANITÀ in Europa oggi l’età effettiva del pensionamento vede l’Italia esattamente allineata alla Germania e alla Francia, così come riportato il 24 ottobre 2011 dal Corriere della Sera: età media effettiva di pensionamento:  Italia Uomini 61,5 Donne 60; Germania Uomini 61,6 Donne 59,9; Francia Uomini 58,8 Donne 58,8; Spagna Uomini 62,6 Donne 59,5.
Oltre a ciò, nel 2010 il Governo Berlusconi ha inventato le ‘finestre lunghe’, cioè il lavoratore che matura il diritto di andare in pensione dovrà aspettare ancora 1 anno prima di percepire l’assegno pensionistico, versando contributi che non gli saranno conteggiati. E come se non bastasse, nel 2011 sono stati aggiunti altri 3 mesi in relazione al presunto aumento dell’aspettativa di vita, con il risultato che sulla carta il lavoratore ha diritto alla pensione ma nella sostanza deve lavorare in totale altri 15 mesi in più per averl, anche se l'allungamento dell'età di vita e' una bufala, perchè a 80 anni i lavoratori ci arrivano di norma in difficili o pessime condizioni fisiche, quando ci arrivano….
Poi una persona che lavorando ha pagato per 41 anni (40 più 1 anno di finestra) il 41% (33% + 8%) sul lordo del proprio stipendio, la sua pensione se l’è strapagata. Considerando infatti che si va in pensione a 61 anni circa, campandone ancora 16 o 17 mediamente, non si recupera neppure tutto ciò che si è versato di contributi per 41 anni!
- DONNE l’età per andare in pensione è stata recentemente allungata dal governo Berlusconi di 5 anni, da 60 a 65, prima a quelle del settore pubblico e poi a quelle del settore privato, con la garanzia che i soldi sarebbero serviti per creare servizi utili alle donne stesse (asili nido, servizi di cura per gli anziani, copertura contributiva per la maternità per tutte le donne, ecc…). Invece, nell’ultima manovra questi soldi sono stati dirottati verso il debito pubblico. Nel maxiemendamento poi, dal 2026 la pensione di vecchiaia per tutti è stata portata a 67 anni di età. Successivamente con il criterio dell'aspettativa di vita, l'età pensionabile potrà salire a 70 anni. Chi, come le donne, ha retto sulle sue spalle triplo e quadruplo lavoro (anche il lavoro domestico, la cura dei figli, degli anziani e disabili) sopperendo alle carenze di servizi dello Stato, anziché essere compensato in qualche modo, per esempio con qualche anno di lavoro in meno e con qualche contributo figurativo, verrebbe ulteriormente penalizzato dall’aumento dell’età pensionistica ventilato dal governo Monti.
- IL SALDO DEL SISTEMA PENSIONISTICO È IN POSITIVO dai dati ufficiali emerge che il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali (cioè quanto effettivamente esce dal bilancio pubblico e entra nelle tasche dei pensionati) è positivo fin dal 1998. Nell’ultimo anno per il quale si dispongono questi dati, il 2009, il saldo è stato di 27,6 miliardi di euro, pari all’1,8% del Pil. Il che significa che il sistema pensionistico pubblico finanzia il bilancio dello Stato, e in una misura consistente e crescente dal 1998 in poi.
Se l’ Eurostat sostiene che l’attuale spesa pensionistica incide comunque in misura anomala sul Pil, è perché fa confronti statisticamente disomogenei. Infatti il dato italiano è sovradimensionato dall’indebita inclusione dei trattamenti di fine rapporto TFR (pari a circa un punto e mezzo di Pil) e dalla valutazione delle prestazioni al lordo delle ritenute previdenziali (in Germania i soldi che escono dagli enti pensionistici sono esattamente quelli che entrano nelle tasche dei pensionati e la spesa pensionistica viene contabilizzata al netto di ciò che viene pagato; in Italia invece viene registrato come spesa pensionisti ca il lordo erogato, inclusa la ritenuta d'acconto). Questi due elementi di disomogeneità, se tolti dal computo, riducono l’incidenza sul Pil della nostra spesa pensionistica al di sotto o in linea con quelle francesi e tedesche. Il Tfr infatti non è una prestazione pensionistica, e neppure i prepensionamenti a seguito di crisi aziendali, che solo in Italia diventano spesa pensionistica, mentre in altri Paesi sono considerati interventi di politica industriale non contabilizzabili nella spesa pensionistica.
La gestione Inps dei dipendenti, inoltre, è in attivo di 10 miliardi e non ha bisogno di aggiustamenti, mentre quelle di autonomi e dirigenti è in perdita.
- PENSIONI SGANCIATE DAL COSTO DELLA VITA: dal 1992 le nostre prestazione pensionistiche non sono più agganciate agli incrementi salariali e sono indicizzate ai prezzi solo in misura parziale. Il risultato è che negli ultimi 19 anni il potere d'acquisto dei pensionati italiani si è ridotto. Bloccando l'adeguamento all'inflazione delle pensioni in essere, come vorrebbe fare il governo Monti, si darebbe il colpo di grazia alle già misere tasche dei pensionati,  vanificando per giunta la possibilità di sviluppo della domanda interna, che dovrebbe essere il principali fattore di crescita.
- IGIOVANI: ogni anno in più di età pensionabile per noi tutti, equivale a circa 70 - 80 mila assunzioni di giovani in meno all’anno. Dunque è controproducente ciò che il governo Monti ha proposto alle Camere, cioè di innalzare l'età effettiva con meccanismi di uscita flessibili tra i 62 e i 70 anni. A maggior ragione in un momento come questo in cui è diffusa la disoccupazione giovanile (30%) e la crisi recessiva &egrav e; già in atto, e ci si aspetterebbe che il governo prendesse misure per la crescita.
Che senso ha poi, come proposto da Monti alle Camere, applicare il sistema contributivodal 2012 a chi nel 1995 aveva già 18 anni di contributi? Così facendo si incentiva a ritirarsi dopo dal lavoro, penalizzando l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Inoltre le previsioni segnalano un forte calo della copertura pensionistica per i giovani, perchè nel 2035, un lavoratore parasubordinato che riuscisse ad accumulare 35 anni di contributi e andasse in pensione a 65 anni, maturerebbe una pensione pari al 50% dell’ultimo stipendio. Quali provvedimenti prende a questo proposito il governo?
DALLA PROTESTA ALLA PROPOSTA
C’è un’alternativa precisa ed equa alle inaccettabili proposte del governo Monti, ventilate o esplicitate in Parlamento:
- per i precari una copertura contributiva nei periodi di vuoto lavorativo, in modo da raggiungere l’obiettivo del 60%; le risorse sono disponibili nei bilanci dell’Inail e dell’Inps che, ormai da 10 anni sono in attivo e ammontano rispettivamente a circa 2 miliardi all’anno (Inail) e 5 miliardi all’anno (Inps).-
- combattere l’evasione contributiva che è di circa 25 miliardi l’anno e genera un infinito contenzioso di cause civili: essa deve diventare reato penale, cioè furto. Tutti gli ispettori dell’Inps, dell’Inail e dell’Inpdap devono essere aumentati ed impegnati in una massiccia operazione di riscossione dei crediti, dal momento che si conoscono nomi, cognomi, ragioni sociali  e cifre non pagate.
- Ci deve essere un unico ente nazionale della previdenza e della sicurezza dato dall’unificazione dell’Inps con Inpdap e con l’Inail. Questo porterebbe ad un risparmio di 3 miliardi di euro ogni anno
- Le Casse private, come quelle dei dirigenti di azienda, quando sono in passivo vengono scaricate sull’Inps. È inaccettabile questa forzata solidarietà: l’Inps eroga già pensioni a dieci milioni di persone che hanno meno di 750 euro al mese e non può caricarsi il costo di pensioni di quattro o cinque volte più alte, dunque le casse speciali devono tornare in attivo. I Dirigenti d'azienda industriali e i lavoratori autonomi, tra l’altro, sono categorie che continuano a beneficiare di una bassa aliquota contributiva versata.
- Se si permettesse ai singoli di scegliere se versare il Tfr all'Inps piuttosto che alle casse private, entrerebbero nell'istituto pubblico altri 8-10 miliardi l'anno.
- dividere l’assistenza dalla previdenza. In tutti gli Stati europei l’assistenza (assegni familiari, disoccupazione, assegni sociali, ecc.) è tutta a carico della fiscalità generale, mentre in Italia è a carico dell’Inps. Se si separasse l’assistenza dalla previdenza, la spesa pubblica italiana sarebbe perfettamente allineata alla media europea

CONCLUSIONE

I tagli alle pensioni servono allo Stato per poter ridurre alle imprese il prelievo contributivo, come se a non bastassero le riduzioni dell'onere fiscale e i crediti agevolati concessi agli imprenditori per 30 miliardi di euro ogni anno, soldi tra l’altro sborsati per il 70% dagli stessi dipendenti e pensionati, che a ragione potrebbero così definirsi “cornuti e mazziati”!
I provvedimenti paventati dal governo Monti, dunque, non sarebbero neppure riforme, ma puri e semplici interventi di cassa, senza alcun profilo di discontinuità rispetto a quanto avvenuto col precedente governo Berlusconi.
RICOMINCIARE DAI VERI PRIVILEGI, DALLA CASTA POLITICA E DAI RICCHI SAREBBE DAVVERO UN SEGNO DI DISCONTINUITÀ E DI EQUITÀ CHE PERMETTEREBBE AD OGNUNO DI ASSUMERSI LE PROPRIE NECESSARIE RESPONSABILITÀ.
Franco Pinerolo
Milano, 1 dicembre 2011
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IL VERO BILANCIO DELL'INPS

1. SPESA PER LE PRESTAZIONI PREVIDENZIALI

Risulta dalla:

• spesa per le pensioni di Invalidità, Vecchiaia, Superstiti (IVS) cui vanno sottratte:

• la quota, di quella spesa, sostenuta dall'INPS per prestazioni assistenziali, che dovrebbero essere a carico dello Stato

• le trattenute IRPEF sulle pensioni, che, per lo Stato, non costituiscono certo una spesa (visto che sono versate direttamente dall'INPS al Fisco!). Tanto che, ad esempio, in Germania la spesa previdenziale è calcolata sulle pensioni al netto dell'imposta personale sul reddito.

2. ENTRATE CONTRIBUTIVE

L'insieme dei contributi versati dalle lavoratrici e dai lavoratori. Deve essere chiaro che anche la quota dei contributi versati dal “datore” di lavoro fa parte del reddito dei lavoratori, tanto che persino le statistiche ISTAT comprendono nel Reddito da lavoro dipendente la totalità dei contributi.

DAL 1998 LA DIFFERENZA TRA ENTRATE CONTRIBUTIVE E SPESA PREVIDENZIALE È SEMPRE RISULTATA ATTIVA.

Ecco i dati ( in milioni di euro) tratti dalla Tabella 4.1 a pag. 335 del “Rapporto sullo stato sociale 2011” (a cura di F.R. Pizzuti, maggio 2011, Gruppo editoriale Esselibri -Simone ).

• 1998.....+ 1.810

• 1999.....+ 2.105

• 2000.....+ 4.540

• 2001.....+ 9.811

• 2002.....+ 7.463

• 2003.....+ 5.845

• 2004.....+ 7.514

• 2005.....+ 7.283

• 2006.....+11.306

• 2007.....+13.279

• 2008.....+33.133

• 2009.....+27.597

SI TRATTA DI 141.955 mln., RIVALUTANDO I DATI ANNUALI AL 2010.

È L'INPS A FINANZIARE LO STATO, non viceversa,come predicano i grandi falsari di governo, Confindustria, sindacati confederali e dei grandi mezzi di disinformazione di massa. Quindi lo Stato, negli anni tra il 1998 e il 2009, ha utilizzato 142 miliardi di contributi versati dai/lle lavoratori/trici, mettendo in atto una colossale manovra finanziaria continuata e occulta ai loro danni.

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"Quaranta anni non si toccano… ripete la Camusso. “Quaranta è un numero magico e intoccabile”. In realtà per molti è semplicemente irraggiungibile. Quando mai i quarantenni di oggi, con anni di precariato e lavoro nero, soprattutto al sud, arriveranno a 40 o 41 anni di contributi?
Discutere solo su questo è ridicolo: si deve dire che non c’è nessun bisogno di toccare le pensioni perché al contrario l’INPS ha finanziato lo Stato da anni.
Oltre al continuo spostamento in là dell’età necessaria per ottenere la pensione, è l’introduzione del sistema contributivo per tutti che è un atto gravissimo che cancella l’impostazione generale del sistema pensionistico ottenuta nel 1969 grazie a una svolta radicale della CGIL, ma anche per merito del coraggio e la coerenza del ministro Giacomo Brodolini, che forzò la mano al governo su questo come sullo Statuto dei diritti dei lavoratori. Vale la pena di ricordare come fu conquistata, perché potrebbe essere la strada da seguire per spezzare anche questo attacco.

La svolta della CGIL era avvenuta dopo un primo cedimento: uno sciopero generale fissato dalle tre confederazioni per il 15 dicembre 1967 era stato revocato in seguito a generiche promesse del governo Moro, e una raffica di proteste da parte di militanti e strutture locali e di categoria aveva scosso la CGIL, che pure si era inizialmente accodata alle altre confederazioni. Pochi mesi dopo, il 27 febbraio 1968, CGIL, CISL e UIL avevano concordato col governo Moro una proposta di riforma che prevedeva che i futuri pensionati ottenessero un trattamento pari al 65% dell’ultimo stipendio, ma spostava a 60 anni l’età della pensione per le donne (già allora era un’idea fissa colpire i cosiddetti “privilegi” delle lavoratrici), ed escludeva il cumulo tra la pensione e qualche lavoretto per integrarla. Le tre confederazioni si erano impegnate a consultare i rispettivi massimi organismi nazionali, ma sembrava una pura formalità; invece la CGIL, tempestata di telegrammi di protesta, nella nottata ritirava il suo assenso con una dichiarazione di Luciano Lama. L’avvicinamento tra le tre confederazioni saltava, e la direzione della CGIL era costretta dalle strutture di base a proclamare da sola uno sciopero generale per il 7 marzo. Nonostante l’esecrazione di CISL e UIL, che gridarono al tradimento e insinuarono che ci fossero strumentalizzazioni politiche preelettorali, lo sciopero riuscì benissimo. E segnò una svolta: tutti sindacati capirono che c’era una crisi di rappresentanza, che costringeva a mutare linea.

Effettivamente l’irrigidimento della CGIL era il riflesso di un mutamento profondo del paese, che le altre confederazioni avevano tardato a percepire, e che ebbe anche una ricaduta elettorale. Alle elezioni politiche del 18 giugno 1968 il PCI passò dal 25,3% al 29,9%, e il PSIUP che lo fiancheggiava ma al tempo stesso lo incalzava e lo criticava da sinistra arrivò al 4,4%; l’unificazione socialista invece non fu premiata dal voto, e PSI e PSDI uniti persero quasi un quarto dei voti che avevano avuto presentandosi separatamente, mentre la DC restava statica.

Nel paese intanto continuavano a svilupparsi lotte aziendali, spesso avanzatissime nelle rivendicazioni e nelle forme di lotta. Furono soprattutto queste, che violavano la tregua di fatto sancita dal rinnovo contrattuale del 1966, ad imporre alle confederazioni un’attenzione maggiore alle richieste della base, e al governo di riprendere in mano la riforma pensionistica e anche il progetto dello Statuto dei lavoratori. Ma ci vollero altri due riuscitissimi scioperi generali, questa volta unitari, il 14 novembre 1968 e il 5 febbraio 1969, perché il governo, presieduto ora da Mariano Rumor, approvasse il 15 febbraio una riforma che portava al 74% il rapporto tra pensione e ultimo stipendio, da elevare all’80% entro il 1975. Era previsto anche un meccanismo di “scala mobile”, cioè di sia pur parziale adeguamento automatico all’inflazione; una pensione sociale per i vecchi senza contributi sufficienti, mentre veniva ripristinata la “pensione di anzianità” per chi pur non avendo raggiunti i 60 anni aveva 35 anni di contributi versati. Veniva anche ripristinata la possibilità di cumulo della pensione con i salari di chi aveva continuato a lavorare. Quanto alla proposta di posticipare per le donne l’età della pensione da 55 a 60 anni, era già stata ritirata dal governo dopo il successo del primo sciopero della sola CGIL…

Come per lo Statuto dei lavoratori, in discussione da tempo e a lungo osteggiato dai settori più miopi della società e della politica italiana, anche per le pensioni il ruolo di Giacomo Brodolini fu decisivo per forzare la mano al resto del governo. Brodolini era gravemente malato e sapeva di non aver molto tempo da vivere (morì in una clinica di Zurigo l’11 luglio 1969). Così impegnò i sei mesi che gli restavano per una tenace battaglia per far approvare dal governo Rumor la riforma pensionistica e poi lo Statuto, spiazzando gli elementi più conservatori. Coerente con la sua origine di socialista radicale proveniente dal partito d’azione, non esitò in quei mesi a compiere gesti inediti, come la partecipazione alla veglia di capodanno in via Veneto dei lavoratori dell’Apollon occupata, o il viaggio ad Avola per portare la sua solidarietà ai braccianti dopo l’uccisione di due di loro da parte della polizia.

Di fronte alle resistenze nel governo, accettò che per finanziare la riforma pensionistica si aumentasse il prezzo della benzina: “Se il ricorso al fisco fosse necessario per far fronte al dovere di meglio assistere i pensionati, non mi scandalizzerei”, scrisse in un articolo. Naturalmente “mi preoccuperei che non fossero colpiti i consumi maggiormente popolari. Non si deve infatti togliere con la destra parte di quanto si dà con la sinistra”. Peccato che nessuno oggi nel PD pensi a utilizzare questi argomenti semplici e convincenti…
Nella relazione sulla riforma presentata alla Camera il 19 febbraio 1969 Brodolini, dopo aver sottolineato che il “considerevole apporto della collettività nazionale agli oneri connessi alla riforma pensionistica (8.000 miliardi di lire nel periodo 1969-1975)” è prima di tutto “una grande opera di giustizia” e un contributo a una “più equa ridistribuzione del reddito”, aggiunse che avrebbe avuto anche ripercussioni positive sullo sviluppo dell’economia. Infatti, proseguiva Brodolini, “è da ritenere che il provvedimento, apportando un miglioramento delle prestazioni nei confronti di oltre 8 milioni di pensionati, sia destinato ad avere riflessi tonificanti sul mercato attraverso l’incremento della domanda di beni e servizi e, quindi, a ripercuotersi positivamente sull’economia nazionale”.
Aveva ragione: quella spesa non mandò in rovina la società italiana, ma assicurò invece parecchi anni di sviluppo impetuoso dell’economia.

È bene ricordare il ruolo del socialista Brodolini, per sottolineare quanto grande sia stata negli ultimi trent’anni l’involuzione di quel che resta della sinistra parlamentare, che quegli argomenti ha totalmente dimenticato. Ma Brodolini era stato solo un interprete onesto e coerente di una trasformazione che stava investendo i sindacati e che portò, pochi mesi dopo la sua morte, alla grande stagione di lotte dell’Autunno caldo…
Ed è questo va sottolineato: Il sistema pensionistico italiano diventò allora, grazie alla lotta, unitaria se possibile, ma anche della sola CGIL se le altre confederazioni arretravano, uno dei migliori in Europa, senza per questo mandare in rovina il paese: bisogna ricordare come è stato conquistato, e perché appena sparita la sinistra è diventato il bersaglio principale di tutte le sedicenti “riforme”, che riforme non sono affatto, nonostante le pensioni dei lavoratori non avessero nulla a che vedere con le cause della crisi strutturale del sistema capitalistico europeo.

Il sistema retributivo funzionava bene finché aumentava l’occupazione, e rastrellava anche i contributi dei lavoratori stranieri e italiani che non arrivavano a poter avere una pensione. Inoltre i contributi di lavoratori e aziende venivano fatti fruttare in vario modo. L’attacco cominciò con lo scopo di rendere insicuri i lavoratori sulla pensione futura costringendoli a investire il loro TFR in pensioni private (che in realtà non davano nessuna sicurezza e che per fortuna solo una minoranza ha sottoscritto, nonostante le pressioni bipartisan e le complicità confederali). Il contributivo “pro rata” (termine misterioso, quasi mai spiegato, e che dovrebbe corrispondere a un pro rata temporis) proposto da Berlusconi nel 1994 e poi, dopo la sua caduta, realizzato sia pure parzialmente dal suo ex ministro dell’economia Dini col consenso della “sinistra”, equivale a passare dalla funzione di banca a quella di salvadanaio. Infatti, se col retributivo i lavoratori al termine di una lunga e faticosa vita lavorativa iniziata in tempi bui con pochi e miseri contributi potevano avere una percentuale elevata dell’ultimo stipendio senza mandare in rovina l’INPS, ora col contributivo avranno diritto solo a quanto hanno versato, suddiviso per gli anni di presumibile “godimento” calcolati in base alla speranza di vita. Che spesso, per chi ha lavorato quarant’anni in una miniera o in una fabbrica chimica o al siderurgico di Taranto, è assai minore della media…

Non è vero quanto ci si ripete ogni giorno: “Noi italiani siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità”. È una bufala: l’Italia è esattamente allineata alla Germania e alla Francia, così come era stato riportato il 24 ottobre 2011 dal Corriere della Sera: l’età media effettiva di pensionamento in Italia è di 61,5 per gli uomini, 60 per le donne; in Germania di 61,6 e 59,9; in Francia per uomini e donne di 58,8 e 58,8; in Spagna di 62,6 e 59,5. Ma da anni i superburocrati inutili e strapagati dell’Unione Europea, e la troika Merkel-Sarkozy-BCE ci ripetono: “l’Europa chiede all’Italia tagli alle pensioni…”

Se l’Eurostat sostiene che l’attuale spesa pensionistica incide in misura anomala sul Pil, è perché fa confronti statisticamente disomogenei. Infatti il dato italiano è sovradimensionato dall’indebita inclusione dei trattamenti di fine rapporto TFR (pari a circa un punto e mezzo di Pil) e dalla valutazione delle prestazioni al lordo delle ritenute previdenziali (in Germania i soldi che escono dagli enti pensionistici sono esattamente quelli che entrano nelle tasche dei pensionati e la spesa pensionistica viene contabilizzata al netto di ciò che viene pagato; in Italia invece viene registrato come spesa pensionistica il lordo erogato, inclusa la ritenuta d'acconto). Questi due elementi di disomogeneità, se tolti dal computo, riducono l’incidenza sul Pil della nostra spesa pensionistica al di sotto o in linea con quelle francesi e tedesche. Il Tfr infatti non è una prestazione pensionistica, e neppure i prepensionamenti a seguito di crisi aziendali, che solo in Italia diventano spesa pensionistica, mentre in altri Paesi sono considerati interventi di politica industriale non contabilizzabili nella spesa pensionistica.
Casomai un problema reale è che la gestione Inps delle pensioni dei lavoratori dipendenti, è in attivo di 10 miliardi e non ha bisogno di aggiustamenti, mentre quelle di autonomi e dirigenti è in perdita. Anche quando paga un po’ meno di quel che si accaparrano i Guarguaglini e soci quando devono andarsene.

Altri dati in http://antoniomoscato.altervista.org/

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1 dicembre 1999: rivolta a Seattle

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seattle_1999Tra la fine di Novembre e l'inizio di Dicembre del 1999 si doveva svolgere a Seattle il WTO Millennium Summit, farsa autocelebrativa del neoliberismo più becero; da subito raggiunsero la città decine di migliaia di persone con il dichiarato obbiettivo di non far svolgere il vertice.

L'apparato repressivo messo in piedi per l'occasione era impressionante, migliaia di poliziotti in tenuta antisommossa supportati dai mezzi blindati della guardia nazionale; inoltre era stata imposto il divieto assoluto di entrare nella zona dove si sarebbe svolto il summit ed era stata vietata la vendita in tutto lo stato di Washington di maschere antigas.

La mattina del 30 novembre i manifestanti, partiti con due cortei contemporaneamente da nord e da sud della zona rossa, riuscirono a circondarla impedendo ai delegati di raggiungere la zona del summit. Così facendo, riuscirono a tagliare in due lo schieramento della polizia che in parte era schierata all'interno della zona rossa tagliandoli fuori dalla linea dei rifornimenti.

Durante i cortei partirono diverse azioni volte a sanzionare i simboli del capitalismo: furono distrutte banche, sedi di multinazionali, negozi di lusso.

La polizia, per cercare di rompere i blocchi, attaccò i manifestanti con cariche, gas lacrimogeno e spray urticante in diversi punti della città non riuscendo comunque, se non in parte, a disperdere l'accerchiamento della zona rossa.

L'episodio più grave si svolse la sera del 30 Novembre nel quartiere di Capitol Hill, dove la polizia caricò con proiettili di gomma e granate stordenti scatenando poi la caccia all'uomo.

Gli scontri durarono anche il giorno succesivo fino a quando la polizia riuscì a rompere il blocco dei manifestanti da sud permettendo ai delegati di arrivare al centro conferenze dove si doveva svolgere il summit.

Il bilancio degli scontri fu di oltre 600 arresti e centinaia di feriti tra i manifestanti.

Le giornate di Seattle vengono generalmente riconosciute come quelle che diedero il via al ciclo di mobilitazioni contro i vertici internazionali.

tratto da www.infoaut.org

1 dicembre 2011

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Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Dicembre 2011 19:30

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